Susanna Trossero

scrittrice

Le storie in borsetta

Borsette

Quando ancora non sapevo né leggere né scrivere, era mio padre a raccontarmi storie. Favole liberamente tratte, le definirei, perché venivano modificate in base al livello di stanchezza di sua figlia. Se non avevo sonno, anche le più classiche che tutti conosciamo potevano essere arricchite con bizzarri dettagli e buffi personaggi. Se invece il sonno non tardava ad arrivare, ogni cosa in quelle fiabe della buonanotte si svolgeva molto più rapidamente.

Siamo tutti cantastorie… C’è chi lo è con i suoi bambini, chi – nel quotidiano – arricchisce piccole banalità con interessanti sfumature, tanto per avere qualcosa da dire. C’è chi racconta le proprie, di storie, all’amico fidato, e chi le trasforma in aneddoti per le tavolate in famiglia; ma c’è anche chi ne ha tante da raccontare, al rientro da un viaggio o da un incontro galante.

Ogni giorno ne possiamo sentire qualcuna più o meno interessante, e tanti sono anche gli sconosciuti pronti a raccontarne per ingannare il tempo nella sala d’aspetto di un medico, o sull’autobus… Perché tutti noi siamo storie: da narrare, da ascoltare, da… scrivere.

A volte, inondati da logorroici fiumi ci si annoia e si vorrebbe essere altrove, ma vi sono situazioni in cui a cibarsi di parole si diventa dell’altro, ed è bellissimo. Incontri casuali o desiderati, dai quali al momento di rientrare nei nostri panni, ci allontaniamo trasformati in cornucopia stracolma di beni preziosi, desiderosi di scriverne per non perdere neppure una perla di quella collana di memorie.

I libri a questo servono: a contenere qualcosa, a non perdere le storie, a dar loro respiro e vita che mai può finire, se scritta su pagine e pagine che domani qualcuno sfoglierà.

In fondo, anche scrivere in questo blog, semisdraiata sul mio letto, con il condizionatore acceso e un gelato mentre fuori ogni cosa pare infuocata, può diventare storia.

Ed è storia il cuore pulsante di ogni giornata, materiale da riorganizzare: la telefonata di tua madre, la compagnia di qualcuno che non aspettavi per l’ora di pranzo, è rivedere un’amica che attende il responso di un medico e che vorresti tener stretta a te per un tempo infinito. E lo è se ti affacci alla finestra e noti – come oramai ogni giorno – un’auto delle forze dell’ordine in sosta per pochi minuti sotto il medesimo portone. È proprio nel domandarti il perché, che nasce la storia.

Armadi, cassetti, borse, borsette, valigie: tutti racchiudono storie, colori, parole, nomi, respiri, foglietti volanti su cui qualcosa è stato appuntato.

Forse, la pagina bianca che tanto spaventa anche lo scrittore più navigato, non dovrebbe rappresentare un problema finché siamo vivi, perché mille e una notte abbiamo per scrivere, mille per ascoltare, oggi re persiano, domani sposa del sovrano… e poi ancora mille e mille da scoprire, narrare, inventare.

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Duello

gabbiani gemelli

Ha gli occhi verdi un po’ cupi, con le stesse pagliuzze color ruggine a me familiari dentro le quali mi perdevo durante le estati al mare, quando quel verde appariva meno cupo e autoritario, e invitava al lasciarsi vivere.
Di lui ho in mente la ragnatela di rughe tutt’intorno, ma lei quelle non le ha. Non ancora. Non le stesse.
Sono vittima di un furto, ma non mi capacito delle cose più elementari ed esordisco con una domanda che la fa sorridere con tutta la faccia:
“Da quanto tempo sei sua figlia?”
Ascoltandomi, in fondo, sorrido anch’io.
“Beh, non so se ti aspetti una vera risposta – mi dice – e comunque ho diciotto anni, dunque… Fatti un po’ di conti” e scuote la testa, saccente.
Cretina. Una cretina di diciotto anni che finge di saperla lunga, con quelle inequivocabili pagliuzze color ruggine. E che dire della gobbetta sul naso? A lei sta pure bene, la stronza.
“Com’è – insisto con tono affilato – avere il padre di un’altra?”
Sono sul piede di guerra, non penso neppure a lui né mi chiedo più con apprensione come stia. Ho altro da fare adesso.
“Sei assurda… Non ti ho rubato niente io, è solo che abbiamo lo stesso padre, io non ho preso quello di qualcun’altra come fosse un cappotto o l’ultimo pacco di riso al supermercato! Non è colpa mia né tua, siamo vittime di debolezze d’altri, tutto qui”.
“Tutto qui?!?”
“Sì, tutto qui. E io non ce l’ho con te. Forse dovresti assumere un atteggiamento più maturo.”
Più maturo? Ho dieci anni più di questa idiota che nemmeno ha il diritto di star qui, e non sopporto quel suo far ballare la gamba destra, o le occhiaie che sbandiera per mostrare la SUA preoccupazione per MIO padre.
“Chi ti ha detto dell’incidente?”
“Mia madre” risponde.
“E dov’è adesso? Non è abbastanza preoccupata?” sarcastica.
“È morta da tre anni. Me lo ha detto in sogno”.
Sì, figuriamoci, ora abbiamo pure la veggente.
Si apre una porta, lei scatta in piedi prima di me. PRIMA di me. Vederci dei significati non mi compete. Io sono quella incazzata.
“L’intervento è riuscito – dice l’estranea che puzza d’ospedale – dobbiamo solo aspettare. Tra 48 ore scioglieremo la prognosi, ma ha un’ottima tempra, siamo fiduciosi. Mi scusate un momento?” e risponde al cellulare.
Sul davanzale della grande finestra, si posano due gabbiani. Sembrano gemelli, due gocce d’acqua.
La diciottenne sorride, io per lei non esisto più. I gabbiani “fratelli” volano via. Sento il bisogno di ferirla.
“Io ci ho vissuto insieme, non posso permettermi di perderlo. Per te è diverso. Ne hai già fatto a meno ogni sera. Le figlie delle amanti non hanno favole, alla sera…”
Sorride ancora, credo andrà via, e ciò le salverà la vita. Perché la vorrei morta, adesso, mentre risponde serafica:
“Le favole possono essere raccontate anche al risveglio, mentre le figlie legittime dormono ignare altrove… ci hai mai pensato?”
L’infermiera si ricorda di noi proprio in quell’istante. Ci dice che papà invocava Paola.
“Chi di voi è Paola?”
Non sono io, non è lei. La famiglia si allarga.
Non è mia madre, non è la sua.
Paola?
La diciottenne sta ridendo a crepapelle, adesso.

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