Susanna Trossero

scrittrice

Il muro

Il muroSe ne stava appoggiato al muro con l’aria di chi si è appena risvegliato da uno strano sogno… Tutto pareva galleggiargli attorno, lui stesso aveva la sensazione di fluttuare nello spazio circostante, sebbene i suoi piedi fossero piantati a terra e la consistenza di quel muro fosse ben spalmata contro la sua schiena. Nell’immediato era impensabile staccarsene, sarebbe di certo caduto rovinosamente sulla via. A giudicare dalla luce, si era di certo nella tarda mattinata.

Cercò di riacquistare lucidità, come quando un malore ti coglie all’improvviso e mantenendo la calma usufruisci di un punto d’appoggio aspettando che passi; tuttavia non passava… qualunque cosa fosse, non passava.

Un attimo prima (ma si trattava davvero di un attimo prima?) stava dentro qualcosa – forse una stanza – e ascoltava parole, ma ora era solo, all’aperto, nel ruggito del traffico cittadino odoroso di pioggia imminente e di smog. Chi era? Quanti frammenti di realtà aveva perduto?

Si osservò per catturare stranezze nel suo aspetto, ma indossava un anonimo paio di pantaloni scuri e una camicia, ai piedi delle scarpe più che normali, nessuna borsa o simili, non un documento in tasca né un portafogli, tutte cose che di certo aveva dimenticato o abbandonato altrove. O era stato rapinato? Strizzò gli occhi per concentrarsi meglio sulla zona che lo stava ospitando, fatta di platani le cui radici spingevano contro l’asfalto e di zanzare che venivano fuori dai tombini; auto parcheggiate, una strada trafficata, negozi, innumerevoli mozziconi di sigarette sparsi sul marciapiede, palazzi tutti uguali e ammassati l’uno contro l’altro, passanti ingabbiati ognuno nel proprio quotidiano di buste della spesa, dialoghi telefonici e figli da strattonare. Infine, individuò il portone alla sua destra, chiuso e ostile. Perché “ostile”? Che mai può farti il portone di un palazzo, dopotutto?

La pomposa targa d’ottone raccontava della sede legale di una società il cui nome gli era familiare, ma quel suo scavare alla ricerca di una qualunque informazione non parve portare a molto, almeno inizialmente. Poi… le scale… sì, le scale di marmo consumate da chissà quali e quante persone senza volto… Dietro quella pesante porta chiusa vi era una scalinata di quelle che si trovano soltanto in vecchi palazzi, ripide, strette, striate di grigio, e lui ne conservava memoria! Che altro? L’ufficio: alle pareti attestati e diplomi, onorificenze, paesaggi più simili a nature morte, luci deboli e giallognole, tetre come l’insieme… Seppur molto lentamente, la nebbia cominciò a diradarsi restituendo all’uomo una consistente porzione di realtà; si trattava tuttavia di memoria descrittiva, fotografica, priva d’emozioni collegate alle immagini, e ciò gli impediva di lasciare il muro alle sue spalle, ancora tutt’uno con lui, quasi fosse una stampella senza la quale era impossibile muoversi. Sfinito, interruppe il collegamento con la memoria, poggiò anche il capo alla parete del palazzo e chiuse gli occhi. Un momento, un momento solo, respirare con calma e riascoltare muscoli, tendini, vene, arti. Fare l’appello per riacquistare sicurezza.

Quando riaprì gli occhi, tutto fu improvvisamente più chiaro. Si staccò da quella vecchia parete troppo severa per un abbraccio, e non più malfermo ma incerto sul da farsi tentò un passo, e poi un altro ancora. I passi ben presto si susseguirono lasciando indietro il portone, la targa d’ottone, e la falcata si fece via via più sicura, verso una meta che non c’era e che soltanto il bisogno di allontanarsi da là avrebbe inventato.

Le emozioni, quelle, arrivarono subito dopo, quando la visione d’insieme fu resa più completa dalle parole udite alle nove del mattino in cima a quelle scale: riduzione del personale, crisi aziendale, situazione incerta, instabilità, e Pil, e Spread, domanda interna, domanda estera, questo e quello…

Soltanto una parola, ore prima, non era stata pronunciata per non involgarire il dialogo tra capo e sottoposto, ma era l’unica che lui non avrebbe dimenticato: licenziato.

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