Susanna Trossero

scrittrice

Duello

gabbiani gemelli

Ha gli occhi verdi un po’ cupi, con le stesse pagliuzze color ruggine a me familiari dentro le quali mi perdevo durante le estati al mare, quando quel verde appariva meno cupo e autoritario, e invitava al lasciarsi vivere.
Di lui ho in mente la ragnatela di rughe tutt’intorno, ma lei quelle non le ha. Non ancora. Non le stesse.
Sono vittima di un furto, ma non mi capacito delle cose più elementari ed esordisco con una domanda che la fa sorridere con tutta la faccia:
“Da quanto tempo sei sua figlia?”
Ascoltandomi, in fondo, sorrido anch’io.
“Beh, non so se ti aspetti una vera risposta – mi dice – e comunque ho diciotto anni, dunque… Fatti un po’ di conti” e scuote la testa, saccente.
Cretina. Una cretina di diciotto anni che finge di saperla lunga, con quelle inequivocabili pagliuzze color ruggine. E che dire della gobbetta sul naso? A lei sta pure bene, la stronza.
“Com’è – insisto con tono affilato – avere il padre di un’altra?”
Sono sul piede di guerra, non penso neppure a lui né mi chiedo più con apprensione come stia. Ho altro da fare adesso.
“Sei assurda… Non ti ho rubato niente io, è solo che abbiamo lo stesso padre, io non ho preso quello di qualcun’altra come fosse un cappotto o l’ultimo pacco di riso al supermercato! Non è colpa mia né tua, siamo vittime di debolezze d’altri, tutto qui”.
“Tutto qui?!?”
“Sì, tutto qui. E io non ce l’ho con te. Forse dovresti assumere un atteggiamento più maturo.”
Più maturo? Ho dieci anni più di questa idiota che nemmeno ha il diritto di star qui, e non sopporto quel suo far ballare la gamba destra, o le occhiaie che sbandiera per mostrare la SUA preoccupazione per MIO padre.
“Chi ti ha detto dell’incidente?”
“Mia madre” risponde.
“E dov’è adesso? Non è abbastanza preoccupata?” sarcastica.
“È morta da tre anni. Me lo ha detto in sogno”.
Sì, figuriamoci, ora abbiamo pure la veggente.
Si apre una porta, lei scatta in piedi prima di me. PRIMA di me. Vederci dei significati non mi compete. Io sono quella incazzata.
“L’intervento è riuscito – dice l’estranea che puzza d’ospedale – dobbiamo solo aspettare. Tra 48 ore scioglieremo la prognosi, ma ha un’ottima tempra, siamo fiduciosi. Mi scusate un momento?” e risponde al cellulare.
Sul davanzale della grande finestra, si posano due gabbiani. Sembrano gemelli, due gocce d’acqua.
La diciottenne sorride, io per lei non esisto più. I gabbiani “fratelli” volano via. Sento il bisogno di ferirla.
“Io ci ho vissuto insieme, non posso permettermi di perderlo. Per te è diverso. Ne hai già fatto a meno ogni sera. Le figlie delle amanti non hanno favole, alla sera…”
Sorride ancora, credo andrà via, e ciò le salverà la vita. Perché la vorrei morta, adesso, mentre risponde serafica:
“Le favole possono essere raccontate anche al risveglio, mentre le figlie legittime dormono ignare altrove… ci hai mai pensato?”
L’infermiera si ricorda di noi proprio in quell’istante. Ci dice che papà invocava Paola.
“Chi di voi è Paola?”
Non sono io, non è lei. La famiglia si allarga.
Non è mia madre, non è la sua.
Paola?
La diciottenne sta ridendo a crepapelle, adesso.

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