Susanna Trossero

scrittrice

Che l’estate vi sia amica

estate

Lo so, vi state lamentando per il caldo, “quando è troppo è troppo” dite. Ma ci sono molti modi per accoglierlo e l’ultimo che vi consiglio è… lamentandovi. Arriverà la pioggia, rabbrividirete dentro i vostri cappotti, il buio stenderà il suo manto all’ora della merenda, le passeggiate dovranno essere accompagnate da ombrelli e sciarpe e vi domanderete: “ma quando arriva l’estate?”

E allora godetevela adesso no? Al mare, se vi piace, magari con un buon libro, o in montagna a ritemprare mente e spirito con lunghe passeggiate… I più fortunati andranno lontano lontano, a scoprire paesi da cartolina o città all’altro capo del mondo, altri lavoreranno ancor di più, e altri ancora saranno costretti da circostanze sfavorevoli a stare a casa. Ma ci sono anche quelli che a casa ci vogliono restare, per godere della città vuota, di un dolce far niente, di qualche gelato in più, film e buone letture in agognata solitudine o in dolce e intrigante compagnia. Voi che sceglierete questa soluzione, non dimenticate vi prego che qualcuno, nel vostro condominio, è anziano e solo. Portategli un gelato, o bussate alla sua porta per sapere se ha bisogno di qualcosa, ve ne sarà grato! E mettete una ciotola d’acqua per i mici, mi raccomando, o per i cani randagi! Piccole cose che faranno Grandi voi.

Che l’estate vi sia amica, ovunque siate.

Susanna

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Le ciambelle sul mare

Le ciambelle sul mare

Sabbia, sabbia che porta il vento, che penetra ovunque dispettosa o che forma mulinelli giocosi. Sabbia negli occhi, che brucia, che acceca, o in bocca che “scricchiola” tra i denti e più non se ne va. Sabbia tra i capelli, durante le vacanze estive, o in granelli tra le dita che volano via senza lasciare traccia, come un nome che non ha motivo d’esser ricordato.

Ma anche sabbia sotto i piedi, che abbraccia le scarpe al tuo passaggio e resta immobile, umida e muta, in un’alba sul mare da condividere con un’amica. La ricordo, quell’alba, quei brividi di freddo accompagnati da una risacca ch’era musica lieve, le parole non dette per poterla ascoltare. E il cielo che pian piano perdeva quel nero assoluto per sfumare in un grigio ancora incerto, sebbene capace di stendere un manto del suo stesso colore sulla spiaggia, sui gabbiani più mattinieri, sulle piante grasse nate spontanee, sui gigli selvatici, sul faro e sulle rocce tutt’attorno.

Ricordo il sopraggiungere di un solitario cormorano e le sue evoluzioni da pescatore esperto, mentre maestoso cominciava a mostrarsi il sole, modificando ogni cosa nell’arco di un istante che subito diviene ricordo del passato.

Poi, il profumo di dolci appena sfornati, ci ha attratte verso il piccolo bar dalle sedie scompagnate, e quelle ciambelle, oh le ciambelle sul mare, sono rimaste nella memoria come le più soffici e fragranti.

Sporche di zucchero e appagate dallo spettacolo del sorgere del sole, ci siamo distese sulla sabbia che si faceva sempre meno umida, a godere dei raggi che via via divenivano da tiepidi a caldi, fino a che il sonno ci ha colte, proseguendo uno stato di grazia mai più dimenticato.

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Quando noi eravamo bambini…

uando noi eravamo bambini...

Quando io ero bambina, al cimitero della piccola cittadina di provincia in cui sono cresciuta, vi era un grosso rettangolo di terra battuta dove in perfetto ordine stavano file e file di croci bianche. Mio padre mi portava in campagna a raccogliere fiorellini e poi, una volta l’anno, li distribuivamo fra quelle croci. “Sono i soldatini morti in guerra – mi diceva – e meritano dei fiori. Questi poi profumano di campagna, e di sicuro a loro piaceranno.”

Era un piccolo rito che ricordo con grande dolcezza.

Quando io ero bambina, si andava al cinema la domenica mattina a vedere i cartoni di Walt Disney o a pattinare sulla piazza grande, e mio padre chiacchierava con i suoi colleghi autisti di pullman mentre mia madre stava a casa a preparare la salsa di pomodoro, quella buona in cui intingere il pane mentre la pasta cuoce. Nella scuola elementare che ho frequentato c’era la bidella Susanna, un donnone che andava in Vespa; nel corso, durante il pomeriggio c’era spesso un gruppo di ragazzetti che cantava attorno ad una chitarra; in via della Vittoria invece si riversava – al mattino presto – un fiume di chiassosi adolescenti diretti alle scuole medie. Quando io ero bambina…

Quando noi degli anni ’60 eravamo bambini, in domeniche d’agosto come queste, le mamme si svegliavano prestissimo per preparare melanzane alla parmigiana, fettine “impanate” o polpette, gnocchetti con la salsiccia e chissà quali altre buone cose da portare in spiaggia per una delle ultime giornate di mare tutte intere. Sotto i pini piegati dal vento, si costruivano altalene e si aprivano quei mitici tavolini rossi da pic nic che contenevano le quattro sedie, poi sulla spiaggia si piazzavano gli ombrelloni e i teli da mare. Sento ancora il profumo di resina mescolato a quello del mare e rivedo mia madre lavare le posate sulla riva, dopo pranzo, mentre mio padre legge un libro giallo all’ombra, con gli occhi che gli si chiudono perché – diciamocela tutta – quei pranzi al mare non erano esattamente pasti leggeri!

Quando noi eravamo bambini la domenica era un vero giorno di festa, in ogni stagione, e io vi auguro un poco di quella magica aria da gente semplice e felice di poco, in questo fine settimana, ovunque andiate e qualunque cosa facciate.

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Dove non c’è il mare

Il mare

Tempo di mare, pelle dorata, salsedine tra i capelli, castelli di sabbia, parei variopinti che sfilano sulla battigia…

Adoro il mare. Tempo fa, durante una delle presentazioni di Adele, uno dei presenti mi ha fatto notare che spesso sul mio blog appaiono frasi o immagini relative al mare, e mi è stato domandato cosa rappresenti per me. Non ho trovato grandi parole per dirlo, ma sono un’isolana che ha vissuto una vita intera a contatto col mare e lo sento da sempre un ambiente naturale in cui pensare, respirare, muovermi. Non c’è una sola epoca della mia vita che non sia collegata o collegabile a questo maestoso scenario: le estati passate in spiaggia dai primi soli fino agli ultimi tepori; gli autunni sardi, spesso ancora piacevolmente caldi, a guardare la pioggia sull’acqua, che disegna nostalgici cerchi ad ipnotizzare la vista; gli inverni malinconici e battuti dal maestrale, con le onde che torturano la roccia o schiaffeggiano il faro, ed io a camminare sulla sabbia in cerca di conchiglie. Il mare… Il mare per mangiare un panino con l’amica durante la pausa pranzo, il mare per le confidenze, il mare per raccontarsi segreti in una domenica nuvolosa, o quello per stare in gruppo a ridere e scherzare. Il mare dei giochi con mio padre, quello speranzoso della notte di San Lorenzo, nell’umidità del buio, il naso verso il cielo. Quello dei pomeriggi di Natale, nelle passeggiate con i cugini. Il mare dei bagni notturni in gioventù, con i falò ad illuminare la gioia di vivere, o quello delle nuove conoscenze che lasciano il segno nel cuore e nel futuro. Strani e suggestivi momenti, quando ne ascolti il suono mentre accarezza la battigia, o quando gli ultimi bagnanti si rivestono per tornare a casa lasciandolo finalmente in compagnia di sfacciati gabbiani e schivi cormorani. Se si è fortunati, nella mia Sardegna al tramonto o all’alba è possibile ammirare le evoluzioni di qualche vanitoso delfino: se mai vi capitasse, sappiate che non lo dimenticherete.

E il mare per scrivere o riflettere sulle proprie illusioni, seduti sulla spiaggia e infreddoliti, con il bavero del cappotto tirato su. In lontananza, solo un cane randagio o dei ragazzini alle prese con un aquilone.

Non c’è per me un luogo da sognare in cui non esista il mare.

 (Foto di Giulia D.)

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La bellezza della solitudine

È bella la solitudine, quando non è compagna di vita ma necessità, scelta serena. È bello quel silenzio che la circonda, quel non dover parlare o muoversi ma limitarsi ad ascoltare l’assenza di qualunque cosa che non sia pensiero privato. Perché temerla? Perché non provar piacere a sguazzarci dentro coccolandoci un poco, in un dialogo intimo privo di giudizi, fatto di indulgenza, di dolcezza e pazienza…

Una passeggiata tra le colline dell’anima, a cercare un fiore in quel deserto di niente che crediamo di possedere in noi quando non siamo amati: e perché non amarci un poco di più noi stessi? Perché tanto affannarsi divenendo compiacenti, elemosinando approvazione e carezze, se possediamo in noi quel tesoro che ci occorre? Perché, in cerca di oasi dalle fresche sorgenti, ci si accontenta poi di bere sabbia?

Star bene con se stessi: questo è il trucco per condividere la vita con qualcuno che non paghi il prezzo dei nostri bisogni…

E ritagliarsi uno spazio per continuare a star soli, quando ci va. Per annaffiare quel fiore nato dal deserto, e guardarlo con occhi materni crescere e sbocciare.

Mi piace il mare d’inverno, con le conchiglie vomitate sulla riva da un’onda irascibile. Mi piace la collina in autunno, spoglia e colorata di sfumature ocra. Mi piace l’odore della terra bagnata, quando finalmente smette di piovere dopo giorni e giorni di rigagnoli e pozzanghere per la via. Mi piace la melodia delle cicale nei pomeriggi d’estate, quando la città si svuota e ti senti unica sopravvissuta. Tutto questo è mio, è vostro, e non ha bisogno d’altro che di attenzione, perché diventi ciò che ci serve quando crediamo di non aver più nulla.

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