Susanna Trossero

scrittrice

Le parole mancate

Povero blog, dimenticato, trascurato, silenzioso, privato di parole pur sapendo che sono proprio le parole a farlo vivere…

Oggi, 21 settembre, mi ritrovo qui a pensare che il tempo è qualcosa di subdolo, ingannevole, che si muove e scorre senza domandare nessun parere e dei pareri altrui si fa beffa.

Sì perché soltanto adesso mi rendo conto di quanto ne è passato dall’ultima volta che ho scritto qualcosa proprio qui, ed è inutile rammaricarsene visto che non è neppure la prima volta che accade. La scrittura che tanto amo, è passata in secondo piano così come la lettura, rispetto a cambiamenti che mi hanno travolta piacevolmente. Eppure, travolta o no, ho avvertito che qualcosa mi è mancato ma non sapevo ancora di che si trattasse.

Adesso sì: il piacere di leggere, di creare, di lasciare andare le sensazioni provando a dar loro un nome sulla carta o quello di cercare il nome che altri hanno dato loro.

Perché leggere, scrivere, è anche questo. E basta ricominciare a farlo per capire che di questo siamo fatti.

Dopo un trasloco, mi sono ritrovata a riorganizzare la mia libreria con tanti romanzi classici che ho avuto la fortuna di ricevere in dono. E non parlo di pochi libri ma di interi scatoloni pieni. Un lungo meraviglioso inverno mi attende con tutti loro, e vi racconterò ciò che lascerà segno indelebile nella mia anima. Ciò che mi renderà più creativa o recettiva. Ciò che mi indurrà a pensare in modo differente o a scoprire differenti modi di raccontare i pensieri.

Spero lo farete anche voi, con le vostre letture, e che ci faremo tanta compagnia; io comincio con Canne al vento, di Grazia Deledda: “Siamo canne e la sorte è il vento”, scrive.

Un abbraccio autunnale a voi che restate con me anche quando in questo blog divento avara di parole… Esserlo è sempre un male: bisognerebbe fare come Emily Dickinson:

“Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere”.

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Luci di Natale

luci-di-natale-230816Che cosa regalare a Natale? Ogni anno ci si pone la stessa domanda, che in genere trova facile risposta se si conosce molto bene colui o colei a cui indirizzare il dono, ma non sempre è così semplice. Io suggerisco volentieri di favorire la lettura, e lo faccio da lettrice, non da scrittrice: sono tanti i libri che ho ricevuto (con mia grande gioia) e che ho regalato, nel corso della vita, basandomi sui gusti personali dei destinatari quando li conoscevo, o sull’intuito che per fortuna non mi ha tradita quasi mai. Invito spesso tutti a non considerare soltanto i best seller, gli autori più famosi, i libri in testa alle classifiche. Curiosate tra le delizie inaspettate di nuovi nomi promossi dalla piccola e media editoria, quella che investe sul talento e si muove con passione, che stampa pochi titoli l’anno cercando di compiere un’accurata selezione, e che offre piacevoli racconti o romanzi riproponendo anche nomi del passato.

Per esempio, è nato di recente Luci di Natale, pubblicato dalla Graphe.it di Perugia, che affianca un autore attuale – Daniele Mencarelli – al premio Nobel per la letteratura, Grazia Deledda. Questa delicata strenna natalizia, ha il costo di un biglietto d’auguri ma ha una valenza ben diversa, poiché regala una piacevole lettura e ci fa addentrare in due modi diversi di vedere il Natale, anticipati da una poesia di Edmond Rostand.

La prima storia, quella raccontata da Grazia Deledda ne Il dono di Natale, ci porta nel mondo semplice e faticoso al tempo stesso di una cultura agropastorale, facendoci respirare i profumi di una cucina povera ma ricca di gioia e di aspettative, con tutta la famiglia riunita per l’occasione. Un ambientazione calda e accogliente, in cui il giovane protagonista vive con entusiasmo una duplice occasione di festa: quella della notte di Natale e la festa di fidanzamento dell’unica sorella. Le focacce, l’arrosto, il vino cotto, i dolciumi tipicamente isolani e la torta gialla come il sole, faranno parte di quella bella tavola imbandita, più ricca di quella dei vicini ma meno importante. È dai vicini di casa infatti, che in quel magico ventiquattro dicembre si rinnoverà un antico miracolo che andrà ben oltre una ricca mensa…

Poi troviamo il racconto originale e inquietante di Daniele Mencarelli, intitolato A.D. 2953. Ambientato in un futuro che non prevede la morte, si muove Argo, di centoventisei anni, il quale ha compreso che nel sogno realizzato dell’immortalità vi è qualcosa di sbagliato, di innaturale. In una realtà in cui l’uomo ha il meglio sulla natura e sul suo Dio, cos’altro resta? Che ne è stato dell’anima e del miracolo della vita o dell’ineluttabilità della morte?

Tra le due storie, dopotutto, esiste un legame, così come sempre esiste qualcosa che accomuna un tempo andato al presente, anche se spesso non lo notiamo… Qualcosa di trascendentale, ne impregna le pagine, e a leggerli vi porrete una domanda sulla bellezza della vita, dubitando di qualcosa: sarebbe così apprezzata se sconfiggessimo la morte?

L’idea della Graphe.it di offrire un libricino natalizio in cui si mettano insieme due racconti – uno ambientato in tempi lontani, uno legato ai giorni nostri – è nata l’anno scorso, quando ha pubblicato Racconti di Natale, che racchiudeva un testo di Carlo Collodi e uno di Eleonora Mazzoni.

Spero di esservi stata utile, e se leggerete questo piccolo libro fateci sapere quale è il filo conduttore che avete trovato tra le due storie, sarà un piacere conoscere il vostro punto di vista.

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Quando tutto profuma di pane

Il pane carasau dalla parrucchieraChe bel fine settimana, quello appena passato! Due incontri originali che mi hanno colpito molto nella loro diversità: parlo delle due presentazioni del libro Il pane carasau, per le quali la coautrice Antonella Serrenti ha preso un aereo per Roma, portando con sé una valigia carica di entusiasmo. La prima, sabato 22, ci ha viste chiacchierare di tradizioni sarde con le clienti della parruccheria A & F Hair Style, ed è stato un piacere constatare che tra una spazzolata e un colpo di lacca, ogni donna presente aveva voglia di conoscere la storia di questo antico pane sardo. Attendiamo con curiosità gli esiti degli esperimenti culinari che qualche signora ha promesso di fare utilizzando le nostre ricette. Un grazie di cuore alle care Francesca e Alessia che ci hanno ospitate.

Domenica 24 invece, di buon mattino ci siamo messe in viaggio per l’Umbria raggiungendo il ristorante L’Alberata, a Collepepe, proprio alle porte di Perugia: un luogo suggestivo reso ancor più bello dalla nebbia e dalle foglie cadute e ricoperte di brina. Là, abbiamo ritrovato la Graphe.it e conosciuto la proprietaria del ristorante, la signora Silvana , la quale ci ha accolte con grande calore. Il nostro relatore era Antonio Manunta, etnobotanico sardo, fonte inesauribile di aneddoti nonché grande conoscitore della cultura isolana, e ci ha affiancate e supportate il caro Natale Fioretto, direttore scientifico della casa editrice, a cui abbiamo affettuosamente conferito la “cittadinanza sarda”. Al termine della presentazione, durante la quale abbiamo anche conversato con un pubblico coinvolto e curioso, è stato servito un delizioso pranzo, il cui protagonista era naturalmente il pane carasau: come antipasto piccoli cestini di carasau ad accompagnare vari gustosissimi paté, poi ravioloni di pane carasau ripieni di ricotta e spinaci e affogati in un brodo di carne; come secondo, uno spezzatino di grasso e magro di maiale su base di pane carasau biscottato accompagnato da purea di patate, e – per finire in bellezza – tortina di sfoglie di pane carasau al ripieno di crema e cioccolato, con scorzetta d’arancia caramellata. La signora Silvana, basandosi sui consigli culinari del nostro libro ha creato questi deliziosi accostamenti, e ha anche offerto una versione vegetariana del menù, per accontentare ogni palato. Vi è venuta fame? Beh, non potendo condividere con voi i profumi e i sapori di quella cucina, vi invito a visitare la pagina Facebook  della Graphe.it per vedere le foto di quei piatti.

E adesso ci si prepara per altri incontri nell’attesa di un Natale sempre più vicino all’estate; tutto corre via velocemente, ma restano impressi per sempre i volti incontrati, gli abbracci ricevuti, e quella deliziosa accoglienza profumata di pane che sempre ci viene riservata.

Vi lascio con le parole di Grazia Deledda, lette in pubblico da un’Antonella Serrenti fiera e commossa:

“Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.
Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo, lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.
Noi siamo sardi.”

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La sorte del grano

A Nettuno con il pane carasau

Ebbene, nonostante la tempesta in corso ieri alle 18 a Nettuno, la presentazione del libro Il pane carasau. Storia e ricette di un’antica tradizione isolana si è svolta grazie agli amici temerari dell’Associazione Culturale Tempo Meccanico; Renzo Ridolfi in testa – presidente dell’associazione – hanno sfidato le intemperie per una piacevole chiacchierata sulle tradizioni sarde e per una degustazione di pane carasau accompagnato dal vino Cannonau, in grado di riscaldare gli animi! Il mio grazie oggi va a tutti loro, ai soci, a Renzo e alla sua simpaticissima moglie, per l’ospitalità sempre così calorosa e per l’amicizia dimostrata.

È sempre un piacere per me condividere con i lettori il mio scrivere, soprattutto quando una presentazione si arricchisce con le domande o i punti di vista dei presenti; inoltre è mio desiderio – con questo libro così differente rispetto agli altri da me pubblicati – raccontare di una Sardegna per molti sconosciuta ma affascinante da scoprire attraverso “su pani fattu in domu” ( il pane fatto in casa), quello che racconta storie infinite, che sopravvive a più di una stagione e che prima ancora di esistere è parte di un’idea impregnata di sacralità, comunione e fratellanza.

Oggi vi lascio con una frase citata nel libro, ma che appartiene al grande Salvatore Cambosu, figlio di uno zio materno della scrittrice Grazia Deledda. La frase e la sua traduzione, sono presenti nella raccolta “Miele Amaro”, scritta nel 1954:

“Ti facan che ass’orzu
mancu a su peius nemigu lu nès.”

La traduzione esatta è: “Ti tocchi la sorte dell’orzo/ neanche al peggior nemico lo augurare”, il cui senso è più esteso e comprensibile in questo passaggio:

“Non augurare mai a nessuno la sorte dell’orzo. Non dico di quella che gli tocca come biada alle bestie, ma di quell’altra che consiste in tanti maltrattamenti, uno dietro l’altro, e di altrettante torture, perché diventi pane.”

Dunque, se avete un nemico che vi rende la vita difficile, non occorre che cerchiate troppo lontano qualcosa di terribile da augurargli nei momenti di rabbia: sarà sufficiente pensare al povero orzo, che tutto subisce per mano di un destino a cui mai potrà sottrarsi…

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