Susanna Trossero

scrittrice

Villaggi di pescatori, ricordi d’infanzia

Barca

Mi piace, osservare piccole solitarie imbarcazioni che – adagiate sullo specchio d’acqua – paiono come vecchi appisolati sull’uscio di casa, in pomeriggi assolati.

Quella sedia impagliata che li accoglie, i racconti di mare, le case basse e bianche, le reti abbandonate dopo la pesca proprio là davanti, sul minuscolo marciapiede. E le donne che intrecciano giunchi, i ragazzini scalzi e in braghe corte.

Villaggi di pescatori, ricordi d’infanzia.

Si svegliano sempre prima del sole, quelle piccole comunità, mentre altrove tutti dormono ancora, e ogni abitante ha qualcosa da fare per cui valga la pena lasciare il letto e il silenzio.

E la sera, il profumo di grigliate o di zuppa di pesce inondano l’unica via, mentre piccoli pipistrelli giocano con il tramonto che promette loro nuvole di zanzare.

In un villaggio come questo, ho imparato ad andare in bicicletta, una bici bianca con i parafanghi azzurri, e bianchi erano i calzettoni che temevo sempre di sporcare con grasso della catena. Chi l’avrebbe sentita poi, mia madre!

Con pedalate incerte raggiungevo le vigne, ma il terreno sabbioso e poco adatto mi spingeva a tornare indietro sull’asfalto dell’unica strada del villaggio. Stretta, corta, le case a delimitarla che si affacciavano l’un l’altra, la via aveva dunque un inizio e una fine: da una parte i bassi filari d’uva bianca e nera, dall’altra una minuscola spiaggia a forma di mezza luna, dove barchette di legno colorato si riposavano dopo la pesca, adagiate su un fianco.

Ginepro, mirto, lentischio, gigli spontanei, conchiglie che parevano enormi, o forse troppo piccole erano ancora le mie mani.

Poche famiglie abitavano quel luogo, poche quante erano le case, e aveva uno strano nome, Cussorgia, dal latino medievale cursoria; nel 2011 ben settantacinque abitanti risultavano al censimento, ma quando la sottoscritta pedalava incerta con i ragazzini locali, gli abitanti erano ancor meno!

Ci si recava laggiù – invitati da amici di famiglia – nelle domeniche di fine estate o in quelle sere ancora troppo calde per rinchiudersi a casa; al tempo, il nostro condizionatore era rappresentato dalla clemenza dell’aria di mare, e ho impressi gli odori, la semplicità, le reti ripulite, i giunchi da raccogliere in fascine. E poi i canestri appesi alle pareti, i pomodori sui davanzali ad essiccare, l’uva di settembre, il brodo di pesce necessario a riciclare gli scarti che scarti non erano mai.

A volte, quando tutto si accumula e le giornate non bastano mai, fantastico di un luogo come quello, dove passare qualche settimana in un niente apparente che in realtà è davvero tanto, e tanto all’anima restituisce.

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Appartenenza

appartenenza

Il mare è uno specchio stasera, e io vi vedo riflesse le nuvole bianche e il sole che tramonta diretto verso altri luoghi lontani.

Qualcuno, dall’altra parte del mondo, sta per cominciare un nuovo giorno dopo la tregua notturna. Il cambio della guardia, ecco cos’è. Fra qualche ora occuperò il letto ancora caldo di chi si appresta a fare colazione.

E gira la terra, ignara di tanti fardelli, lasciando che il tempo scorra su quell’interruttore che accende albe promettenti, e spegne speranze in crepuscoli di gemiti.

Gira la terra, mentre soccombo ogni sera davanti allo spettacolo più effimero, e le barche dondolano indolenti sull’acqua.

La mia casa sulla scogliera, è una finestra stabile su visioni precarie.

Mi sento di passaggio ovunque, impossibilitato a metter radici come il sole che ora sorge ora va a morire, seguendo sempre la stessa via senza potersi fermare un’ora di più a contemplare ciò che è, a meditare su ciò che è stato, a sperare su ciò che sarà. Eppure, nel suo eterno andirivieni, è immobile esattamente come me.

Lei se n’è andata, ma il mio orologio non si è fermato: albe e tramonti si susseguono, il mare è laggiù, a ospitare notturni predatori armati di reti e lanterne…

Cos’è cambiato dunque?

Non si muore per amore, ma si agonizza volentieri, rotolandosi con masochismo idiota su pensieri spiacevoli ed erezioni da ricordi seducenti. Tornerà a prendere le sue cose quando la mia follia avrà raggiunto livelli accettabili.

Lei adesso sta bene, e questo mi fa male.

Mi sveglio esausto, esausto vado a letto, su questa terra che gira trascinandomi con sé; nessuno alla mia tavola, nessuno ad augurarmi la buonanotte, nessuno a dividere con me l’indivisibile. Non può non saperlo.

Voglio che muoia.

Vaneggio.

(Dal mio “Lame e affini” – Graphe.it)

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