Susanna Trossero

scrittrice

Sociologia? No, buon senso

Sociologia del buon senso

La sala d’aspetto di un medico: qualcuno sfoglia una rivista ormai datata, un ragazzo armeggia con un telefonino, una donna fissa un punto inseguendo qualcosa che agli altri è sconosciuto. Una nonna osserva il nipotino alle prese con un tablet, e quando solleva lo sguardo diritto davanti a sé, si accorge che un uomo di colore – forse quarantenne – sorride nella sua direzione. L’anziana donna, risponde a quell’atto di cortesia contraccambiando il sorriso e poi, facendo spallucce, dice all’uomo:

“Io, di queste cose non ci capisco niente… Giocavo a nascondino, io. Loro, i bambini, oggi sono più intelligenti, sviluppano più capacità, il loro cervello è già pronto per il mondo del lavoro!”

Non si tratta di una critica, bensì di ammirazione, ciò è palese.

L’uomo, senza perdere il sorriso, con evidente accento straniero ma con impeccabile proprietà di linguaggio, risponde:

“Anche io giocavo per la strada. Loro giocano con la mente, noi con il corpo e la psicologia. Per strada, il gioco era movimento, creatività, rapporto con gli altri, quindi formava il carattere, insegnava a vivere con le persone. Creatività, comunicatività, esercizio fisico, spirito di squadra, condivisione. Oggi il gioco li prepara al lavoro, sviluppa l’intelletto, ma manca di ciò che ti prepara alla vita e ai rapporti con gli altri”.

La donna intenta fino a poco prima ad inseguire privati pensieri, scrolla la malinconia e interviene:

“Ho un figlio piccolo e so bene che cosa devo fare: servono entrambe le cose. Lui sa usare meglio di me tutto ciò che ha una tastiera, ma passa delle ore a disegnare con i suoi amici, a correre al parco con il nostro cane, e fa amicizia con tutti. Siamo noi adulti che dobbiamo aprirci senza dimenticare niente. Il nuovo non deve fare paura, o cresceremo figli che non sanno vivere i grandi cambiamenti che li aspettano. Ma neppure cancellare il vecchio, o cresceremo figli che non sanno interagire con gli altri. C’è spazio per tutto.”

Sociologia dei processi culturali. A volte non servono testi specializzati né lezioni universitarie. Basta ascoltare la gente, osservare, riconoscere differenze e prendere possesso dei punti di vista altrui, valutarli, scomporli, per mettere insieme qualcosa che abbia in sé equilibrio e ci insegni a vivere non meglio dei nostri nonni ma in maniera diversa, più completa. Migliorare, senza privarci di ciò che di utile ci è stato insegnato. Aprire la mente senza escludere ciò che di buono dal “vecchio” ci giunge.

Io, che sono spesso poco attratta dal progresso, e lo vedo come un demone che mi destabilizza e mi minaccia, devo ammettere che il punto di vista della donna intervenuta per ultima nella discussione, mi ha colpita e affondata.

Mi piacerebbe conoscere il vostro punto di vista…

Nel frattempo vi lascio con il motto privato del grande Victor Hugo, il quale disse:

“Ecco il mio motto: progresso costante. Se Dio avesse voluto che l’uomo indietreggiasse, gli avrebbe messo un occhio dietro la testa. Noi guardiamo sempre dalla parte dell’aurora, del bocciolo, della nascita.”

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In viaggio

in viaggio

Quante città perdiamo, alla ricerca del sogno giusto?

Quante vie dimentichiamo, per abbracciarne di nuove inseguendo il miraggio dell’oasi perfetta? Quella in cui non manchi l’acqua di sorgente, l’ombra della palma promessa da ogni cartolina che si rispetti, tepore, e la brezza leggera che mai si fa vento…

Metafore, sogno di una vita migliore, di un luogo che abbracci e che abbatta gli ostacoli, spaventandoli.

Valige da riempire e da svuotare, stanze da lasciare o abitare, un libro su ogni comodino: è questo, il vivere di ognuno? No, non lo è. Nella vita di tutti c’è il sogno di un luogo e non mille, una storia composta di storie, gioie da non perdere, insoddisfazioni da metabolizzare, vicoli e case da amare, oggetti e ricordi disseminati per le stanze, riti quotidiani.

Ma il viaggio, l’attesa, il cambiamento, lo sguardo rivolto a un finestrino, è fascino ammaliante… Ha mostrato a me ciò che un tempo vide Victor Hugo: un paesaggio che si mette in movimento.

E che dire dell’esser semplici spettatori? Osservare all’aeroporto quei grandi vetri scorrevoli che si aprono e chiudono di continuo, abbeverarsi di viaggiatori dai trolley variopinti. Uomini e donne attesi da qualcuno o in attesa, che indossano abiti leggeri o pesanti, quasi là le stagioni si mescolassero.

Trasformarsi in gabbiano solitario che sbircia da sopra un lampione il via vai dei taxi, i saluti e gli incontri, le navette degli hotel che attendono di traghettare i clienti: essere uno di loro, nella testa il ricordo di luoghi appena lasciati, familiari o sconosciuti che importa? Qualcosa resta sempre, ad accompagnare l’arrivo.
Sentire il rombo degli aerei, respirare a pieni polmoni l’aria che quella gente si è portata dietro da chissà quale paese, e così una piccola porzione di ciò che hanno visto è in me. È come se questa strana gita, questo osservare tanta umanità in una sola volta, abbia il potere di tramutare in tante altre persone.

Dei miei viaggi, di ogni cambiamento, o degli sguardi di altri viaggiatori, mi sono abbeverata. Ho assorbito infinite esperienze, innumerevoli vite, dunque ora so molte più cose, anche se devo elaborarle ancora.

Ma, per questo, ho bisogno di tempo e solitudine. E di una penna per scriverne.

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