Susanna Trossero

scrittrice

Raggiungetemi in classe!

Corso di scritturaScrivere… scrivere ciò che si ha dentro per dar forma a un pensiero, voce alle emozioni, vita alle parole.

Scrivere per raccontarsi o raccontare una storia, per inventare qualcosa o per parlare di noi stessi sotto mentite spoglie…

Scrivere per colmare un vuoto o per rilassarsi dopo una giornata pesante, raggiungendo quell’altrove in cui tutto è possibile, tutto si realizza, tutto si può dire o fare.

Questo vi propongo come sempre e – i miei allievi possono confermarvelo – questo riuscirete a fare, immergendovi in una magia che ad ogni foglio bianco si rinnova, spingendovi a colmarlo di frasi e idee che neppure pensavate di custodire in voi.

Vi piace?

Per gli amici di Roma e dintorni, come ogni anno dal lontano 1986, sono aperte le iscrizioni per i tanti bellissimi corsi della Fo.Ri.Fo, tra i quali troverete anche quello di scrittura narrativa tenuto da me. Si tratta di incontri della durata di un intero anno scolastico, che si svolgeranno nelle aule dell’Istituto Comprensivo Statale “Viale Vega” di Ostia (in viale Vega n°91, a due passi dalla fermata del treno Stella Polare) ogni lunedì dalle ore 18,35 alle 20,05. Scopriremo insieme che tante sono le ragioni che spingono a scrivere…

Lo si può fare per instaurare un rapporto di complicità con noi stessi, per sfuggire alla nostra esistenza o per riavvicinarci ad essa apprezzandola ancor di più, per costruirci uno spazio privato dove non vi sia posto per lo stress e dove tutto sia possibile, per sentirsi liberi, per vivere tante vite e situazioni. L’obiettivo di questo corso/laboratorio di scrittura narrativa, non ultimo, è quello di aiutarvi a capire se in voi si cela un potenziale scrittore, o di alimentare e perfezionare una naturale inclinazione, ricordandovi che la creatività in letteratura, non può essere rappresentata da un fiume di idee e parole senza controllo né metodo. Pertanto un dono, una passione o un desiderio, devono necessariamente essere affiancati da disciplina, costanza, tenacia, dedizione… ovvero regole! Siete pronti? Bene, a questo punto eccovi qualche informazione pratica.

Il costo dell’intero corso è di 191 euro più 9 euro di quota associativa, e per conoscere le modalità di iscrizione potete visitare il sito www.forifo.org, oppure contattare la direttrice dei corsi Prof.ssa Lai al 339 2756008 e via email (dir.corsiforifo@gmail.com). Se invece desiderate curiosare sui temi che tratteremo in classe o conoscere il programma per intero, non esitate a scrivermi all’indirizzo mail susanna.trossero@tiscali.it e vi spiegherò tutto.

Le lezioni cominceranno lunedì 16 ottobre e si concluderanno nel mese di maggio; vi ricordo inoltre che le iscrizioni termineranno entro e non oltre il 13 ottobre, ma per le adesioni è previsto un numero limitato (massimo 12 allievi).

Vi aspetto in classe, sarà un piacere conoscervi e condividere con voi entusiasmo e passione!

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Un buon viaggio di rientro

Aereo

La pioggia lava via le foglie morte disseminate qua e là dalla siccità estiva, quest’anno prepotente, e insieme si porta via viaggi e viaggiatori per ripristinare la normalità, quella che prevede giornate lavorative e banchi di scuola.

Si torna a casa, al tran tran, ai progetti, alle speranze, alle novità agognate o alle incombenze immutate…

È l’alba. All’aeroporto, mentre i più sono avvinti dallo schermo del telefonino, io mi diletto a osservare ciò che mi circonda, a immaginare lo stato d’animo dei viaggiatori: hanno lasciato qualcuno o qualcosa che già gli manca? O stanno raggiungendo qualcosa, qualcuno, che troppo gli è mancato? Vanno a staccare la spina – vacanzieri ritardatari – o rientreranno in possesso del loro quotidiano, le chiavi di casa già in tasca?
Di fronte a me, una coppia che ha di certo raggiunto l’età della pensione. Lei ha in braccio un bimbo piccolo piccolo, che dorme deliziato dal ciuccio con aria distesa e beata. I due, vicinissimi tra loro, lo osservano e di tanto in tanto si guardano con una tenerezza che vorrei si potesse descrivere, fotografare… Forse un pittore saprebbe riprodurla. Forse.

Lui leva una calzetta al piccolo e si gingillano entrambi con quel piedino perfetto: le minuscole dita, la pelle liscia, la forma a “palletta”, le naturali curve ancora incerte, al momento non ben delineate. Ci sarà tempo. E ancora si guardano e lo guardano.

Li vedo davanti a un miracolo, il loro, privato e silenzioso, ignari d’essere osservati. Spettatrice discreta, spio uno stato di grazia da presepe dell’infanzia, quando mi era stata inculcata l’immagine della grotta con il bue e l’asinello, un bimbo, i suoi genitori. I nonni però, nel presepe non ci sono mai stati.

Non riesco a distogliere lo sguardo che, ad un certo punto, colgono. Sorrido, mi sorridono. “È bellissimo”, dico.

“Sì, è vero”, risponde lei radiosa mentre l’uomo arrossisce, denudato da una sconosciuta. Poi arrivano i genitori del bambino, con dei giornali e una bottiglia d’acqua.

Mio malgrado smetto di invadere quella preziosa intimità; mi guardo ancora attorno a caccia di altre meraviglie, ma vedo solo dita che si muovono frenetiche sui telefonini.

Che lo capiate o no, mi sento fiera del mio vecchio Nokia; anche stavolta ha fatto il suo lavoro: mi ha permesso di non distrarmi, di non distogliermi dalla realtà che mi circonda, di abbeverarmi con immagini che non dovrebbero sfuggirci, rammentandoci che di “bello” è pieno ogni luogo. Alda Merini ha detto “La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori”… Secondo David Hume invece, la bellezza delle cose esiste nella mente che le contempla. Anche Kahlil Gibran, la pensava più o meno allo stesso modo:

“L’aspetto delle cose varia secondo le emozioni; e così noi vediamo magia e bellezza in loro, ma, in realtà, magia e bellezza sono in noi”.

Non sono d’accordo… La bellezza è come una luce che si posa su cose o persone, e non c’è giorno che non ci si mostri sperando d’essere scorta. Forse userò un piccolo quaderno per annotare tutto ciò che di bello mi appare quotidianamente, e l’autunno non sarà poi così malinconico.

Sarà un buon viaggio di rientro, ne sono certa.

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Belli o brutti, libri sono!

LibreriaHo uno strano rapporto, con i libri, lo ammetto. Al di là del gusto per una storia che pare scritta apposta per me, finisco per attaccarmi morbosamente anche a quei libri che non mi sono piaciuti. Alla fin fine, c’è quello che prediligo e a cui sono affezionata (come capita a tutti i lettori), ma poi è anche all’oggetto che mi lego indissolubilmente, altrimenti come spiegare l’impossibilità di liberarmi di tutti quei titoli che in me non hanno lasciato alcun segno?

A volte, mi posiziono come un soldato di fronte alla mia libreria: pronta all’attacco, decido che posso finalmente regalare qualcosa facendo un po’ di spazio a nuovi arrivati, e così comincio una cernita dapprima convinta ma poi… In un attimo tutto cambia e trovo delle giuste motivazioni perché restino là dove già sono: questo no, me lo ha regalato una persona cara; questo no, mi ricorda un momento particolare della mia vita; questo no, ci ho riso su con un’amica; no, neppure questo, può servirmi come esempio di libro mal scritto nei miei corsi di scrittura narrativa. E quest’altro? No, ci ho lavorato troppo per recensirlo, impossibile darlo via!

Insomma, non se ne fa più niente. Li tocco, li sfoglio, li annuso, a volte li abbraccio, poi tornano al loro posto e cominciano le doppie file.

Improbabile privarmene: belli o brutti, libri sono!

Bastasse questo, sarebbe alla fine un problema di organizzazione ma… Li vado pure a scovare altrove!

Giorni fa, per esempio, sono passata davanti ai cassonetti della spazzatura del mio quartiere, ho buttato via il sacchetto di rifiuti e abbassando lo sguardo ho visto – abbandonata per terra – una busta semiaperta stracolma di libri! Sì, libri. Non mi importava se tra loro ci potessero essere elenchi del telefono o depliant di chissà che: ero troppo felice! Avete presente – nei film d’avventura – il ritrovamento di un tesoro? Stessa emozione.

A casa, ho vuotato la busta: di elenchi telefonici ve n’erano davvero (e mi è scappato da ridere per la mia ingordigia), ma tra tanta carta da mettere nel contenitore adatto al riciclo ho trovato qualcosa che reputo prezioso: non uno, ma quattro libri. Un testo che racconta dei Promessi Sposi in modo insolito, con approfondimenti, aneddoti, e inviti alla riscrittura di alcune parti o a nuove personali caratterizzazioni dei personaggi, completo di dvd. Un altro costruito nello stesso modo, ma sulla Divina Commedia, anche lui con dvd ancora sigillato. Poi un interessante testo per imparare lo spagnolo, e la versione inglese di un libro di Emily Dickinson. Ora coprono altri miei libri, in quella doppia fila di cui sopra, e ho chiesto loro scusa per la fine ingloriosa che stavano per fare. Forse, proprio per questo, li amerò particolarmente.

Da ieri, sto approfondendo I Promessi Sposi con un interesse di certo maggiore rispetto a quello dei tempi della scuola, e mi divertirò a raccogliere l’invito di riscrittura di alcune parti. Forse, dopo questo, sarà la volta de La Divina Commedia, perché no.

Non buttate via i libri… Dategli una nuova famiglia, ce n’è sempre una, sappiatelo! E se poi non la trovate… beh, cercatemi!

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Numero 41

FioriPoco più di una settimana fa, siamo arrivati a 41 dall’inizio dell’anno. C’è addirittura una media, quasi che non possa passare una settimana senza che accada, e temo che al numero 41 già vada ad aggiungersi qualcosa, nel momento in cui il mio post è on line.

Sono le nostre amiche, sorelle, vicine di casa, le nostre dipendenti o datrici di lavoro. Le nostre madri o mogli o figlie. Non sono nomi sconosciuti che fanno parte della cronaca, sono persone che in un qualunque modo ci vivono accanto, fosse soltanto perché ogni mattina prendono il nostro stesso autobus per andare al lavoro.

Il femminicidio ci riguarda tutti eppure pare non riguardare nessuno, a me non può succedere/ no, lui no: è notizia al telegiornale della sera, è fiaccola accesa quando oramai la tragedia si è consumata.

Eppure, tutti noi, uomini e donne indistintamente, ne facciamo parte e forse, alcune volte, potremmo avvertire l’imminente esplosione e contrastarla. Almeno alcune volte. Non può non esserci un percorso interiore o dei segnali lanciati all’esterno, in questi uomini. Non possono tutti essere muti e isolati dal mondo. Hanno una famiglia che conosce la situazione e l’incapacità di metabolizzare la fine di una storia? Che intuisce anche soltanto quella malevola propensione a non accettare un “no”? Hanno un amico che presta la spalla agli sfoghi? Sono davvero tutti soli al mondo e con nessuno hanno pianto e sbraitato o minacciato, prima? Che tutti imparino ad aprire gli occhi, a monitorare meglio le situazioni, a proteggere, a non sottovalutare, a non tentare di giustificare o – peggio ancora – a non voltarsi dall’altra parte.

Tanti anni fa, una studentessa delle superiori fu percossa e violentata sul cofano di un auto in pieno centro a Cagliari, all’ora di pranzo, all’uscita di scuola. Nessuno se ne accorse, ma accadde sotto le finestre di tante persone, molte aperte per via della primavera inoltrata. Ed è più recente l’immagine di una giovane donna a Roma che corre per strada chiedendo aiuto, sbracciandosi, e auto o moto proseguono senza fermarsi. Un momento dopo, il suo inseguitore, la strangola, le da fuoco e lei muore atrocemente. O ancora, e questo accade fin troppo spesso, ricordo la ragazza che lasciò il compagno perché divenuto violento. Tempo dopo andò a riprendersi i suoi vestiti dalla casa che avevano in comune, accompagnata dalla mamma e dal papà, i quali temevano reazioni violente. Il papà purtroppo restò fuori per non inasprire la situazione, e l’uomo uccise a coltellate la ragazza e sua madre che tentava di difenderla.

Inutile fare altri elenchi: si chiama “sottovalutare”.

Le storie finiscono ogni giorno, le reazioni non sono tutte violente, per fortuna. C’è un dolore da assorbire, è naturale. Una frattura. Ma vi sono persone che mandano segnali evidenti di fragilità emotiva che può sfociare in rabbia pericolosa, altre che già si mostravano violente con le proprie compagne, nel quotidiano. Davvero, almeno in questi casi, nulla che si sia avviato, si può fermare?

Vittime e carnefici, sono sempre così soli? Così ciechi (o ingenui) coloro che gli stanno accanto? E perché noi donne abbiamo la tendenza a credere che quelle notizie della sera non possano portare il nostro nome? “Lui no, non lo farebbe mai, impossibile”. Frasi dette anche in seguito a precedenti manifestazioni violente… “è stato solo un momento, poi si calma, bisogna saperlo prendere”.

Non è la legge, che li ferma: lo fa quando tutto si è già compiuto.

È doloroso, ogni settimana, aggiungere un nome a quella cifra di cui sopra. Ci siamo dentro tutti… Tutte. Avevo 19 anni quando un ragazzo più grande di me cominciò a starmi dietro insistentemente. Non lo fece mai con modi aggressivi, ma si rivelò così fastidioso che imparai presto ad esserlo anche io e smisi di tornare a casa da sola. Si stancò, e cominciò a guardarsi attorno. Io non lo seppi, se non quando vidi la sua foto sul giornale, ma aveva cominciato ad assumere lo stesso atteggiamento con un’altra ragazza. Lei, al mattino presto, si muoveva da sola in un sentiero di campagna, dove correva per tenersi in forma. La uccise là, a coltellate. Non avrei mai pensato fosse capace di simili gesti. Mai. Neppure lei… A volte, è impossibile prevedere. Addirittura impensabile. Ma a volte no.

Nel quartiere in cui vivo, una mattina ho visto le macchine della polizia scientifica, e due corpi riversi a terra. Lui, incapace di accettare la fine di un matrimonio, chiede un ultimo incontro, uccide prima lei con un’arma da fuoco e poi la rivolge contro se stesso. Erano là, per terra, davanti ai miei occhi, non li conoscevo, ma mi sono chiesta perché la ragazza fosse andata da sola in quel parcheggio… E mi sono chiesta che cosa hanno fatto gli amici o i familiari di lui, assistendo al crollo psicologico. Non sto attribuendo colpe, non sono nessuno per farlo. Nè penso a un regime del terrore in cui le donne non debbano più uscire da sole.

Uomini e donne non dovrebbero vivere nella paura e guardare sempre tutti (o se stessi) come possibili assassini. Non è vita.  E allora? E allora l’educazione alla non – violenza, comincia da molto lontano eppure ci è tanto vicina e nasce in famiglia, a scuola, sul lavoro, sulla strada.  Non può essere basata solo sul timore delle conseguenze, bensì sul rispetto della volontà e dell’identità dell’altro. La mia amica, aggredita alle 5 del mattino mentre si recava al lavoro, si sentì domandare dai carabinieri come fosse vestita, se indossasse qualcosa di provocante. I commenti non servono, vero?

Gli stessi uomini dovrebbero insegnare  ai propri figli, amici, colleghi, il rispetto per l’altro, facendo sentire la loro voce. Forse quel “41 vittime” potrebbe risultare almeno inferiore, se tutti ricordassimo di quanto in quel numero siamo coinvolti. Di poco, di molto, chi può dirlo… Ma vorrei tanto smettessimo di pensare che il ridurlo è un desiderio utopistico. Lo vorrei con tutta me stessa.

E l’assurdo è che lo vedrò crescere.

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Villaggi di pescatori, ricordi d’infanzia

Barca

Mi piace, osservare piccole solitarie imbarcazioni che – adagiate sullo specchio d’acqua – paiono come vecchi appisolati sull’uscio di casa, in pomeriggi assolati.

Quella sedia impagliata che li accoglie, i racconti di mare, le case basse e bianche, le reti abbandonate dopo la pesca proprio là davanti, sul minuscolo marciapiede. E le donne che intrecciano giunchi, i ragazzini scalzi e in braghe corte.

Villaggi di pescatori, ricordi d’infanzia.

Si svegliano sempre prima del sole, quelle piccole comunità, mentre altrove tutti dormono ancora, e ogni abitante ha qualcosa da fare per cui valga la pena lasciare il letto e il silenzio.

E la sera, il profumo di grigliate o di zuppa di pesce inondano l’unica via, mentre piccoli pipistrelli giocano con il tramonto che promette loro nuvole di zanzare.

In un villaggio come questo, ho imparato ad andare in bicicletta, una bici bianca con i parafanghi azzurri, e bianchi erano i calzettoni che temevo sempre di sporcare con grasso della catena. Chi l’avrebbe sentita poi, mia madre!

Con pedalate incerte raggiungevo le vigne, ma il terreno sabbioso e poco adatto mi spingeva a tornare indietro sull’asfalto dell’unica strada del villaggio. Stretta, corta, le case a delimitarla che si affacciavano l’un l’altra, la via aveva dunque un inizio e una fine: da una parte i bassi filari d’uva bianca e nera, dall’altra una minuscola spiaggia a forma di mezza luna, dove barchette di legno colorato si riposavano dopo la pesca, adagiate su un fianco.

Ginepro, mirto, lentischio, gigli spontanei, conchiglie che parevano enormi, o forse troppo piccole erano ancora le mie mani.

Poche famiglie abitavano quel luogo, poche quante erano le case, e aveva uno strano nome, Cussorgia, dal latino medievale cursoria; nel 2011 ben settantacinque abitanti risultavano al censimento, ma quando la sottoscritta pedalava incerta con i ragazzini locali, gli abitanti erano ancor meno!

Ci si recava laggiù – invitati da amici di famiglia – nelle domeniche di fine estate o in quelle sere ancora troppo calde per rinchiudersi a casa; al tempo, il nostro condizionatore era rappresentato dalla clemenza dell’aria di mare, e ho impressi gli odori, la semplicità, le reti ripulite, i giunchi da raccogliere in fascine. E poi i canestri appesi alle pareti, i pomodori sui davanzali ad essiccare, l’uva di settembre, il brodo di pesce necessario a riciclare gli scarti che scarti non erano mai.

A volte, quando tutto si accumula e le giornate non bastano mai, fantastico di un luogo come quello, dove passare qualche settimana in un niente apparente che in realtà è davvero tanto, e tanto all’anima restituisce.

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