Susanna Trossero

scrittrice

Io mi cibo di te, tu di me

Cibo

Tutto, è cibo per qualcun altro.

Si ciba del succube colui che cerca qualcuno da sopraffare e, sazio, si bea con gli amici.

La bellezza di una donna insicura, si ciba della mancanza di avvenenza di altre e si ciba di attenzioni l’innamorato che teme l’abbandono, e necessita di conferme costanti.

Di che cosa si ciba lo scaltro, se non dell’ingenuo che suo malgrado facilita mosse scorrette…

Dove c’è un debole c’è un forte con denti di vampiro e insaziabili appetiti, e là dove c’è un timido ecco arrivare il morso dell’arrogante!

Quante e quali invisibili situazioni, si annidano nel banale quotidiano, dove si allestiscono silenziosi banchetti che sembrano suddividere il genere umano in due distinte categorie: l’affamato, e colui che sfama. Nondimeno, come disse Peter De Vries, “L’ingordigia è un rifugio emotivo: è il segno che qualcosa ci sta divorando.” E allora, siamo davvero sicuri che il divoratore non sia egli stesso cibo?

Erich Fromm, nel suo “Avere o essere” così si pronunciò:

“In contrasto con bisogni fisiologici come la fame, che hanno precisi limiti di soddisfazione, legati alla fisiologia dell’organismo, l’ingordigia mentale – e ogni avidità è mentale, anche se la si soddisfa tramite il corpo – non ha un limite di sazietà, poiché il suo esaudimento non colma il vuoto interiore, la noia, il senso di solitudine, lo stato di depressione che invece dovrebbe vincere.”

Quanta fame e quanto cibo cela la famiglia, quanta e quanto tra gli affetti più cari o alla base di un legame; bramosia di difficile controllo, che rende cannibali anche gli insospettabili.

Rapporti a due, appena nati o collaudati, in cui proprio l’insicuro è colui che più morde e il più paziente diviene cibo per quieto vivere…

O le madri ingombranti, ingorde di sé stesse che – mai sazie – sbranano i figli considerati un intralcio.

I padri padroni, che divorano figli da loro mutilati senza averne mai abbastanza, o quelli assenti, troppo presi a cibarsi del loro stesso egoismo.

E i figli, famelici e voraci, dai continui bisogni insoddisfatti…

“Eppure ognuno uccide l’oggetto del suo amore,
da ognuno sia questo saputo:
v’è chi lo fa con sguardo amaro,
e chi con una lusinga,
il vile con un bacio,
l’animoso con la spada!”
(Oscar Wilde)

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