Susanna Trossero

scrittrice

Quante facce ha, l’estate

Quante facce ha l'estate?

Ultimi giorni d’agosto, e sebbene l’estate sia ancora tra noi questa data significa molto un po’ per tutti… Le ferie sono finite, il lavoro riprende, i progetti rimandati a dopo le vacanze ci invadono la mente con la pretesa d’essere concretizzati (“non hai più scuse”, incalzano), le finestre di scuole e università stanno per spalancarsi sulla via.

Accade ogni anno, niente di nuovo.

Tante cose sono successe, in bene e in male, sotto un sole prepotente. Il terremoto del centro Italia ha inghiottito la vita e il quotidiano di paesi e famiglie, lasciandoci attoniti davanti alle immagini della televisione. E quando i numeri sono diventati storie, è stato ancora peggio.
La solidarietà è ciò su cui ci si dovrebbe soffermare adesso, quella concreta che ha molto da insegnare a tutti noi e che mi ha commossa, mentre sui social network si polemizzava contro chi si è preoccupato di salvare non solo la gente ma anche gli animali sepolti sotto le macerie. Chi ha mosso le sue rimostranze, non ha sentito di quante persone sono state ritrovate sepolte dalla loro stessa casa mentre tenevano abbracciato il loro cane o gatto, nel disperato tentativo di salvarlo. Non ha ascoltato le parole di chi supplicava “cercate il mio cane, vi prego” o di chi piangeva tenendo abbracciato un gatto perché solo lui gli era rimasto.

Non so perché in molti abbiano pensato che chi si preoccupava di un animale non si stava preoccupando degli uomini, sappiamo tutti che non è così e dobbiamo soltanto ringraziare chi si è prodigato riuscendo a salvare tante vite.

L’estate calerà il sipario anche su questo, più silenziosa e discreta degli uomini.

Un’estate senza pioggia per buona parte del nostro paese, cosa che davanti alla mia finestra ha mostrato foglie morte in largo anticipo.

Un’estate in cui persone a me care hanno intrapreso la loro personale battaglia per riacquistare la salute, con la forza e il coraggio necessari a vincerla in attesa di una stagione migliore.

Un’estate di incontri avvenuti senza che io dovessi viaggiare, perché l’Argentina ha fatto capolino alla mia porta regalando aria di luoghi lontani e una lingua che adoro.

Un’estate in cui il libro Il pane carasau ha dimostrato a noi autrici (Antonella Serrenti ed io) che ci sono libri che proseguono il viaggio anche a distanza di qualche anno dalla data di pubblicazione: ospitato da uno stabilimento balneare in Sardegna (il Penelope Beach di Giancarlo Melargo) ha catturato i turisti ed ora ha uno spazio nelle loro librerie.

Un’estate di code ai caselli autostradali o affollamento agli aeroporti per tanti, e per altrettanti un agosto di “vacanze sì – vacanze no” dovuto al timore degli attentati o per la crisi economica che ancora miete le sue vittime.

Un’estate che ha accompagnato il mio scrivere appollaiata sul divano di casa, con il condizionatore acceso e una scorta di gelati nel frigorifero. Perché a volte si può forse dire “per le vacanze c’è sempre tempo”, in nome di qualcosa che ci preme di concludere.

Ma è anche un’estate che mi ha condotta in uno dei tanti ospedali a lunga degenza a trovare una persona anziana, luogo dal quale sono entrata sana e uscita con un grande malessere in corpo per quanti stavano là, da soli, imboccati dal personale di turno all’ora dei pasti.

Lamenti, solitudine, due infermieri per ogni quarantacinque pazienti, i parenti in vacanza e uno stato fisico degenerativo che parla di conclusione, di cerchio che si chiude.

Quante e quali facce ha, l’estate?

Quale autunno ci aspetta invece, è un’altra storia… C’è ancora un po’ di tempo, per scriverla insieme.

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Quando la terra ha fame

Terremoto

Da tempo, mi domandavo che cosa scrivere per far resuscitare questo mio blog trascurato. Quale sarebbe stata l’ispirazione, o l’idea, o la riflessione che ne avrebbero interrotto il silenzio cominciato con la bella stagione. Ma mai avrei immaginato di dover parlare ancora della terra che trema. Né mai lo avrei voluto.

Sì, ha tremato la terra, e non è la prima volta che purtroppo la sento come cosa viva, che respira, trema e inghiotte, risputa e ancora inghiotte. Che non si ferma. Vibrazione interminabile, cupa come quel vago suono ovattato sotto i piedi. Vertigine, batticuore, e più tardi ancora e ancora, fino all’alba. Gli uccelli notturni che tacciono, un poco di vento, le voci degli abitanti del quartiere che scendono in strada. Io no. Ho paura di accendere la televisione, mi vesto, guardo le stelle tremolanti, le finestre accese dall’inquietudine nel cuore della notte. È viva, la terra. Sono certa che anche questa volta, ha inghiottito qualcuno. Ricordo una notte bolognese e la fuga, ma anche ciò che successe ad altri all’Aquila e più indietro nel tempo, in tanti paesi. Le vacanze siciliane di una cara amica che passò la notte per strada, mentre tutto pareva volesse crollare. Un’altra mia amica che tanto tempo passò in una tendopoli con i suoi figli, dopo il terremoto del modenese.

E così la accendo, la televisione. La provincia di Rieti, frazioni cancellate, Amatrice, Accumoli, Arcuata. Nomi che non conosco, poi Norcia, Castelluccio di Norcia e mi torna in mente la foto dei fiori, la magia di quel luogo visitato poche settimane fa. Un messaggio sul telefonino, da Perugia. Anche là tutto trema.

In tv immagini di perdita: la casa, per i più fortunati, e molto di più per chi scava sperando di sentire ancora una voce.

Io non ho parole, i giornalisti ne hanno fin troppe. E fin troppe, anche questa volta ne hanno quelli a cui piace dire: non sarete soli. Politici e chi per loro. Io sono stata a L’Aquila, due anni dopo il terremoto. Anche a loro avevano detto “non siete soli”, e guardate due anni dopo che cosa ho trovato, che cosa ho scritto e fotografato…

Ho anche notato, in tv, il numero di conto corrente necessario a chi vuole donare un aiuto. Anche questo è già successo e fu uno scandalo: i soldi raccolti non arrivarono mai a destinazione. Non è un punto di vista, ecco i fatti qui ben raccontati.

Sono triste per ciò che è accaduto e per ciò che aspetta tutti coloro che in questo momento si tengono la testa tra le mani, hanno le narici piene di polvere, nelle orecchie il rumore dei crolli.

E allora preferisco pensare con ammirazione a tutti quelli che sono corsi là a dare una mano, a scavare, ad abbracciare, a confortare. E a chi sta rispondendo all’emergenza sangue. Il resto non è niente: parole, promesse, show televisivo.

A volte, il silenzio può molto di più di una promessa.

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Bologna che trema

Non so bene se ciò che mi sveglia nel cuore della notte è una sensazione astratta o concreta. Mi strappa dal sogno e fatico a realizzare quanto ci sia di vero o quanto appartenga al mondo onirico nel quale navigo da poco meno di un’ora.

Serve la luce, dov’è l’interruttore? Ecco, sono sveglia, adesso sì, lo sono.

Ma il lampadario oscilla, la porta della camera sbatte contro lo stipite e sbattono le ante dell’armadio non mio, in questa casa che mi ospita tra il verde dei colli bolognesi: non è un sogno dunque…

La terra è cosa viva, respira, trema e inghiotte, risputa e ancora inghiotte. Non si ferma. Vibrazione interminabile, cupa come quel vago suono ovattato sotto i piedi. Vertigine, batticuore, e più tardi ancora e ancora, fino all’alba. I passeri che tacciono, non un alito di vento, ma comincia a piovere. Come sempre, del resto.

È viva, la terra.

Ti ascolto, respiro la tua rabbia, il tuo violento movimento che dal profondo affiora.

Non scappo, e tu mi lasci andare. Torno a casa.

Scopro soltanto più tardi che molti altri, la casa, l’hanno perduta.

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