Susanna Trossero

scrittrice

Scrivere è un’avventura

fine estate

Il buio ci raggiunge un po’ prima adesso, con tramonti anticipati rispetto a quelli estivi e piovaschi improvvisi che provocano banchetti tra le zanzare in aumento. Eppure, la calura non ne vuole sapere di lasciarci ed è questo il periodo che preferisco, che risveglia in me la voglia e il bisogno di scrivere, che mi invita a lasciar scorrere i pensieri sulla carta, rigorosamente per mezzo di una penna. Pensieri scollegati, illogici, ma che necessitano di essere liberati per divenire incipit, per trasformarsi da bruco in farfalla e dar vita a storie.

Oggi un’amica mi ha confessato di essere attratta dalla scrittura ma di temerla, perché scrivere – così come leggere – mette in moto qualcosa, ci espone al pensiero, all’introspezione, alla conoscenza di sé che non sempre si rivela piacevole. Secondo Freud, la scrittura in effetti è anche ritorno del rimosso, e sappiamo tutti che nel momento in cui si mette in moto il meccanismo della rimozione, si allontanano dalla coscienza desideri, ricordi, pensieri considerati dall’io inaccettabili, insostenibili. Ma non è forse altrettanto vero che la conoscenza di sé consente di compiere scelte più vicine a noi?

Scrivere è anche abolizione di censure, allontanamento di bavagli autoimposti o “consigliati” dalle circostanze, dai nostri stessi affetti addirittura!

E allora lasciamoci andare, liberiamo ciò che in noi alberga timido o scalpita impaziente; che il flusso dei pensieri scorra come sangue nelle vene, che si appresti a riversarsi sui quaderni puliti o su di un foglio word, che diventi per noi canzone da sbandierare al vento e non segreto da custodire. Che le idee si moltiplichino, che la fantasia si faccia sfrenata, che la giornata non basti più per tutto ciò che abbiamo da scrivere o perché no, da leggere.

Perché “Scrivere un libro è un’avventura. Si incomincia che è un giocattolo, un divertimento, ma poi diventa via via un amante, un padrone, un tiranno. Nell’ultima fase, mentre siete in procinto di riconciliarvi con questa vostra schiavitù, uccidete il mostro e lo gettate in pasto al pubblico.” (Winston Churchill – 1959)

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Chi pensa avvelena anche te: digli di smettere

pensiero molesto

La lucidità non estirpa il desiderio di vivere, tutt’altro, rende solo inadatti alla vita.
(Emil Cioran, L’inconveniente di essere nati, 1973)

E se fosse davvero così? Se l’essere lucidi e attenti osservatori – virtù o difetto che vanto di possedere – fosse un vero e proprio handicap?
Non è forse la lucidità a levare parte dello spirito di adattamento? Ci spinge a valutare, analizzare, levando la possibilità di adattarci passivamente alle situazioni o alle persone, dando origine poi alle nevrosi, così come Freud ci insegna. Dunque, comprendere di più e meglio, tradurre la realtà che ci circonda, conduce non tanto alla superiorità della conoscenza o a uno stimolo per l’intelletto, quanto a un dispiacere intimo, a una delusione costante.

Non mi piace. In pratica, chi non si adatta diviene una sorta di disadattato, e chi si adatta diviene un sottomesso alle circostanze, alla realtà.
Afflitti dall’incapacità di accettare equilibri o di sottostare al quieto vivere, scegliamo ben altra afflizione: quella del vedere meglio, del penetrare le cose o le situazioni, ovvero ciò che conduce ad una sempre maggiore incapacità di relazionarsi con gli altri. Il rischio è quello di notare subito il “difetto”, di ergersi a giudici, o di venir fuori disorientati dal contatto con l’altro e, ancora, di sentirsi l’unico soggetto “normale” immerso nelle “stranezze” altrui.

A conti fatti, si potrebbe dedurre che la lucidità, la razionalità eccessiva, alieni i rapporti con il mondo esterno; come girare al largo dagli effetti collaterali provocati da “doti” inadatte alla vita?

Riflettere, osservare, nuoce gravemente alla salute mentale?

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