Susanna Trossero

scrittrice

Un’epoca senza te

Un’epoca non è lunga cent’anni.

Non se ne conosce la durata esatta; è un tempo che comincia in sordina, si sviluppa circondandosi di caratteristiche che lo rappresentano, che forse lasceranno il segno in qualcuno e in qualcosa, ripetendosi fino alla sua conclusione in modo del tutto naturale.

Ebbene, con te, è finita un’epoca.

L’epoca dell’ossessiva consultazione del meteo in tv: farà troppo caldo per lui? Non facciamogli mai mancare punti di ristoro, acqua fresca e pulita.

Farà troppo freddo? Una cuccia accogliente, morbida, al riparo dalle notti invernali o dalle improvvise tempeste di vento.

Pioverà? Oh no, la pioggia no, lui a volte resta immobile sul vialetto mentre l’umido scroscio lo ricopre, e solo troppo tardi – quando è oramai fradicio – quell’atto di ribellione provoca la contrariata fuga.

No, la pioggia no. Lui non si lascia asciugare e noi, facendolo comunque per salvaguardarlo da raffreddori, rimediamo qualche nuova cicatrice: le mani, un campo di battaglia.

La primavera sì! Lucertole da importunare, asfalto caldo sul quale rotolare beato, moschini da inseguire, lunghe pennichelle, notti da girovago.

Con te, è finita un’epoca.

L’epoca del primo pensiero al risveglio: portarti la colazione era priorità assoluta e priorità era che tu pranzassi o cenassi prima di me, o sedersi a tavola pareva un atto di egoismo.

L’ultimo pensiero alla sera: se dormivi, dove e per quanto tempo? Venirti a cercare nel cuore della notte per accertarsi che tu fossi tranquillo in cuccia, o magari all’alba, era un fatto naturale per noi, quando il freddo si faceva pungente.

Con te, è finita un’epoca.

L’epoca delle rassicurazioni durante i botti di Capodanno, portandoti dentro casa di un’altra tua amica umana, laddove ti arrabbiavi perché venivi rinchiuso, tu così libero, mentre fuori scoppiava quella stupida e insulsa guerra ad annunciare un nuovo anno. Un nuovo anno che sempre cominciavi dapprima tremante, poi borbottando contrariato.

L’epoca di uscite e partenze organizzate: pensi tu alla pappa? Lo porti tu a letto? E tu lo porti in cuccia se piove?

Dei messaggi sul telefonino per restare in contatto tra noi mamme adottive.

L’epoca dei consulti con l’amico – il caro, insostituibile Amico – veterinario, che tante volte ti ha rimesso in sesto e che ti ha regalato la tappa della vecchiaia, non raggiungibile per tutti. Non ci sono parole per ringraziarlo…

L’epoca dei mille occhi alla finestra, per proteggerti da qualche infido personaggio che pareva infastidito dall’amore che ti circondava.

In ogni storia, in ogni epoca appunto, c’è qualcuno i cui limiti parlano da soli, ma ciò non ti ha impedito di procedere passo dopo passo, spedito e caparbio.

Sì, un’epoca è finita: la tua, la nostra con te, quella di tutti noi che ti abbiamo seguito in quella calda e organizzata gestione comune, durante la quale ho fatto in modo che tutti si abituassero a chiamarti con un unico nome, Ciccio.

E, in questa nuova epoca che senza di te comincia, tre pensieri mi confortano:

  • aver contribuito a darti una buona vita, in cui niente ti mancasse perché fosse lunga e felice;
  • aver rispettato il tuo bisogno di libertà lasciandoti vivere da vero felino, senza snaturarti;
  • aver saputo – infine – che ci hai lasciati all’improvviso, senza lunghe agonie, a ben 16 anni di età, dopo una giornata come le altre di passeggiate, pennichelle e sano incredibile appetito.

Buona notte Ciccio, indimenticabile Highlander di un quartiere romano di periferia.

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Soltanto un animale

Il gatto Ciccio

“È soltanto un animale”… Quante volte l’ho sentito dire. Ma interagire, con un animale, conoscerlo a tal punto da tradurne il linguaggio, e parlargli sicura d’essere compresa grazie a codici e rituali creatisi nel tempo, e dal tempo consolidati, è davvero niente?

È niente quel suo festoso correrti incontro ogni volta che ti vede o sente i tuoi passi, perché tanto è “soltanto” un animale?

Mi piacciono tutti, gli animali, ma con grande facilità instauro rapporti particolari con i gatti, rapporti che spesso hanno stupito i miei amici. Eppure credo non sia difficile farlo, se ci si ricorda che un gatto ci sceglie come amico, non come “padrone”.

Rispettare le sue esigenze, accettare il suo carattere felino fiero e indipendente, e dunque mai del tutto domabile; rendergli la vita più bella per quella voglia di dare da lui riconosciuta… E ricevere, ricevere tanto da quei lunghi silenzi o giochi o corse o buffe acrobazie di bentornato.

Ma è “soltanto” un animale.

Una recentissima ricerca giapponese, rende noto agli scettici che l’intelligenza del gatto è paragonabile a quella del cane e addirittura a quella dell’uomo. Possiede la nostra stessa memoria episodica, la stessa capacità di ricordare momenti sgraditi e altri gratificanti, e il suo cervello racchiude funzioni introspettive e stati di consapevolezza. Allo stesso modo, e così come i cani, i gatti possono provare piacere ricordando le loro esperienze positive. E sappiate che con loro non si può mentire: riconoscono le emozioni che il viso dei loro amici uomini tradisce.

Lo studio nipponico trae una conclusione interessante: l’uomo è molto più simile ai suoi amici a quattro zampe di quanto creda, dunque forse dovrebbe riflettere un po’ di più prima di dire frasi come “è soltanto un animale”.

Ci si lega, a un animale.

Diviene parte delle tue giornate e delle tue preoccupazioni: piacere e impegno al tempo stesso.

Lo si cura, lo si ama, e ci si sente da lui amati. Un piccolo grande amico che non vorresti mai sapere solo, triste, sofferente, maltrattato o spaventato.

Perché, per dirlo con le parole di Darwin, “La compassione e l’empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo possa ricevere in dono”.

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