Susanna Trossero

scrittrice

Il mio migliore amico? Uno Smartphone!

telefonino

Lo so: sono arretrata. Il mio telefono cellulare appartiene all’età della pietra, è un vecchio modello che non sorprende con belle foto e seppure potesse essere in grado di farne di brutte, non saprebbe a chi e come inviarle, visto che non è in grado di navigare su internet.

Il mio telefonino non ha il navigatore e non conosce altre maniere per indicarmi la via, all’estero risulta sempre fuori campo, non mi aggiorna sul meteo, non mi fornisce i nomi dei ristoranti né sa illuminarmi sui film in programmazione. Il mio telefonino, pensate, non sa neppure fare il caffè. Però pare indistruttibile, la batteria dura tre giorni, sa ricevere sms e/o telefonate, e mi permette di scriverne e farne.

Nella sala d’aspetto del medico chiacchiero con chi mi sta vicino, dalla parrucchiera leggo un libro che mi sono portata da casa, anche in treno lui sta chiuso nella borsa e io osservo gli altri, mi domando chi sono e cosa fanno, sorrido ai bimbi, guardo il paesaggio fuori dal finestrino. Il mio telefonino neppure racconta alle mie amiche – attraverso immagini in tempo reale – dei miei viaggi mentre io stessa li sto ancora vivendo: lo faccio io al mio rientro, appena posso, magari posto le foto via fb, certo, in fondo non sono del tutto arretrata e a qualcosa mi sono arresa.

Al cinema, prima che il film cominci, chiacchiero con chi è là con me o inauguro il mio mitico secchiello di pop corn, senza provare l’urgenza di comunicare su fb – naturalmente mediante il mio telefonino – che film sono andata a vedere. C’è tempo, posso sempre farlo più tardi, dal pc, a casa. A dirla tutta, mi sento un po’ sola perché gli altri – in ognuna di queste circostanze – guardano proprio lui, il loro telefono cellulare: gli sorridono, gli parlano, e armeggiano con foto da inviare, giochi e… app.

A proposito di ciò, qualche settimana fa leggendo la rivista Donna Moderna, ho letto una pubblicità dal titolo “Il dottore sullo Smartphone”. Se hai la febbre e vuoi monitorarla, ti aiuta un particolare termometro che si chiama Mythermo. Basta puntarlo a pochi centimetri dalla fronte e conosci la tua temperatura, grazie a un sensore a infrarossi che la invia al tuo smartphone. A te non resterà che consultarlo.

Scusate ma… il caro vecchio termometro non salterebbe un passaggio?

E ancora: “Il bagnino da polso”. Se il vostro bimbo si spinge in acque troppo alte e non sa nuotare, il suo braccialetto chiamato Swinbande vi manderà subito un sms sullo smartphone. Tranquille, funziona fino a 30 metri. Ma se invece lo teneste d’occhio personalmente, così come le mamme o i papà hanno sempre fatto? E ancora: se i metri diventassero 31?

Per finire, ciliegina sulla torta: arriva l’app che ci aiuta a capire come ci sentiamo. Si chiama Pro Mood e ci insegna ad avere un rapporto più intimo con il nostro cellulare. Grazie a lui infatti, scopriamo che cosa ci rende tristi o felici. Ogni giorno, ci arriva via sms la domanda “come stai?” e noi rispondiamo attraverso simboli e test che ci vengono via via proposti. In seguito, saprà fornirci le risposte che cerchiamo, soddisfacendo il nostro “bisogno ancestrale di comprenderci nel profondo”, così cita l’articolo. Insomma, il telefonino diventerà il nostro coach.

Scusate il mio non stare al passo con i tempi, in realtà è sempre stato un mio limite, ma, in tutta onestà, ditemi: è davvero di questo che avevamo bisogno?

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Valigie vuote, valigie piene

valigie

Perché da ragazzi ci si sveglia a mezzogiorno come fosse un’esigenza fisica alla quale non ci si può sottrarre? Poi non è più così, tutto cambia insieme a un mare di altre cose. La crema ai fiori di pesco per sentirsi donna, i giochi per la via, i compagni di viaggio di un tempo andato che in tutti lascia un segno prepotente, in alcuni colorato di sole, in altri cicatrice profonda. Avevo appena lasciato Barbie e già mi preparavo a pensare e agire da adulta.

Ho addosso il sogno faticoso della notte, e mi sento come se non fosse ancora concluso, nel desiderio di tradurlo e nella frustrazione del non saperlo fare. Mi concentro per ricordarlo tutto, lo rivivo da sveglia affascinata da ciò che il cervello partorisce a nostra insaputa…

Sono in una strada assolata, alle prese con la preoccupazione di una valigia perduta; il contenuto non è poi così prezioso, ma il non sapere che fine ha fatto mi getta nell’ansia. Incontro una donna che ne possiede una identica: è la sola persona che percorre la mia stessa strada, non può essere una coincidenza, quella deve essere di certo la valigia che ho perduto. Ne nasce una discussione dove io mi agito e lei resta calma. Mi dimostra che il contenuto è del tutto differente da ciò che vado cercando, e non posso che arrendermi all’evidenza, ancora non del tutto convinta: non è la mia valigia. Ecco, così finisce il sogno.

Tiro su i cuscini e raccolgo il portatile da terra; poggiandolo sulle gambe lo accendo e mi appresto a vagare in cerca di risposte, benedetto internet.  Compiendo una breve ricerca, scopro che la valigia si collega al viaggiare della vita; il suo peso ne blocca e ne ostacola situazioni, ricordi, relazioni, progetti, e il suo contenuto rappresenta il proprio corredo personale di qualità e risorse interiori.

Pesi e zavorre della vita, insomma. Nel momento in cui i “bagagli” vengono visualizzati nei sogni, un cambiamento è in atto, ed il sognatore deve prendere coscienza di ciò che è parte di sé e che sta mostrando agli altri, di ciò che sta “portando a spasso” come una valigia.

E voi, che portate a spasso, in questo agosto vacanziero? Soltanto costumi da bagno e infradito, o anche i bagagli segreti del cuore?

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