Susanna Trossero

scrittrice

Lucciole e lanterne

Lucciole e lanterne

Il tuo vetriolo, versato copiosamente in quattro righe saccenti, era finito in tutti questi anni accanto alle chiavi di una casa non più mia, all’accendino scarico, a un rossetto scaduto e alla lista della spesa, contenuto totale di una borsetta passata di moda dimenticata dentro un armadio.

Ripenso alla nostra amicizia, alle nostre risate e complicità, alle uscite a quattro dopo i rispettivi matrimoni, alle gite fuori porta, alle cene, ai compleanni… Complici indivisibili, una vita vissuta l’una all’interno dell’altra, come il liquido in un bicchiere.

Poi, tutto è cambiato. L’aria si era fatta irrespirabile, pregna di occhi sfuggenti, di assenze improvvise, scuse inventate lì per lì. Ti sottraevi a me e rifiutavi di ammetterlo, insultando la mia intelligenza. E, dopo poco, l’inevitabile scontro.

Altri tempi, tempi in cui accusavo te di doppiezza, lui di tradimento, oramai conscia che fossero doppiezza e tradimento la nuova alleanza. Tu, e lui. Tempi in cui piangevo quando gli sentivo addosso il profumo di casa tua, così inconfondibile, a me familiare, mentre rincasava dicendo d’essere stato in ufficio.

Oggi sono qui, sola, con la borsa dalla cui bocca spalancata viene fuori qualcosa che mi restituisce l’esatta dimensione della mia ingenuità; riconosco il foglio ripiegato così come si riconoscerebbe per sempre il coltello che ci ha quasi dissanguati.

Come dimenticare? Me lo lasciasti allora, sul vetro della macchina, quando non volevo più parlarti dopo aver cacciato di casa il mio uomo. Un foglio ripiegato, solo questo, dove mi scrivesti:

Quando punti un dito alla luna,
per indicare la luna,
invece della luna
gli stupidi guardano il dito.

Una citazione, nient’altro. E io continuai a non capire, a sentirmi derisa. Mi si stava dando della sciocca: perché? Perché infierire? Che cosa avrei dovuto vedere, oltre al mio naso? Quella citazione, riportata sulla carta dalla tua mano, mi tenne compagnia a lungo nel tempo della rabbia.

Poi, più tardi, furono tempi della verità e delle scuse che ti dovevo.

Tempi in cui il tuo uomo e il mio, alleanza che mai avevo previsto, andarono altrove a sudare insieme sotto le stesse lenzuola.

(un mio racconto breve)

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Che fatica genera, il dormire…

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Che fatica sognare di lasciare che un uomo qualunque poggi la testa sul tuo cuscino.

L’estraneo sulla soglia di casa è senza più sorrisi, e annega nel suo quotidiano melmoso: farlo entrare è esserne contagiati, plagiati e – nel sogno – il modo educato e il tono gentile trasforma in fatto naturale anche il lasciarlo stendere sul tuo letto.

Riposava, lo sconosciuto. Era stanco.

Poi però ho pensato ai suoi capelli poggiati là dove tu posi i tuoi e ho provato disgusto, un enorme senso di colpa. Lui non aveva suscitato in me alcuna emozione, eppure quei capelli sulla federa, sul tuo profumo, si sono in me trasformati in male, e la stanza si è affollata di sguardi maligni di estranei che ti avrebbero raccontato di un mio tradimento.

Sporca senza aver commesso alcuna mancanza, realizzavo con angoscia crescente che mai avrei potuto discolparmi, che non sarei stata creduta, e l’ansia di un sogno trasformatosi in incubo, finalmente mi ha svegliata. Tu eri accanto a me, il tuo corpo caldo nel sonno, il respiro pesante. Avrei voluto scusarmi e carezzare il tuo viso e il tuo cuscino, ma ti avrei disturbato.

Ti ho amato di più, in quella strana sensazione che l’incubo – una volta dissolto – lascia addosso.

Che stanchezza genera, il dormire.

Il nuovo giorno si affaccia da piccole fessure, con la realtà che solidale lo affianca danzando nel pulviscolo. Il sogno è oramai dimenticato.

Come va veloce, la clessidra… Tutta quella sabbiolina che scivola via portando con sé incontri, parole, vita vissuta e non vissuta, emozioni, sorrisi e lacrime, realtà o fantasia da scrivere.

Nel tempo mi evolvo, imparo, assimilo e mai mi pento, mentre la sabbia va e viene e il fato, distratto ma determinato, organizza le giornate.

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