Susanna Trossero

scrittrice

Trabocchetti e piacevoli sorprese

I narratori seriali

Per molti ancora la scuola non è terminata: gli insegnanti raggiungono le aule oramai accaldati, la mente già altrove orientata verso il desiderio/necessità di riposo, mentre gli alunni si affannano a recuperare qualche insufficienza o si preparano agli esami dell’ultimo anno.

Noi della Fo.ri.fo invece abbiamo terminato il nostro lavoro. Il saggio di fine anno ha visto i miei Narratori Seriali alle prese con la lettura dei loro racconti in pubblico, ed è stato bellissimo condividere insieme piacere ed emozione, applausi e piccole grandi soddisfazioni. Una classe bellissima, un gruppo “variopinto” che non solo ha dimostrato determinazione e passione, ma che tanto mi ha dato dal punto di vista umano. Abbiamo riso, lavorato, scherzato, condiviso ben otto mesi, addentrandoci totalmente in un terreno denso di trabocchetti e piacevoli sorprese; questo e tanto altro è la scrittura, adesso anche voi lo sapete.

Al saggio mancava il nostro lupo di mare, Damiano Siragusa, e per uno scherzo della tecnologia che tanto ama, lo scritto da me letto al suo posto non ha avuto audio nel video che i suoi colleghi scrittori hanno girato. Per questo, e su loro richiesta, mi pare giusto e bello postarlo qui, augurando a lui buon vento e a tutti voi Narratori Seriali buon lavoro, visto il progetto ambizioso che avete deciso di portare avanti, e che di certo non svelerò neppure sotto tortura!

Damiano Siragusa – Al mare

Affiderò i miei occhi e il mio cuore alla prora tagliente
che insieme fendano il mare e avanzino sicuri
“sull’agitato dorso della morte”. (*)
Lascerò che il vento tocchi il mio viso,
accarezzi la fronte con mani invisibili,
sciolga le rughe e cancelli i miei anni.
Sentirò il calore del sole, il sale del mare,
le gocce di pioggia senza riparo,
nell’immenso, solitario, temuto e cercato,
padre di ogni orizzonte o prossimo abisso.
Mirerò il cielo stellato
che rende chiara la notte,
ogni astro un ricordo lontano,
ogni alba il sonno di un mago
che solo di notte si sveglia e agisce.
E allora, solo allora, chiederò…
A te che mi hai lasciato partire
a te che mi lasci avanzare
a te che mandi i delfini a salutare la mia rotta
a te che mandi l’albatro a indicare la prossima terra…
A te, a te chiedo di essere clemente e perdonare i miei errori
a te chiedo di lasciarmi tornare
a te chiedo di ridarmi il sorriso di chi mi ha salutato
a te chiedo di riportarmi a quegli occhi che tutto mi sanno.
A te, chiedo che lieve sia la prossima onda
e mi porti un altro respiro.

(*) da “La scia della balena” di F. Coloane

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La magia delle parole

magia delle parole

Quante piccole magie si nascondono, dietro le parole… Incontri, scoperte, condivisioni, scambi, nuove conoscenze e ancora parole. Alessia, che scrive dei versi bellissimi, si stupisce del fatto che io ne abbia condiviso alcuni sul mio blog, perché è più facile incontrare critiche e giudizi o usare parole altrui senza citare la fonte rispettandone l’appartenenza. “Mi ha rallegrato la giornata – scrive Alessia – l’aver capito che c’è chi, prima di essere scrittore, ama le parole, e non gli importa che provengano da chi è conosciuto oppure meno noto.”

Chi ama la scrittura, chi la vive come parte integrante di se stesso e non come cibo per l’ego, ama anche chi regala parole, chi esprime la propria interiorità attraverso di esse. E per fare ciò, per esser capaci di raccontarsi o raccontare, non occorre essere nomi noti, andare in tv o scrivere best seller che occupano le vetrine delle librerie: passione autentica, sensibilità, coraggio di esprimere ciò che nasce e cresce dentro. Questo ho trovato nei versi di Alessia Auriemma, anima profonda incontrata in rete per una di quelle piccole grandi coincidenze quotidiane che ci meravigliano sempre.

Un autrice che ama le panchine solitarie, persona reale che si avvicina come per magia all’irreale protagonista del mio romanzo “Adele”, fondendo le due dimensioni fino a creare un mondo fatto solo di parole, che tutto possono e tutto fanno.

“Basta sedersi sulla panchina e attendere. Si ferma sempre qualcuno alla mia panchina, magari un vicino di casa incuriosito dall’anziana signora che sorride al cane, benevola. A volte non è neppure un vicino, né qualcuno che porta a spasso il cane, ma qualche anima solitaria in vena di chiacchiere, o un’anonima ragazza in lacrime per il suo perduto amore. Io sto qui, sulla panchina, e senza alcun ferro per l’uncinetto osservo, ascolto. La realtà è anche meglio dei libri.”

Dal mio “Adele” – Graphe.it Edizioni.

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La penna silenziosa…

la penna si inceppa

Strano, quando la penna si inceppa. I pensieri si fanno astratti, galleggio in un’idea non ancora concepita e la confusione non è altro che assenza. Il foglio resta bianco e le sensazioni disturbano: silenzio, parole mancate, malinconia che insiste per essere raccontata, storie d’altri, tue o di nessuno, segreti mai svelati, frasi appuntate nella memoria…

La frustrazione si mette in panchina ad osservare la vita che scorre e poi, di colpo, tutto prende forma. Non so bene dove mi condurrà la penna che comincia a muoversi sulla vecchia agenda, forse da nessuna parte, forse nel cassetto dei progetti abortiti, forse sul tavolo dell’editore. Chi può dirlo? Nessuno.

Io posso solo dire che scrivere è bellissimo anche quando ti sembra di non avere nulla da raccontare. Perché, un attimo dopo, quel nulla diventa un fiume di parole.

 

Quanti e quali racconti, là sulla panchina. Quante vite, quante storie… Accadimenti che mettono in discussione ogni cosa, e il male e il bene si ritrovano separati da un confine così labile che eccoli infine a superarlo agevolmente. Come due amanti troppo a lungo distanti, si raggiungono, il bene e il male, si avvinghiano l’uno all’altro, e in un amplesso devastante si fondono in uno.

Scendo nelle profondità dell’anima, dunque dell’abisso, e ho la presunzione di vivere molto più intensamente di coloro che nuotano in superficie. Percorro le strade battute della vita ufficiale e penetro i sentieri accidentati di quella ufficiosa, dunque traghetto avanti e indietro la mia anima senza pace né sosta e non riesco neppure ad immaginare di poterne fare a meno. Che cos’è scrivere, se non questo?

                                                                           (Adele – Graphe.it)

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Buon anno a lettori e scrittori!

buon anno scrittoriMa secondo voi, chi è, in fondo, uno scrittore?

Un cantastorie, forse. Qualcuno che ci tiene compagnia movimentando il nostro quotidiano con la sua fantasia. Un amico che ci distrae, che ci rivela parti di noi attraverso le sue parole, che trova quelle giuste per raccontare qualcosa che già conosciamo. Un matto che ci trascina verso emozioni e personaggi irreali, e che ci fa volare con lui…

Vittorini, così rispose a questa domanda:

Io gli scrittori li distinguo così: quelli che leggendoli mi fanno pensare ecco, è proprio vero, confermandomi ciò che io so, e quelli che mi fanno dire non l’avrei mai immaginato, rivelandomi il nuovo.

L’irriverente Aldo Busi, senza giri di parole e sempre provocatorio, così esterna ciò che pensa:

Un perfetto cretino può diventare un industriale, un grande politico, un uomo ricchissimo. Ma un perfetto cretino non scriverà mai un grande libro!

Antonio Tabucchi, invece, la pensa così:

Credo che un grande scrittore sia quello che riesce a far riconoscere ad ognuno i propri sogni, perché in un buon romanzo possiamo trovare i sogni di tutti.

Nell’augurarvi un felice 2013, vi lascio ai festeggiamenti con una domanda: e per voi, chi è o chi dovrebbe essere uno scrittore?

Vi auguro un Capodanno da non dimenticare e che il nuovo anno sia per voi fonte di gioia, e quello passato degno d’essere ricordato!

 

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Vecchi ragazzi in festa

 

I colli bolognesi, una villa immersa nel verde e in basso la vecchia città che sonnecchia respirando il maggio emiliano. Classe 1960/66, una tavola imbandita di salumi regionali, pane casereccio, lasagne, buon vino, le crescentine (o gnocco fritto, se preferite).

Cimeli di famiglia impreziositi dall’età sono sparsi in ogni dove, ritratti ingialliti dal tempo, una libreria che lascia senza fiato! La classe ‘60/66 è là, al centro della grande stanza, che si dimena al suono della disco music anni ’80: avvocati, musicisti, scrittori, un’attrice, un filosofo, professori universitari, storici, un ingegnere cubano che ha scelto la libertà italiana, una poetessa, delle professoresse. Ragazzi a una festa, alleggeriti da adulti pesi, che bigiano il quotidiano e mangiano in piedi, ridono, si raccontano storie e riconoscono quel pezzo di Donna Summer e, ti ricordi? Quel Disco Inferno di quella volta lì.

Nessuna traccia di nostalgia o rimpianto, solo un divertirsi come allora e come allora  i gruppi che si formano e le domande di rito: “Ma tu non sei di Bologna, vero?” e via di seguito. Ma ce n’è una che, allora, non veniva mai formulata ed è “Tu cosa fai nella vita?”

C’è un tempo in cui tutti fanno le stesse cose, poi quel tempo finisce e comincia una strada differente per ognuno di noi, la strada delle scelte, del costruire o dell’affondare.

E tu cosa fai adesso?

Vado ancora a  una festa, ballo al centro di una stanza piena di fumo, il bicchiere in mano, è il compleanno di Andrea e stasera siamo tutti amici.

Classe 1960, 61, 62, 63, 64, 65, 66…

E, più tardi, si migrerà verso la mansarda della villa, con il sax e il piano che indurranno al silenzio, la bellissima voce della cantante del Kansas piovuta là alle due del mattino, le luci soffuse, la notte incantata che spia dai vetri chiusi. E tutti torneranno ad essere adulti, o vecchi ragazzi ancora capaci di sognare, di gustare l’intimità del “gruppo”, con lo sguardo perduto in un altrove che ai veri ragazzi è sconosciuto.

Classe 1960/66. Non siamo venuti poi così male.

Poche ore dopo, il terremoto. Ma questa è un’altra storia.

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