Susanna Trossero

scrittrice

Ogni prima volta

E dunque è nato!

Non ridete, non prendetemi in giro pensando a me come a una sciocca: la prima volta che prendo in mano una mia nuova pubblicazione, che guardo una copertina che porta il mio nome – chi scrive sa quanto io dica il vero – mi sento davanti a un nuovo nato! Andrà subitissimo per la sua strada dimentico di me, questo è vero, ma è frutto di una mia gestazione e sul finire del tempo in cui è stato solo mio verrà aiutato da mani esperte ad essere migliore, a vestire qualcosa che lo rappresenti (una copertina spesso è un biglietto da visita per i sensi).

Ci si sente gratificati, quando una storia che viveva dentro di noi comincia il suo viaggio. E gratificati ci si sente quando qualcuno crede in noi e su di noi investe ancora una volta.

“Un altro Natale”, della Graphe.it, è la nuova strenna natalizia della collana “Natale ieri e oggi”: accanto a un autore d’altri tempi – quest’anno vi presentiamo Ferdinando Paolieri – ve n’è sempre uno contemporaneo, e stavolta sono io con il racconto “Tutti gli Alfredo del mondo”. Una storia vera, che mi appartiene e che vorrei tanto raggiungesse quella parte più vulnerabile, intima e accogliente che ognuno di voi possiede e custodisce. Sì, nella nuova pubblicazione che offro ai lettori non c’è fantasia, nulla di inventato: vi regalo una storia d’amore, sentimenti reali, e spero apprezzerete la motivazione che mi ha spinta a farlo… la comprenderete soltanto all’ultima pagina.

Sto diventando – “finalmente”, direte voi! – tecnologica, dunque in occasione dell’uscita del libro “Un altro Natale” ho partecipato alla mia prima presentazione on line, che potete vedere e ascoltare cliccando qui

Nel frattempo ringrazio chi già mi sta scrivendo per dirmi che a soli 3 giorni dalla pubblicazione ha letto e recepito il mio messaggio contenuto nel libro: c’è chi lo ha fatto in aeroporto e mi ha sgridata perché si è commossa, c’è chi mi ha ringraziata per aver compreso il suo stesso pensiero, c’è chi mi ha detto che grazie alle mie parole ha guardato qualcuno con occhi nuovi. Ma sono io a voler ringraziare tutti voi che ancora mi seguite, e chi sta cominciando adesso a leggere qualcosa di mio o ancora chi forse lo farà: è grazie a ogni singolo lettore che la mia passione per la scrittura resta sempre viva nel tempo!

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Lasciarsi per amore

Proseguono le testimonianze sul mal d’amore: sentite, dolorose, sbiadite o ancora vibranti. Ad ognuna regalo un tramonto che in sé contiene sempre la bellezza ma anche l’ineluttabilità di una fine… Se volete inviarmi le vostre brevi storie, anche in forma anonima ma precisando che mi autorizzate a pubblicarle su questo blog, fatelo all’indirizzo maldamore_2021@virgilio.it.

Oggi è Gabriella a raccontare e raccontarsi:

E poi c’è chi ti lascia perché ti ama.

Difficile da accettare mentre accade, perché in fondo è pura contraddizione no? Ma a distanza di anni, con il sopraggiungere della maturità, ci si arriva. Non di colpo, non tutt’insieme: passo passo, ingoiando il magone, aggiungendo tasselli, imparando a ragionare con la testa di un altro – soprattutto se quell’altro è stato parte di te.

Se non mi avesse lasciata avrei sofferto più a lungo, ora lo so e lui già lo sapeva prima di me quando smise di chiamarmi, di darmi il buongiorno, di sognare con me il prossimo appuntamento. Ne presi atto alla stazione, mentre aspettavo un treno e guardavo il telefono muto. Il cielo era sbiadito, l’aria fredda e umida, la gente andava al lavoro, aprivano i negozi, ma a quell’ora del mattino – fateci caso – nessuno è mai felice.

Mi sono sentita sola in una realtà di gente in movimento, sola in un modo dilaniante.

E mentre soffrivo pensavo “vigliacco”, e mentre piangevo dicevo “ipocrita”, ma tanto non ci credevo che lo fosse, né l’una né l’altra cosa. Sapevo anche io che eravamo due persone avvicinatesi troppo nel momento sbagliato, come dita sulla fiamma ci saremmo bruciate entrambe, e non ci sarebbe stato per noi un tempo giusto.

I perché e i percome non servono a molto, non voglio giustificare niente, tantomeno lui. Semplicemente io so che è così ma ci ho messo una vita ad accettarlo, credetemi, e allora non ho più voglia di spiegare nel dettaglio.

Vorrei solo sapeste che a volte si viene davvero lasciati per amore, per renderci liberi da una storia nata male, che male potrebbe arrecare a noi ma anche ad altri.

E questo interrompere un viaggio a due quando ancora la meta è lontana e tutto appare bello, fa sì male ma congela l’attimo come fotografia: il bello resterà per sempre vivo, il ricordo intatto. Ecco dove tu, carissimo, hai sbagliato: libera davvero dalla nostra storia nata male, non lo sarò mai del tutto perché hai fatto sì che finisse quando era ancora troppo emozionante viverla.

Gabriella

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In viaggio

in viaggio

Quante città perdiamo, alla ricerca del sogno giusto?

Quante vie dimentichiamo, per abbracciarne di nuove inseguendo il miraggio dell’oasi perfetta? Quella in cui non manchi l’acqua di sorgente, l’ombra della palma promessa da ogni cartolina che si rispetti, tepore, e la brezza leggera che mai si fa vento…

Metafore, sogno di una vita migliore, di un luogo che abbracci e che abbatta gli ostacoli, spaventandoli.

Valige da riempire e da svuotare, stanze da lasciare o abitare, un libro su ogni comodino: è questo, il vivere di ognuno? No, non lo è. Nella vita di tutti c’è il sogno di un luogo e non mille, una storia composta di storie, gioie da non perdere, insoddisfazioni da metabolizzare, vicoli e case da amare, oggetti e ricordi disseminati per le stanze, riti quotidiani.

Ma il viaggio, l’attesa, il cambiamento, lo sguardo rivolto a un finestrino, è fascino ammaliante… Ha mostrato a me ciò che un tempo vide Victor Hugo: un paesaggio che si mette in movimento.

E che dire dell’esser semplici spettatori? Osservare all’aeroporto quei grandi vetri scorrevoli che si aprono e chiudono di continuo, abbeverarsi di viaggiatori dai trolley variopinti. Uomini e donne attesi da qualcuno o in attesa, che indossano abiti leggeri o pesanti, quasi là le stagioni si mescolassero.

Trasformarsi in gabbiano solitario che sbircia da sopra un lampione il via vai dei taxi, i saluti e gli incontri, le navette degli hotel che attendono di traghettare i clienti: essere uno di loro, nella testa il ricordo di luoghi appena lasciati, familiari o sconosciuti che importa? Qualcosa resta sempre, ad accompagnare l’arrivo.
Sentire il rombo degli aerei, respirare a pieni polmoni l’aria che quella gente si è portata dietro da chissà quale paese, e così una piccola porzione di ciò che hanno visto è in me. È come se questa strana gita, questo osservare tanta umanità in una sola volta, abbia il potere di tramutare in tante altre persone.

Dei miei viaggi, di ogni cambiamento, o degli sguardi di altri viaggiatori, mi sono abbeverata. Ho assorbito infinite esperienze, innumerevoli vite, dunque ora so molte più cose, anche se devo elaborarle ancora.

Ma, per questo, ho bisogno di tempo e solitudine. E di una penna per scriverne.

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Viandanti tra i borghi

viandanti

Ci sono luoghi che paiono presepi, e l’aria pungente dell’inverno li avvolge di suggestiva poesia. Abbarbicati su brulle colline, spiano l’autostrada e respirano il fumo dei camini che promette grigliate di carne e di funghi al viandante. La nebbia dei vicoli stretti, le finestre che si affacciano l’una nell’altra, i vecchi che giocano a scacchi e i ragazzini con le ginocchia sbucciate, cespugli di rosmarino e rospi al riparo di mucchi di tegole…

Poi giunge la primavera, che nulla toglie ma trasforma la malinconica visione in serena indolenza, e ti lasci accarezzare come gatto al sole, occhi chiusi e assenza di pensieri. Cambiano anche gli odori, che il vento veste di fioriture e pollini, con i lunghi steli d’erba che dondolano emettendo fruscii da risacca. Il colore dei borghi è quello del fango, della terra, e si mescola alle colline sassose come in un dipinto, col ruscello che vi scorre attorno a mo’ di fossato.

A volte, è meglio essere viandanti di questi incantevoli luoghi italiani, che disperarsi perché le finanze non permettono un viaggio all’altro capo del mondo… Fernando Pessoa diceva

“Da qualsiasi viaggio, anche breve, ritorno come da un sonno pieno di sogni: una torbida confusione, con le sensazioni incollate le une alle altre, ubriaco di quanto ho visto.”

Ogni giornata, ogni stagione, ogni luogo e ogni momento, possono essere trasformati in parole e sensazioni, in nuovo o in scoperta. Basta osservare, annusare così come fa la volpe davanti alla foglia bagnata di rugiada: curiosa, vi cerca sempre qualcosa di insolito e a volte, forse, lo trova.

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Oltre la porta di casa

Perito Moreno

Piove sulle margheritine appena nate, in una mescolanza di primavera alle porte e di inverno che non ci vuole lasciare, mentre il viaggio appena compiuto si trasforma velocemente in ricordo e in fotografie da mostrare agli amici. Visitare l’Argentina, paese avvolto dall’atmosfera di fine estate, è stato emozionante così come sempre lo è sentirsi protagonisti di un documentario: la barca che va lenta tra gli iceberg che bianchi non sono, no, ma d’un azzurro sorprendente che regala striature al candore. E i leoni marini, che emettono versi poco rassicuranti strofinandosi tra loro e sfidandosi a colpi di muso, lucenti e bagnati. I pinguini, che contrariati dalla nostra presenza si mettono di spalle rispetto a noi per non farsi fotografare. Altri, meno dispettosi, si tuffano nell’acqua gelida ignorandoci, compiendo quei buffi passetti veloci che tante volte ho visto in tv. E che dire di quel momento emozionante in cui veniamo esortati a stare in silenzio, la barca si ferma, il motore si spegne e, a pochi metri, una grande coda poi più niente, poi un altro movimento ed ecco una piccola porzione di dorso, e poi di nuovo il fianco con quella inequivocabile macchia bianca sul nero brillante: un’orca, vicinissima a noi, ci sorprende levando il respiro ma – schiva e riservata – non ci dà il tempo di scattare una foto. Una brevissima apparizione, poi si inabissa nelle acque gelide e la barca riprende il cammino costeggiando il Cile, anch’esso a pochi metri da noi. O che dire del Perito Moreno, ghiacciaio incredibilmente maestoso che lascia andare di continuo iceberg che spesso arrivano ad esser grandi quanto interi palazzi, in un boato che si conclude tra schizzi e movimento d’acqua. Il volo in Piper sulle Ande, la Patagonia, la Tierra del Fuego, Ushuaia, la città più a sud del mondo dal cui porto partono le spedizioni per l’Antartide. Ma anche Buenos Aires, metropoli inquietante e pericolosa, chiassosa in settimana quanto placida e addormentata alla domenica…

Il viaggio è stupore, arricchimento, emozione, conoscenza. Ma non solo di luoghi, che siano vicini o lontani da noi non importa: anche di persone che completano l’andare oltre la porta di casa, e che si raccontano mostrandoci la diversità più vera e le insospettabili somiglianze. Ho conosciuto Irene, una tour operator che ci ha aperto la porta di luoghi incantevoli con consigli e “dritte” per una scoperta più completa, e con la quale sono rimasta in contatto; Rene Trossero (tanti sono i Trossero in quel paese), un grande scrittore argentino (44 libri e 41 tascabili) che ci ha aperto invece la porta della sua casa accogliendomi con il calore di un vecchio amico; il pilota Octavio, simpaticissimo amante dei voli in Piper, che ci ha mostrato concretamente la differenza tra un volo di linea e una escursione su un aereo da turismo dicendo fiero “Questo è il vero volo, questo è il vero sentire”; Graciela e la sua meravigliosa famiglia, che mi ha fatto scoprire di farne parte grazie ad un lontano zio in comune (sorprese della vita!); la troupe televisiva di Viajes y Paseos, che ci ha coinvolti nelle riprese di un documentario… Tutti loro stanno adesso leggendo il mio Adele e fanno parte del viaggio che, anche grazie all’affettuoso apporto elargito a piene mani a questa italiana assetata di nuovo, diviene più completo.

Vi saluto invitandovi dunque al viaggio, che non è necessariamente da compiersi raggiungendo l’altra parte del mondo, no: il viaggio è movimento, è nuova dimensione, è osservare con occhi nuovi, è esser curiosi, e tutto ciò lo si può fare anche visitando il piccolo borgo non lontano da casa o passeggiando in un prato che ancora non avevamo calpestato. E parlando con la gente. Fatelo, e sarete ogni giorno persone nuove!

Terra del fuoco

 

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