Susanna Trossero

scrittrice

Il segreto di Monna Lisa

Il segreto di Monna Lisa

Il pennello sulla tela non è mai del tutto silenzioso. Nel suo movimento, un sottile fruscio di setole racconta dell’ovale di un viso, della linea del seno o del suo turgore, della luce che emana un mancato sorriso che tuttavia affiora in qualche modo, o dei segreti messaggi che irradia lo sguardo. Parla, il pennello, e quante storie racconta, ma il suo linguaggio è intraducibile per coloro a cui la tela volta le spalle. Fuori dallo studio, ogni suono – le chiacchiere, le ruote delle carrozze sulla strada, le voci degli ambulanti, il latrato di un cane – è conosciuto, possiede una sua identità e collocazione, ma qui dentro no, qui dentro su tutto aleggia un che di misterioso, di poco familiare e consueto. Tu tieni le tende accostate, e pare ti siano sufficienti i raggi che filtrano dispettosi, accarezzando un disordine che ti certo ti appartiene. Tra gli odori di olii ed essenze, il pulviscolo danza e io mi domando se è questo il momento dei contorni o se è quello dei dettagli, se un mio incontenibile sospiro modificherà qualcosa, se avrà il potere di togliere o elargire al ritratto che domani e per sempre sarò.

Ti ho amato, Leonardo, quando ancora non sapevo chi fossi né se esistessi. Ti ho amato nel desiderio di incontrare un uomo che – senza mai sfiorarmi – mi possedesse notando tutto di me, amando ogni ombra, ogni imperfezione, ogni più piccola sfumatura a tal punto da desiderare di renderla immortale in un dipinto.

Ti ho amato tra le braccia di colui che per primo mi ha avuta, a cui mi sono concessa indifferente e distratta, alla ricerca di emozioni non raggiunte.

Ti ho amato nella noia del mio matrimonio, sperando ci fosse qualcosa di più grande per me, là fuori, oltre l’austera porta di casa.

Affamata di qualcosa di astratto, già sapevo da tempo che mi sarei cibata d’arte, ma conscia della mia totale assenza di talento, fin da giovinetta mi incantavo di fronte a ogni tela che avevo la fortuna di “incontrare”; se non sai creare, sai apprezzare ancor di più chi ne è capace, a meno che tu non sia roso dall’invidia per un dono divino che mai ti apparterrà. Ma non è mai stato il mio caso: chi ama davvero qualcosa o qualcuno, non conosce livore né ostilità.

Al mio sogno più intimo e privato, ti sei sostituito in un gelido mattino invernale, con l’audacia degli artisti e poche parole: “Se non le dà disturbo, Madonna Lisa, vorrei tanto poterle fare un ritratto”, e ti presentasti. Avevo già sentito il tuo nome, e fui stupita piacevolmente dall’inaspettata richiesta. Si era davanti all’uscio di un venditore di pane, io passavo da là per altre ragioni ma tu ne avevi un gran pezzo male avvolto fra le mani; tutta la via era pervasa da un intenso profumo di buono e buono mi pareva il tuo sguardo, sebbene incutesse una certa riverenza. Mi conoscevi dunque, o comunque da tempo ti stavi interessando a me e più tardi ebbi modo di scoprire che eravamo quasi vicini di casa! Sono certa che qualche passante ha rivestito di malizia quel nostro breve parlottare a voce bassa, mentre prendevamo accordi: il mio accettare con autentico interesse, non ebbe quel giorno alcuna esitazione.

Così, mentre posavo per la prima volta, la mia idea dell’amore a lungo vagheggiata assumeva connotati reali, si concretizzava; tu, il tuo volto, l’aria tua severa e assorta, il tuo genio, ma soprattutto il tuo sguardo capace di catturare il mio, di trasformarlo da schivo e sfuggente in contenitore di pensieri intraducibili, in opera d’arte addirittura! Colori, luci, penombre, tratti decisi affrontati con le setole di tasso o sfumature create con i polpastrelli, e olio di lino, essenza di papavero, quei lunghi tempi di asciugatura…

Tornare al prima di te mi fu molto difficile, dopo di te; quanti silenzi in quei pomeriggi, eppure in quel nostro tacere concentrato, ho sempre trovato qualcosa di confortevole e caldo che mai avrei sostituito con null’altro conosciuto prima di allora. Tu, il maestro, io, la tua musa, con il pensiero di entrambi a vagare per la stanza; ciò che impregnava il tuo mai ebbi modo di scoprirlo, ma è di me che ci si domanderà domani.

Il segreto di Monna Lisa, si dirà, ma non vi fu niente di segreto né in quei giorni né in me, niente che non appartenga da sempre al genere umano: il desiderio d’essere guardati e visti davvero, oltre ogni superficie e apparenza. Ciò che a me, grazie ad una sorte benevola, in quel tempo è toccato in dono.

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Pennellate di emozioni

Il castello dei PireneiCostretta a casa da un passeggero inconveniente che tuttavia avrà la sua durata, passo le giornate a curiosare nella mia stessa libreria con la scusa di spolverarne ogni volume: vi sono punti in cui nel quotidiano faccio frequenti incursioni: consultazioni, piaceri, nuove letture, dubbi su citazioni e così via. Ma vi sono altri piani collocati su in alto, meno frequentati e pertanto custodi di gradite sorprese: un volume dimenticato, qualcosa di non ancora letto, romanzi di una vita fa con dediche di buon compleanno, raccolte di poesie in cui scoprire frasi sottolineate e domandarsene la ragione rispolverando un ricordo. E poi reportage di viaggio la cui suggestione è stata così grande da indurmi a partire, saggi sugli assassini seriali (che invece non mi hanno influenzata!!!), affascinanti biografie di pittori… Dodici metri quadri di libri, l’aria condizionata, la vita fuori dalla finestra, il freezer pieno di gelati, ed io.

Oggi ho curiosato proprio nel mondo della pittura, scoprendo un paradosso: Magritte non amava dipingere! Si dice che la sua pittura, proprio per via di questo non amore, non abbia evoluzione di stile e rappresenti più che altro un mezzo  – un pretesto – per esprimere le sue idee senza censure. Cosa voleva realmente raccontare nei suoi dipinti, al di là di ciò che gli esperti dichiarano, forse non lo sapremo mai fino in fondo. Vero è che non ci rende le cose facili, con lui gli oggetti perdono la loro normale funzione quotidiana divenendo dell’altro: una mela al posto di una testa, un tavolo da biliardo associato ad una bicicletta… Lo si definisce un artista che non entra mai nelle case da una porta bensì dalla finestra, se non addirittura dai muri.

Mi piace molto il suo Golconde (1953); tutti quegli omini e le loro piccole ombre mi danno la sensazione angosciante di un sogno dal quale non riesci ad uscire. E mi attrae Gli Amanti (1928), che raffigura il profilo dei visi di una coppia, coperto da un panno bianco. Nel 1912, il pittore perdette sua madre, che si suicidò gettandosi in un fiume di notte. Quando il corpo della povera donna fu rinvenuto, la bianca camicia da notte era sollevata e le ricopriva completamente il volto.

Gli amanti… Magritte sosteneva che la grande forza difensiva nella vita è data dall’amore, quell’amore che dà agli amanti un mondo incantato, magico, dove vivere un’esistenza più degna, che solo l’isolamento può proteggere.

Possiedo in casa mia una copia de Il castello dei Pirenei, dipinto nel 1961, anno della mia nascita. L’ho scelto perché nasce con me e mi fa pensare ad un luogo tutto mio, che non sta né in cielo né in terra, ma che mi appartiene così come ci appartiene un rifugio da raggiungere ogni volta che si cerca quell’isolamento di cui parla.

Non mi intendo d’arte, Amici miei, ma mi intendo di sensazioni e il provarne attraverso l’arte è ciò che più importa, perché il talento degli altri divenga parte di noi inducendoci a pensare di più.

 

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