Susanna Trossero

scrittrice

Il miraggio del buon senso

Dopo tanto tempo, finalmente torno qui a ridare vita a un blog trascurato fin troppo a lungo, mancanza della quale mi scuso.

Da tempo le notizie vertono sul Corona Virus, che sta mettendo in ginocchio paesi e sanità di ogni dove, con i medici che fanno i salti mortali e i possibili pazienti che continuano a scegliere la via della superficialità promuovendo apericena e settimana bianca.

Davvero siamo così stupidi? Sì, lo siamo. L’esodo di stanotte da Milano – ma non solo da Milano – provocherà danni a regioni che non sono attrezzate per far fronte al contagio. La mia isola per esempio, la Sardegna, ha un sistema sanitario tarato per un certo numero di persone, ovvero per la sua popolazione e per una possibile problematica legata all’aumento di visitatori in periodi dell’anno in cui si accentua il turismo. Ma non è preparato per una vera epidemia, per un rientro di tutti coloro che da una vita vivono fuori dalla regione o che nella regione hanno acquistato una seconda casa. Non è preparato per una terapia intensiva di una simile portata. Stessa cosa per quanto riguarda la Puglia (che sta supplicando disperatamente chi è in viaggio di tornare indietro) e altre regioni.

Il buon senso non è italiano, ora ne sono certa più che mai. Se soltanto ci limitassimo a uscire di casa per questioni inevitabili, ci sarebbero comunque contagiati ma non così tanti, e questo è un banalissimo dato di fatto.

Ma a me, a tutt’oggi, arrivano inviti di vario genere: oggi uno sconto in palestra per via della diminuzione di affluenza per esempio, e ieri per un piacevole incontro letterario legato alla presentazione di un libro. E al mio educato diniego mi è stato risposto che saremo in pochi, dunque è un evento sicuro.

Davvero siamo così ingenui? Allora arrendiamoci: il peggioramento non avrà fine.

A chi è obbligato ad uscire per andare al lavoro o per incombenze impossibili da evitare, va tutta la mia solidarietà. E va tutta la mia solidarietà a chi è stato messo in ginocchio dalla chiusura delle scuole perché non ha nessun aiuto e i parenti lontani, o ai commercianti che stanno conoscendo una crisi inevitabile ma terribile. Agli altri no: no a quelli che mi dicono che al bar il caffè è più buono, o a chi starnutisce davanti al banco della frutta senza coprirsi il volto e poi guarda gli altri e gli scappa da ridere. Non a quelli che stanotte sono andati via da zone in cui il contagio è allarmante per raggiungere parenti e amici. Ho mia madre lontana, ma non la raggiungerò perché le voglio bene. E via telefono la sto aiutando a capire come tutelarsi, vista l’età avanzata che la rende paziente a rischio.

So bene che le mascherine utili sono quelle con filtri adatti, ma non rido di chi usa quelle banalissime verdi, che forse sono inutili ma il “meglio di niente” mostra almeno un tentativo.

Non è paranoia, è buon senso. Accorgimenti normalissimi, non reclusione ad ogni costo. Mettiamoci in testa che si tratta di una epidemia pesante, e che i nostri anziani per esempio sono al riparo dal pericolo di una normale influenza per via dei vaccini, ma non da questo. E allora mettiamoli noi al sicuro, che caspita.

In bocca al lupo a tutti noi, ci abbracceremo in tempi migliori, ma non rideremo di questo perché in troppi stanno già piangendo.

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Vivere nel verde

Non sappiamo più vivere, nel verde. Cibarsi di foglie morte è diventato più facile, in qualunque stagione. Che cosa ha smesso di funzionare?

Ci sono giorni in cui il buio è totale, e non esiste spiraglio che possa aprirsi un varco. Sono giorni avidi di freddo, di foglie morte, di lunghi inverni ai quali la bella stagione è sconosciuta. Giorni di parole sbagliate, ad alimentare pensieri negativi e solitudini affamate di rimpianti, di nostalgie.

In quei giorni le stanze del cuore vanno a caccia di oggetti buoni, clementi, quelli da tempo riposti in una scatola, capaci di riportare in vita qualunque momento o persona… Illusioni mutilanti, ma vitali, ammettiamolo. Ci sono necessarie per accorciare le distanze con la bella stagione, che pare non arrivare e ogni anno se ne va troppo in fretta.

La bella stagione, sì, quella capace di restituire l’agognato spiraglio, e rendere gli occhi luminosi, la pelle levigata da un sorriso. Quella che arriva in ogni momento dell’anno, grazie a un pensiero positivo, a una speranza, a qualcosa di verde che sa farsi strada tra la ruggine di foglie cadute.

Non sappiamo più vivere, nel verde. Non, nel bicchiere mezzo pieno. Non al di fuori dalla scatola di vecchi ricordi. Che cosa, ha smesso di funzionare? Perché siamo sempre proiettati altrove – che si tratti di futuro o di passato non importa – e ci raccontiamo al telefono o alle cene di quel progetto o desiderio o speranza o cambiamento?

Non fateci caso, ultimamente va così, forse perché al telefono o alle cene non sento più nessuno dire “guarda, è spuntata una nuova foglia, che verde luminoso!” E così finisce che, quel verde, non lo noto più neppure io.

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Quando la realtà accade sotto casa

Dove sono io, dove sei tu, dove siamo tutti noi mentre accadono le cose? Sul divano, davanti a tanti nomi che paiono lontani, così racchiusi e rinchiusi dentro una scatola contenitore. Lontana anch’essa perché può essere spenta quando qualcosa non ci aggrada.

La televisione che mescola realtà e fiction, ci illude che ogni accadimento reale sia finzione, mentre la finzione ci coinvolge e appassiona in un costante ridicolo controsenso.

Pochi giorni fa i giornalisti hanno mostrato i loro servizi sulla neonata trovata agonizzante, e le loro dirette davanti a quella casa, a quella porta, in quella via. Là dove una giovane madre ha messo al mondo una bambina che del mondo al primo vagito ha conosciuto solo il peggio.

L’hanno trovata in un lago di sangue, dicono.

Due giorni di agonia, dicono.

Aveva ancora il cordone ombelicale integro e ferite tali da poter supporre si tratti di percosse, dicono, trasformatisi da giornalisti in medici legali.

Tutto dentro quella scatola chiamata televisore. Se non fosse che…

Se non fosse che dentro quella scatola riconosco il mio quartiere, e sotto le finestre prese d’assalto dai giornalisti io ci passo ogni giorno, ci sto davanti.

Quante volte ti ho vista?

Quante volte ti ho incontrata?

Quante, eri alla finestra mentre camminavo tranquilla?

Ci siamo mai sorrise, alla cassa del spermercato sotto casa tua, sotto casa mia?

Oggi sei la mia ossessione. Perchè – in qualunque modo sia accaduto e per qualunque assurda ragione, insano gesto o incidente – tu eri sola. Sola come nessuno dovrebbe essere. Sola con pensieri malsani, disagi, braccata da te stessa e dai tuoi limiti.

Davvero era “inevitabile”, soltanto perchè tutto è accaduto all’interno di una casa?

L’accattivante scatola chiamata televisore, da accesa mi ha mostrato stavolta qualcosa che è accaduta sotto il mio naso. E proprio qui dove io respiro mi muovo e vivo, respira e si muove e vive una donna che da invisibile è ora sulla bocca di tutti.

Dove siamo, tutti noi, mentre accadono le cose?

Sul divano. Illusi che la cronaca propinataci da tg e programmi contenitore, venga da una realtà parallela e non possa neppure sfiorarci: in fondo sta là, dentro la tv.

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Al riparo da sguardi e parole

Botti di Capodanno

Botti di Capodanno sì, botti no: ordinanze contro, polemiche di gruppi di quartiere a favore, articoli sul web, e per finire niente di nuovo. Petardi, ordigni illegali, fuochi d’artificio e quant’altro, hanno illuminato i cieli d’ogni dove anche quest’anno, alla faccia di divieti o polemiche.

Perché piace tanto, far chiasso o viverci dentro?

Tv ad alto volume, musica assordante nelle orecchie, vociare per strada, vicini rumorosi ad ogni ora, e allegre risate o imprecazioni: alla faccia dell’inquinamento acustico di strade, cantieri, aeroporti o fabbriche, nessuno meglio del singolo individuo sa produrre tanto baccano. Il silenzio fa paura, lo si associa alla noia, alla solitudine, all’assenza di qualcosa o di qualcuno…

Io amo il silenzio, la solitudine, perchè è là che mi ritrovo da sempre. Fin da bambina, cercavo luoghi riparati da sguardi e parole, per ascoltare qualcosa che altri non udivano: la voce che abitava dentro me. Si chiamava e si chiama pensiero. E non è in disaccordo con le parole, certo che no, ma sa farne a meno. Ad ascoltarlo, il pensiero, si arriva ovunque e ci si conosce a fondo, si impara a perdonarsi, a comprendersi, e perdonandosi e comprendendosi si amano di più gli altri e i loro limiti. Li si comprende e li si perdona.

No, non mi fa paura, il silenzio. Mi fa paura il rumore: quello che a tutti i costi ci invade, che ci vuole parte di qualcosa, che ci rende reperibili a tutti e a tutti ci deve mostrare. Il rumore manifesta, il silenzio avvolge.

“Vivere con leggerezza, ma non sconsideratamente; essere gioiosi senza essere chiassosi, essere coraggiosi senza essere temerari; mostrare fiducia e allegra rassegnazione senza fatalismo – questa è l’arte di vivere”. (Jean de La Fontaine)

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Saracinesche chiuse

Saracinesche chiuse

Un fiume in piena, lo scorrere del tempo.

Inarrestabile, ha già lasciato dietro di sé il Natale e tutte quelle giornate di festa in cui ancor più si corre: acquisti, pranzi e cene da organizzare, doni da impacchettare, addobbi, incontri, telefonate…

Dopo i grandi festeggiamenti – almeno per i più – con orge di cibo e tanta compagnia, adesso ci si appresta ad affrontare concretamente progetti, promesse, buoni propositi. Il 2019 fa parte del passato e va a sommarsi con tutti quegli anni precedenti vissuti in attesa di quello successivo: sì, siamo sempre in attesa di qualcosa che deve arrivare, e spesso guardiamo al passato con occhio severo e accusatore (quando non malinconico o nostalgico).

Il primo gennaio mi sono regalata una passeggiata in piena solitudine. Era mattino, il cielo terso, i rami nudi degli alberi immobili, non un alito di vento.

Mi è piaciuto, il silenzio dopo tanti botti, voci, e auto che vanno via, saluti dalle finestre, musica dalle terrazze.

Una pace irreale, di saracinesche chiuse, di persone ancora sotto le coperte, di energico freddo sul viso. Soltanto un uomo che fumava il sigaro, una lavatrice in moto, lontana, che riportava a un quotidiano normale, consueto. E dei piccioni in cerca di briciole.

Il 2020, per quelli della mia generazione appare quasi come un film di fantascienza; faccio parte di coloro che ricordano “Spazio 1999” o “2001 odissea nello spazio”, per intenderci. Comunque sia, è davvero arrivato e a guardarle bene – quelle saracinesche chiuse per la via deserta – mi sono chiesta se sia giunto il momento per tutti noi di considerare gli anni passati e densi di “avrei dovuto” o di “non avrei dovuto”, bagaglio da metter via una volta per tutte.

Far sì che ieri divenga quartiere di serrande abbassate, e trasformare l’oggi in vero punto di partenza, ma non per sperare in un domani migliore – altrimenti cominceremmo ad attendere il 2021 – bensì per vivere meglio l’oggi.

Ecco, mentre tutti ancora dormivano io a questo pensavo, ispirata dalla magia del silenzio e dai negozi chiusi.

Mi piace, camminare da sola. E guardare l’oggi pensando che è lui, il vero futuro.

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