Susanna Trossero

scrittrice

Noi siamo quel grembiule

I tempi della scuola

Se gli studenti hanno ancora un po’ di tempo per “godersi” la scuola, noi del corso di scrittura narrativa siamo oramai giunti all’ultima lezione, dopo otto mesi di incontri, condivisioni, esperimenti e sorrisi.

Oggi riflettevo sull’ultima lezione, durante la quale abbiamo parlato di autobiografia. Dei vari modi di scriverla, trovo originale quella con un “leitmotiv”, ovvero quella che ha sullo sfondo della narrazione un tema ricorrente che la caratterizza.

Per esempio, avete letto Alta fedeltà di Nick Hornby? I capitoli sono scanditi da canzoni pop o rock degli anni settanta e ottanta.

Mi sono resa conto che anche ciò che indossiamo, può rappresentare un tema, un filo rosso che lega e caratterizza tappe della vita.

Proprio pensando alla scuola, mi è venuto in mente il grembiule bianco indossato alle elementari, per cinque lunghi anni, e di colpo ha preso forma nella mia memoria il ricordo di due bambine compite, educate, con appunto il grembiulino bianco candido e il fiocco perfetto, grande, ben stirato, che restava impeccabile per tutte le ore passate a scuola.

Le rivedo, quelle due bambine, e una sono io.

Io non conosco i suoi vestiti, lei non conosce i miei, noi siamo quel grembiule e neppure i polsini sporchiamo, mentre le altre compagne – la classe è tutta femminile – li anneriscono in un attimo, e ricoprono fiocchi e scarpe con la polvere di gesso.

Mi domando spesso di che cosa parlavamo e nulla riaffiora sui nostri discorsi, eppure non ho mai dimenticato il timbro della sua voce, né quella calma così poco infantile che ne impregnava sguardi e gesti.

L’ho ritrovata, dopo mezzo secolo, e per la prima volta ho visto ciò che lei è oltre quel grembiule: una sobria camicetta, dei pantaloni scuri, le scarpe basse, una naturale eleganza… Tutto, anche in assenza della nostra divisa di un tempo, mi ha riportata alla bambina dei ricordi, grazie al garbo intatto, all’aspetto compito, a quell’immutato – indimenticato – indimenticabile che ha portato con sé al nostro adulto incontro.

Nessuna delle due rammenta che cosa ci spinse a condividere il banco fin dal primo giorno di scuola, ma se ci si sceglie una ragione da qualche parte esiste di sicuro: istinto, uno sguardo che emerge tra tanti, la timidezza in comune, o forse solo la fatalità che unisce.

Il candore acquistato ai grandi magazzini, è divenuto divisa di un’epoca senza prezzo: un luogo in cui tuffarsi per la prima volta nelle parole scritte (adorate fin da allora) e in quelle pronunciate da due compagne di banco, mentre fuori, oltre il cancello della scuola, c’era tutto un mondo senza grembiule in attesa di farsi scoprire.

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Incontri

Incontri

Incontri. Non cibo per l’ego, non vanità, ma incontri.

Fin da giovanissima, ho scoperto la malia della conoscenza dell’altro. I pensieri, i sogni i segreti custoditi dalle altrui anime, sono ricchezza. Aprirsi al mondo, interagire, sospendere il giudizio, comprendere, cercare analogie (e sempre se ne trovano).

Empatia.

Ero la scrivana delle amiche, in quegli anni di emozioni nuove. Ci stavamo affacciando alla vita, non ancora diciottenni: passioni e romanticismi avevano la meglio, slanci e grandi amicizie, ma anche incomprensioni con gli altri. Così accadeva che alcune mie coetanee, prese da rabbia o emozione, non riuscissero a risolvere situazioni, a esternare le loro motivazioni o recriminazioni, a chiedere scusa o a mettere l’altro in condizioni di farlo. Insomma qui entravo in gioco io: mi spiegavano il problema e io tentavo di risolverlo scrivendo per loro conto delle lettere. Quanti problemi risolti o affrontati, quanti sono stati convinti a proseguire una storia, quanti a interromperla, quanti sono stati demoliti nel loro amor proprio e quanti attratti facendo leva sul loro ego, non lo ricordo, ma ricordo ciò che può fare una lettera, quale potere abbia.

Negli anni, la scrittura è diventata il mio vivere, il mio tempo, il mio nuovo modo di osservare e interagire con il mondo fuori di casa e con quello che vive dentro di me, e grazie a ciò ho conosciuto persone eccezionali.

Incontri. Dai nomi sconosciuti che sempre riservano grandi sorprese, a chi con il suo nome ha lasciato il segno per sempre, nel mondo delle parole.

Impossibile dimenticare gli sguardi struggenti delle donne di una casa protetta, vittime di violenze e abusi che ti tagliano fuori dal mondo. Donne con le quali ho condiviso il potere terapeutico della scrittura, la possibilità di rinascere esternando sogni che ancora meritano spazio e rispetto. Mai, dimenticherò i loro volti.

E indimenticabile è stato conoscere l’imprenditore rapito nel 1997 Giuseppe Soffiantini, organizzare con lui un mio evento letterario, ricevere dalle sue mani il diario di quei terribili giorni di prigionia in uno scambio per me importante.

Oppure… Bello, interagire con i bambini delle scuole elementari, ascoltare il loro entusiasmo mentre raccontano di libri letti lasciando stupefatti per la loro capacità di giudizio! E che dire dei ragazzi delle scuole medie, esuberanti e timidi al contempo, che mi hanno intenerita con le loro richieste di autografi, ma anche avvolta con quel raccontare di passioni e di libri. Alle superiori, dimostrando una forma di pudore per il loro scrivere, hanno preferito tacere agli incontri e scrivermi in privato, mostrando una fiducia che spero di aver meritato.

Emozionante, ascoltare la bellezza delle parole della nipote di Einstein, che racconta di sé e della storia della sua famiglia, tanto da trasportarmi nel suo mondo con poche semplici parole, durante la presentazione di un libro che racconta di diritti umani.

Affascinante conoscere Carla Vistarini, che come paroliera ha lasciato segno indelebile nella musica italiana, ma non solo. Una incredibile donna il cui sguardo è aperto e la vivacità intellettuale grandiosa! E quante storie ha da raccontare…

Grande è stata anche l’emozione legata al mio ricevimento di un pacchetto preziosissimo che arrivava da una scolaresca dell’Argentina, e conteneva una trentina di letterine scritte per il mio compleanno, vergate a mano, le cui bustine che le separavano l’una dall’altra erano state da loro costruite! Una leggenda del luogo narra che nel giorno del compleanno, alcuni adulti possano rivelare poteri magici, realizzando i desideri dei bambini. Unendo questa convinzione al fatto che reputano gli scrittori persone che di magia se ne intendono, mi hanno eletta “Hada de cumple”, fata del compleanno, e in ognuna di quelle letterine era custodito un desiderio rivelatomi nel mese in cui compio gli anni. Vi era chi mi chiedeva un violino, chi di realizzare il sogno di diventare dottore, ma anche chi mi pregava di far smettere di litigare mamma e papà… Mi sono commossa, sentendomi un’eletta per un simile dono.

Ma i doni sono tanti, se si lascia scorrere la scrittura come acqua limpida nel nostro mondo, senza trasformarla in strumento per cibare ego e vanità.

Incontri. Tutti sono speciali. Quello con la Graphe.it, che mi ha fatto conoscere un’editoria pulita, onesta, appassionata. Quelli che avvengono durante le presentazioni dei miei libri, quelli casuali tra persone attratte da una medesima arte, quelli che si fanno in blog che danno spazio alla bellezza dello scrivere, o quelli che mi è capitato di fare a scuola, mentre insegno scrittura narrativa. I miei Narratori Seriali, allievi adulti e appassionati, mi mancheranno questa estate oramai alle porte: in loro ho visto nascere o svilupparsi ancor di più una passione, quella della scrittura. Passione che li ha di certo accomunati, facendo nascere sentimenti d’amicizia e importanti condivisioni, ma che ha cibato me di aria pulita, di una freschezza avvolgente che spero mantengano per sempre.

Incontri.

Perché scrivere non è soltanto vedere il proprio nome stampato su di un libro. È anche provare a stamparlo sul cuore di chi ci incontra, sperando non si dimentichi più di noi.

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