Susanna Trossero

scrittrice

Dove comincia il punto di non ritorno?

Dove comincia il punto di non ritorno?

La cronaca che rende cupa l’aria tutt’intorno, che ingoia bambini e li risputa uccisi dal mostro, regalando dettagli morbosi e inutili ai telespettatori affamati.

La cronaca che mutila le giornate, che arricchisce in conto in banca di chi la racconta e distrugge chi ha perduto tutto, uccidendo per la seconda volta qualcuno che non era pronto a morire neppure la prima. E se si tratta di pazzia, allora siamo tutti impazziti, come topi chiusi in gabbie troppo strette che si scannano l’un l’altro senza più logica né alibi…

Che cosa è, la pazzia? Soltanto una violazione delle norme sociali? O un modo differente di vedere e affrontare il mondo? E dove comincia, la pazzia? Dove, la perdita dell’io che si muove tra situazioni e persone senza dare nell’occhio?

Alda Merini ha detto che “Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini.”

Ci si destreggia per una vita intera a fingere la normalità che ci rende ammissibili ad altri, ma quale è quel campanello d’allarme che dobbiamo ascoltare prima che sopraggiunga il peggio?

La stanchezza, il tedio, sono accettabili e accettate; gli sbalzi d’umore accomunano tanti, plausibile l’isolamento e sopportabile un segno di stranezza che ci caratterizza. E allora?

Dove comincia il punto di non ritorno?

Un uomo sano di mente è uno che tiene sotto chiave il pazzo interiore. (Paul Valéry)

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Che fatica genera, il dormire…

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Che fatica sognare di lasciare che un uomo qualunque poggi la testa sul tuo cuscino.

L’estraneo sulla soglia di casa è senza più sorrisi, e annega nel suo quotidiano melmoso: farlo entrare è esserne contagiati, plagiati e – nel sogno – il modo educato e il tono gentile trasforma in fatto naturale anche il lasciarlo stendere sul tuo letto.

Riposava, lo sconosciuto. Era stanco.

Poi però ho pensato ai suoi capelli poggiati là dove tu posi i tuoi e ho provato disgusto, un enorme senso di colpa. Lui non aveva suscitato in me alcuna emozione, eppure quei capelli sulla federa, sul tuo profumo, si sono in me trasformati in male, e la stanza si è affollata di sguardi maligni di estranei che ti avrebbero raccontato di un mio tradimento.

Sporca senza aver commesso alcuna mancanza, realizzavo con angoscia crescente che mai avrei potuto discolparmi, che non sarei stata creduta, e l’ansia di un sogno trasformatosi in incubo, finalmente mi ha svegliata. Tu eri accanto a me, il tuo corpo caldo nel sonno, il respiro pesante. Avrei voluto scusarmi e carezzare il tuo viso e il tuo cuscino, ma ti avrei disturbato.

Ti ho amato di più, in quella strana sensazione che l’incubo – una volta dissolto – lascia addosso.

Che stanchezza genera, il dormire.

Il nuovo giorno si affaccia da piccole fessure, con la realtà che solidale lo affianca danzando nel pulviscolo. Il sogno è oramai dimenticato.

Come va veloce, la clessidra… Tutta quella sabbiolina che scivola via portando con sé incontri, parole, vita vissuta e non vissuta, emozioni, sorrisi e lacrime, realtà o fantasia da scrivere.

Nel tempo mi evolvo, imparo, assimilo e mai mi pento, mentre la sabbia va e viene e il fato, distratto ma determinato, organizza le giornate.

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A te

Orchidea

Totale apatia, mente che galleggia in un piccolo spazio adatto solo a non fare null’altro che oziare. Gommapiuma che avvolge, insonorizza, in un piacere dapprima indolente che poi si trasforma in isolamento al quale arrendersi. Stanchezza. Dello spirito e del cuore, degli arti che divengono legnosi e indolenti. Mi sento un panno steso al sole, strattonato dal vento, irrigidito dall’aria che asciuga inaridendo. Un altro membro della famiglia che se ne va, ennesima mutilazione, radice che si strappa divenendo ricordo indelebile, ora orchidea sul cemento fresco.

Rivederti e quasi non riconoscerti, accarezzarti e sentire quell’oscura trasformazione che rende il viso un blocco di cera. L’immobilità, il tacere delle tue vene, le narici mute che raccontano e preparano all’assenza. Che presuntuosi siamo stati, a credere nell’immortalità tua e di tutti noi. E qui, al cospetto del tuo improvviso e inaspettato andar via, sgomenti ci rendiamo conto che nessuno di noi ti ha mai visto perdere le staffe.

Eri sorriso e gentilezza, ora sei involucro vuoto, qualcosa che solo giorni prima è stato abbraccio e calore, e che adesso si consumerà circondato da legno pregiato. C’eravamo tutti, e nessuno di noi era là per sbrigare una formalità. In un silenzio composto abbiamo ingoiato sale e lacrime, per poi provare quell’inarrestabile e colpevole piacere del rivedersi, tra vivi, dopo tanto, ad un funerale.

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