Susanna Trossero

scrittrice

Mi chiamo Z, e sono te

Cari viandanti di questa pagina, mi è stato chiesto di postare la lettera che state per leggere, da me ricevuta via mail pochi giorni fa ma destinata al pubblico del mio blog e a chi la userà per condividerla. Lo faccio molto volentieri, perché si tratta di una voce che reputo importante. Non solo perché mi è stato chiesto ma anche per il mio senso di giustizia, di rispetto e per piena solidarietà, la condivido con tutti voi.

Inutile dirvi che commenti irrispettosi non saranno tollerati. Invece mi preme rassicurare chi vorrà dire la sua sotto forma anonima, che potete firmarvi con qualunque nome, il mio blog chiede la mail ma sono l’unica a vederla. È una normale precauzione per evitare che persone irrintracciabili postino commenti offensivi sono sicura che comprenderete.

Una lettera

Mi chiamo… No, non importa come: sono io, soltanto io, sono tutti voi, sono mille e mille ragazze, ragazzi, uomini o donne, che vivono la stessa vita ovunque. Sono io e sono voi.

Chiamatemi Z, come l’ultima lettera dell’alfabeto che però a scuola – durante le verifiche – può diventare la prima, se si comincia dal basso.

Tutto dipende da come si guarda, in fondo. Non esistono i primi, non ci sono gli ultimi.

Questa lettera non è solo per chi sa, capisce, rispetta. A loro non devo dire nulla che già non sappiano, se non un grazie di esistere.

Ma in realtà questa lettera è per chi scrive sulle bacheche di fb ciò che più amareggia. O per chi lo dice per strada, o ancora durante una bella cena di famiglia. E ancora, più semplicemente, per chi lo pensa e agisce di conseguenza.

Che cosa? Che io sono sbagliata.

Mi chiamo Z, sono cresciuta in una famiglia normale, padre ingegnere e madre insegnante. Una sorella, un fratello. Regole, educazione, nessuna spina nel fianco, genitori uniti. Nessun trauma, strana patologia, violenza domestica, padre padrone o madre iperprotettiva, nessun cattivo esempio.

Niente, Signori e Signore. Eppure sono omosessuale.

Delusi? Scettici?

Vi leggo, vi incontro, vi ascolto, subisco. Siete quelli che cercano una spiegazione per una tale «condizione contro natura». Quelli che si difendono da una parità da me sognata ma che assurdamente temete ridimensioni la vostra. Siete quelli che cominciano sempre con «Io ho tanti amici gay, non ho niente contro queste persone purché sappiano stare al loro posto».

Siete quelli che scrivono sui social: <«Si fa in fretta: cominciate con leggere ai bambini le favole sui gay e poi si finisce con gli assistenti sociali che li vendono ai pedofili!». Sì, questa l’ho letta ieri, testuali parole, orribile associazione supportata da infiniti like.

L’altra settimana invece ho letto: «Se scoprissi che il maestro di mio figlio è gay lo ritirerei da scuola, i figli vanno protetti!». E non aggiungo né la decina di commenti a favore né tanti altri post come questi.

Io sono una persona. Una donna che ama le donne. Perchè è così importante per molti di voi? Perchè fa così paura? Perchè disagio o disgusto?

Io non faccio male a nessuno, ma tanto male sento dentro quando ascolto, o leggo, o vivo tra la gente. Basta la sala d’aspetto di un dentista, credetemi. Sono fragile, è vero, altrimenti non scriverei questa lettera e andrei avanti per la mia strada. Non tutti sono rudi, forti, soldati. Io ho i miei difetti ma sono anche mite, molto dolce dicono, pacata, una persona semplice. Facile ferirmi, lo comprendo, ma non sono l’unica. Io scrivo, altri si ammalano di depressione o si impiccano. Lo leggiamo ogni giorno. Io scrivo. Reagisco così.

Sì, io vi scrivo. Io spero che mi ascoltiate. Io desidero non essere notata per la mia diversità ma perchè amo il prossimo e non farei del male a una mosca. Non morirò per voi, io no, ma spero tanto che mi ascoltiate. Solo questo. Anche in nome di quelli che per voi stanno invece morendo.

Perché, addolorata, sto scoprendo che anche persone insospettabili, intellettualmente vivaci, culturalmente ricche, che amano riamate, che rispettano il vicino di casa e fanno volontariato, che vivono in mezzo alla gente, contribuiscono all’omofobia. Commentano, si scostano disgustate, partecipano alle crociate anti uguaglianza, rifiutano i loro stessi figli. E il rifiuto, credetemi, non necessariamente si palesa con un buttar fuori di casa qualcuno. Fa molto più male non negare un tetto e offrirlo soltanto per giudicare costantemente e sperare che «la malattia passi».

Perchè non capire che non siamo diversi? Perchè non capire che abbiamo gli stessi sogni?

Uguaglianza, nient’altro. Questo vorrei nel mio mondo ideale. Non lo pretendo, lo desidero ardentemente. Da essere umano a essere umano. É davvero troppo? Farebbe del male a qualcuno?

Lo è per te, per voi, abbracciarmi e accettarmi senza polemiche?

La vita è una, la felicità quasi un miraggio per tutti, perchè complicare le cose?

Vi auguro e mi auguro ogni bene, perché questo è un desiderio che ci accomunerà sempre e per sempre.

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Storie da rubare

storie da rubare

Sono gli occhi, a colpirmi. Insomma, non proprio gli occhi ma gli sguardi. All’andata, sulla tratta Ostia-Lido – Porta San Paolo, sono perduti in chissà quali pieghe del cuscino, rimaste ancora là tra le ciglia o dentro la testa. Al mattino, ci sono facce lavate di fresco, aliti di caffè, dopobarba dozzinali e libri da cominciare. E io, che faccio questa tratta per rubare storie, osservo non più assonnata ma attenta a cogliere sfumature che svelino qualcosa di interessante… Un amore finito o appena cominciato, un rimpianto, una stanchezza nuova o un progetto che crea aspettative dilatando le pupille. I discorsi sono vivaci solo tra studenti, ventate di primavera, freschezza non ancora appannata dal viaggio quotidiano, perché la giovinezza è già viaggio e non si avvede di binari né di posti in piedi. Gli altri, i pendolari, sono silenziosi, a quell’ora. Hanno già vissuto la difficoltà del parcheggio alla stazione, il ritardo o la sensazione di aver sbagliato abbigliamento, che non ci sono più le mezze stagioni.

La signora elegante, le perle alle orecchie, è prossima alla pensione e guarda il nero come fosse un intruso. Lo guarda, e non importa se è ben vestito e ha l’aria curata, magari è un ingegnere, ma è nero e si sa che quelli arrivano con i barconi per farci saltare in aria. Con quegli occhi così severi, lei di certo era una ribelle, da giovane. Ha fatto impazzire suo padre e andava sempre controcorrente, che quelle quando “maturano” sono le peggiori. Storie. Mi piace spiare quei visi a me estranei per inventarle. Ho un taccuino per prendere appunti, sono una ladra.

Lui è già sudato di buon mattino e controlla il telefono ogni due minuti. Lei non gli ha dato la buonanotte ieri, era distratta e forse ora si fa bella per qualcun altro. La fronte è lucida, è troppo vestito per queste caldane da gelosia ossessiva, ma non può rimediare e si agita sul suo posto a sedere conquistato a fatica. Non reggerebbe a stare in piedi con tutti quelli che ti sfiorano o ti si poggiano contro. Eppure, in quella orda di pendolari e soffocato dal pensiero di lei che se la spassa, trova modo e voglia di guardare con cupidigia le due ragazze straniere che sbadigliano e controllano le fermate perché ancora non hanno capito a che altezza sta Piramide. “È il capolinea, non potete sbagliare”, vorrei dir loro, ma così finirebbe la storia e non è ciò che voglio. Mi piace memorizzare l’aria dubbiosa, l’incertezza nei gesti, la difficoltà che rende la loro vacanza più intrigante e adrenalinica.

C’è un uomo intorno ai quarant’anni che tiene tra le mani una cartella. Verifica di continuo che al suo interno ci sia tutto: carte che hanno l’aspetto di qualcosa che conta. Immagino stia andando in ospedale a cercare risposte al suo male, ma sua figlia ha pregato i medici di non dire tutta la verità, di ingentilirla almeno un poco, per lasciarlo tranquillo. Eppure lui tranquillo non è perché ha capito più di quanto avrebbe voluto. Sta in piedi, oscilla ad ogni curva e più che sperare teme. Lo dicono i suoi occhi e quando incontrano i miei gli sorrido. Un giorno, quando ricorderà questo momento, anche io farò parte della storia, perché lo avrò fatto sentire meno solo.

Non voglio perdermi i respiri né i sospiri, le parole o i silenzi, lo sferragliare e i cigolii.

Porta San Paolo, capolinea, ma tanti erano già scesi a Eur Magliana.

Vado in centro, a passare le ore in attesa del momento giusto per tornare indietro. Anche là, per la strada, c’è tanto da rubare.

Ma è nel ritorno che trovo più suggestioni: la stanchezza, l’alienazione, la smania di raggiungere qualcosa o qualcuno dopo tanta lontananza, il sollievo perché anche stavolta la giornata è finita, la capacità di rilassarsi tra le pagine di un libro o con giochini sul telefonino, senza perdere di vista le fermate. I saluti sui social ora sono d’obbligo, e i sorrisi quando arrivano le risposte e i “mi piace”. Storie.

Da raccontare, immaginare, inventare, sognare. Da rubare.

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