Susanna Trossero

scrittrice

Un fidanzato in affitto!

Le foto: cambia il modo di scattare quelle “ricordo”, ma resta immutato il desiderio di immortalare momenti o viaggi.

In giro per Roma, vedo tutti impegnati con i selfie ad ogni passo e sotto qualunque monumento, dunque apparentemente sembra che non sia più necessario avere qualcuno che ci scatta una foto.

Eppure, forse non è così e c’è chi si è posto il problema tentando di ovviare ad alcuni inconvenienti.

Mettiamo che non abbiate compagnia durante la vostra vacanza nella capitale;

mettiamo che non vi vada a genio fermare i passanti per chiedere cortesemente di scattarvi una foto (magari correndo il rischio che scappino con il vostro telefono cellulare nuovo di zecca!);

mettiamo che i selfie non vi vengano poi così bene;

mettiamo che vogliate far impazzire d’invidia colleghi e amici al ritorno dalla suddetta vacanza romana (durante la quale vorreste postare non banalissime foto ma scatti d’autore)…

Che fare?

Qualcuno si è inventato “Instaboyfriend Rome private tour”: un pacchetto turistico al momento destinato solo alle donne single, le quali affittano “compagnia” allo scopo unico di avere accanto qualcuno che scatti loro delle bellissime foto professionali da condividere nei social. Insomma, questa sorta di “fidanzato/guida turistica” altro non è che un fotografo indispensabile per ottenere molti like (su viaggiamo.it ulteriori informazioni)

Il sito Ilfattoinedito.com così commenta l’iniziativa:

“I fidanzati-fotografi seguono le turiste tra i vicoli di Roma, per consentire a queste di “vivere come una modella per un giorno” ed ottenere immagini da condividere su Instagram”.

Il costo non è esattamente irrisorio, ma l’articolo ci fa sapere che l’ideatore rassicura le vacanziere:

“Roma Experience” sottolinea che ne vale davvero la pena visto che il “fidanzato in affitto” è migliore di un fidanzato vero. L’Insta-boyfriend, infatti, non si lamenta perché ci guadagna, è lì solo per la turista e quindi non si distrae, ma soprattutto è un fotografo professionista che non farà arrabbiare la “fidanzata” a causa di qualche scatto poco riuscito”.

Che dire… a me pare piuttosto bizzarro, per usare un eufemismo, ma a quanto pare oramai neppure uno scatto con alle spalle il Colosseo può essere lasciato al caso: che nessuno ne mostri uno più bello del nostro o perderemo punti preziosi! E i fidanzati veri? Se li avete, lasciateli a casa: sono oramai fuori moda.

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Meno bisogni, più felicità: parola di Giulio Verne

Chi non ha mai letto “L’isola misteriosa” di Jules Verne batta un colpo!

Non amavo molto i libri avventurosi, da ragazzina. Ero più una bambina da Piccole donne, Le piccole donne crescono, La piccola Dorrit e così via. Oppure, passavo direttamente a romanzi come Dracula di Bram Stoker.

Però, imbattermi in Giulio Verne e restarne folgorata fu tutt’uno, lo ammetto.  Al tempo, non colsi il messaggio tra le righe e mi dilettai semplicemente a immedesimarmi in un naufragio e nelle conseguenti difficoltà/avventure da vivere insieme ai protagonisti ma… Metterci mano da adulti è tutt’altra cosa.

Intanto, come superi le prove della vita? Il naufragio di relazioni umane, di progetti di vita o lavorativi, le avversità che ti attendono oltre la porta di casa?

Giulio Verne mette in primo piano l’intelligenza in un genere letterario che già al tempo era stato sperimentato da altri autori, basta ricordare Defoe con il suo Robinson Crusoe.

Ma in questo caso, Verne aggiunse alla storia un tocco da maestro: l’analisi della natura umana e il senso del bene o del male. O, ancora, il valore del progresso.

Lo so, la parola progresso – se pronunciata a proposito di un romanzo pubblicato per la prima volta nel 1875 – in pieno 2019 può far sorridere, eppure…

Sapete che le tecniche di sopravvivenza utilizzate dai naufraghi nel romanzo di Verne, oggi sono studiate nei corsi e percorsi per uomini duri? A ben leggere il romanzo con la dovuta attenzione, potremmo mettere insieme delle dritte da perfetto manuale di sopravvivenza, appunto.

Quattro uomini e un ragazzo, dopo essere sfuggiti alla guerra, alla prigionia e usciti indenni dalla caduta della mongolfiera sulla quale viaggiavano, approdano su un’isola e là si devono ingegnare, mostrando al lettore di oggi qualcosa di molto particolare…

Non è forse vero, per esempio, che la grotta nella quale trovano rifugio è posta così in altro da anticipare il concetto di grattacielo e di ascensore? Sebbene il tutto sia piuttosto rudimentale, si notano oggi soluzioni al tempo piuttosto innovative e originali, altro che capanne di paglia!

Vale la pena leggere i classici (e L’isola misteriosa di Verne lo è), di andare oltre le righe per scovare  inaspettate perle o soluzioni narrative più vicine ai nostri giorni che al tempo della pubblicazione di queste opere.

Non è forse vero che “Meno comodità si hanno e meno bisogni si hanno, meno bisogni si hanno e più si è felici”?

E poi, non è male – ancora oggi – incontrare il capitano Nemo, o lasciarsi coinvolgere dalla tipica struttura dei romanzi avventurosi, dove la corsa contro il tempo è elemento importante ma altrettanto importanti sono i messaggi contenuti tra le righe.

In questo, oltre a questioni ecologiste (è giusto sottomettere la natura ai propri bisogni?) o la psicologia di personaggi così differenti posti a subire un dramma che li accomuna, troviamo una visione positiva di momenti in realtà piuttosto negativi. Ovvero: si può sopravvivere alla distruzione di ogni certezza soltanto rimboccandosi le maniche. Distruzione uguale ricostruzione.

Ricominciare anche quando lasciarsi andare è quasi lecito e soprattutto molto più facile.

Direi che senza dubbio, una iniezione di positività come questa è utilissima anche in tempi come i nostri, non trovate?

Un classico, a dispetto dell’anno di pubblicazione, non è mai datato.

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Trappole e tentazioni

Saltuariamente, scompaio.

Ebbene sì, la vita d’ogni giorno mi inghiotte e quando ancora sono convinta che sia lunedì è già sabato: c’è qualcosa di inquietante, nel lunedì… Mai bene accolto se ne va zitto zitto portandosi però dietro tutti i giorni della settimana. Avrei molto da dire su questo giorno d’inizio, ma lo farò a tempo debito, in modo forse inconsueto. Sembra una minaccia ma forse è una promessa!

Insomma, quando penso “domani torno in rete, scrivo sul mio blog, curo un po’ di più le mie pagine facebook”, finisce che quel “domani” mi sfugge e il silenzio si prolunga. Le normali incombenze quotidiane, la vita privata, e poi la scuola di scrittura, i libri da leggere e recensire, un mio progetto da portare avanti, qualche seccatura come una capatina dal dentista o il computer che va in tilt, ed ecco che il tempo sfugge dalle mani trasformando ogni cosa e momento in “ieri”. Difficile anche fare una telefonata.

Invidio quelle persone che tutto sanno seguire, che nulla lasciano indietro, che non trascurano gli amici e magari gli avanza anche qualche spazietto vuoto inaspettato.

Organizzazione, si chiama.

Ma voi, voi che passate di qui, spero tanto mi vorrete bene anche così e manterrete la voglia di leggere le mie riflessioni.

In questo periodo di tempo nemico, non sono mancate belle occasioni legate alle persone. Già, le persone. Mi ritengo fortunata, perché ne incontro spesso interessanti e piacevoli proprio mentre tutti si lamentano di quanto è brutta la gente.

Bukowski ha detto che “la gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto”.Non so se lo dicesse con ironia, io facendo mia questa frase la rivesto di ammirazione. Perché le persone che incontro, generano storie suggestive che mi affascinano.

Amo osservare la passione da narratori dei miei allievi, capaci di discutere per difendere le azioni di un loro personaggio. E mi lusinga avere un appuntamento con un gruppo di scrittori incontrati anni fa, che credevo mi avessero oramai dimenticata.

Mi dà calore un messaggio ricevuto da chi finalmente ha trovato ciò che da tempo cercava: un editore per il suo romanzo. E mi scrive che il merito è anche mio perché ho sempre creduto nel suo talento.

La gente… Un pacco da scartare il cui contenuto può anche rivelarsi deludente, certo, ma le sorprese valgono la pena. Il più grande spettacolo del mondo. Ti completa, se sai davvero smettere di generalizzare attraverso preconcetti e luoghi comuni.

Di recente, ho avuto l’onore di conoscere i parenti di un grande lettore, un impaginatore di libri che dopo una lunga vita dedicata alla parola scritta si è spento, lasciando traccia di sé in una ricca biblioteca personale. Tanti, di quei libri, mi sono stati regalati ed è stata una emozione difficile da raccontare: esser scelta perché in grado di amare volumi che tanto sono stati amati, rappresenta qualcosa che soltanto chi ama davvero i libri può capire.

Titoli, autori, frasi evidenziate, piccole orecchie sulla carta, pagine ingiallite, tanto hanno da raccontare. È quasi come se qualcuno si confidasse con voi, parlasse con voi dei suoi gusti e preferenze, scambiasse opinioni su uno scrittore, discutesse di classici e di ciò che per lui hanno rappresentato.

Dopo un dono di tale portata (e peso: sono davvero tanti), ci si sente migliori.

Attenti, ai libri… Sono come le persone: una trappola, una tentazione.

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Allergici all’acqua?

Sembra che nel mondo occidentale, tutti siamo allergici a qualcosa, quasi fosse un’epidemia, un virus contagioso che ci trasforma in vulnerabili a pollini, alimenti, animali, tessuti, farmaci, sostanze d’ogni genere!

Guardatevi intorno: starnuti, occhi gonfi, sfoghi della cute, difficoltà respiratorie… Se qualcuno di voi appartiene alla mia generazione, ricorda senza dubbio che in classi numerosissime difficilmente c’era un numero rilevante di alunni allergici ai pollini, per esempio. Ragazzini che in primavera non potevano stare nel cortile della scuola senza star male: io non ne ricordo, addirittura, e voi?

Allergie le cui conseguenze possono addirittura essere pericolosissime, mentre ciò che le causa – magari una margheritina di campo – ci appare come dolce annuncio della stagione più promettente dell’anno.

I dati parlano chiaro: un terzo degli adulti, e metà della popolazione infantile, sono colpiti da allergie di vario genere! Perché? Che cosa è cambiato?

I ricercatori canadesi sono arrivati a una conclusione allarmante: ci laviamo troppo! Questa ipotesi fu “lanciata” a mo’ di bomba già in passato, nel 1989, quando si arrivò alla conclusione che troppa igiene indebolisce il sistema immunitario, poichè non fa più fronte a batteri, infezioni, virus. In pratica non è più allenato a difendersi e questo è il risultato.

Un bel problema, visto che in Italia si spendono diecimila miliardi l’anno per l’acquisto di saponi,  detergenti, prodotti per la cura e la bellezza del corpo!

La pagina del Corriere.it del 17 aprile 2017, riporta una dichiarazione dello scrittore Mauro Corona (del quale io apprezzo tantissimo lo stile), il quale sosteneva di farsi più o meno una doccia al mese per preservare la pelle da seccature e risparmiare le risorse idriche.

E siccome ogni cosa fa moda o tendenza, la questione è stata battezzata in America con il nome “Unwashed” e con lo stesso nome è sbarcata in Europa, ma se state storcendo il naso eccomi qui a darvi una brutta notizia: avete presente alcuni tra i sex simbol più noti?

Dunque, vediamo… Russel Crowe, Colin Farrell, Brad Pitt e Johnny Depp. Ebbene, hanno aderito alla nuova tendenza!

È davvero così nuova? I medici dell’Illuminismo vietavano ai loro pazienti i bagni frequenti: “i pori della pelle si aprono permettendo alle malattie di insinuarsi nel corpo e mietere vittime!”

Mi sconcerta, oggi, il non trovare mai una via di mezzo. In fondo, anche in natura l’igiene del corpo è praticamente un dovere/piacere al quale non ci si sottrae. Avete mai osservato un gatto dopo che ha mangiato anche una piccola porzione di cibo? Procede immediatamente al rito della toeletta, dalla durata incredibile! E i roditori? E gli uccelli, che si bagnano, lisciano le penne e compiono addirittura piccole simpatiche evoluzioni nell’acqua? O le scimmie, che tra l’altro si aiutano l’un l’altra nel curare l’igiene?

Da una parte l’allarme degli scienziati, dall’altra quello dello spreco d’acqua, e nel mezzo l’uomo sempre e comunque capace di trasformare ogni cosa in tendenza, moda.

Ancora mi domando come mai il buon senso mai si sia trasformato in tendenza. Un sapone meno aggressivo, e limitare lo spreco d’acqua con piccoli accorgimenti che – se seguiti dalla massa – contribuiscono enormemente a contenere i consumi, per esempio.

Oppure, arrendiamoci a ripristinare abitudini vittoriane, compresa quella delle elaborate parrucche notoriamente abitate da pulci e pidocchi. Però almeno così non si beccavano l’influenza per via dei capelli bagnati, no?

Io, dal canto mio, forse controcorrente e sfidando il sistema immunitario, proseguo ad amare la doccia quotidiana, anche perché:

“Praticamente a tutti, mentre si stanno facendo una doccia, viene in mente un’idea. È la persona che esce dalla doccia, si asciuga e fa qualcosa a riguardo che fa la differenza.” (Nolan Bushnell)

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Siamo tutti da tutti influenzabili?

Uno scrittore francese, ha detto che coloro i quali temendo le influenze vi si sottraggono, fanno tacita ammissione di povertà d’animo perché temono anche la scoperta, il nuovo.

Personalmente mi appare come un giudizio piuttosto severo: in fondo spesso temiamo ciò che è diverso dalle nostre consuetudini – benché ci attragga – perché non vogliamo cacciarci nei guai o dover pagare un prezzo.

Inoltre, a volte, proteggersi dall’influenza di qualcuno è questione di sopravvivenza!

Ma quando c’è chi è in grado di influenzarci “negativamente” – secondo il nostro metro di giudizio -, che cosa avviene in realtà e quanto quel “qualcuno” può essere rivestito di tanta responsabilità?

In psicologia, si dice che le influenze agiscono per somiglianza. Le si è paragonate a delle specie di specchi che ci mostrano non come già siamo nella vita quotidiana, non come ci conosciamo già, bensì come noi siamo in modo sotterraneo, latente, non ancora chiaro a noi stessi.

Agire sotto l’influenza di qualcuno insomma, non ci renderebbe deboli, vulnerabili, alla mercé di chi ha una personalità più forte, bensì rivelerebbe chi siamo realmente.

Inquietante, non trovate?

In una lezione di scrittura narrativa, ho evidenziato in classe – a proposito dei personaggi – che protagonisti, luoghi, accadimenti, non restano mai scollegati tra loro né indipendenti.

Non possono, perché ognuno di loro influenza costantemente gli altri, divenendo tassello di una storia.

L’ambientazione per esempio, il luogo in cui il personaggio si muove, influenzerà ciò che fa, come agisce. E, le azioni, influenzeranno ciò che dirà. Tutto ciò, subirà nel complesso, l’influenza derivata dai rapporti con altri personaggi, e così via.

Anche in narrativa insomma, l’influenza di ambiente e frequentazioni ha la sua importanza e crea un filo logico tra le varie componenti di una storia.

Ma, sempre a proposito di quegli specchi, direi che è vero: gli altri sono in grado di influenzare le nostre azioni, il nostro pensiero o il nostro vivere, nella misura in cui noi vogliamo che ciò accada.

Tuttavia non è sempre così semplice.

Un neuroscienziato parigino (Mael Lebreton) ha evidenziato che ciò che altri desiderano o scelgono finisce per diventare necessità personale.

Niente di nuovo, se ci pensate, visto che questo è un meccanismo presente fin dai primi anni di vita: non è forse vero che l’oggetto del desiderio del bambino è sempre il giocattolo di qualcun altro sebbene ne abbia di suoi?

Tutto ciò sta alla base della pubblicità, della moda e non solo. Pare che il cliente sia più attratto da un negozio affollato piuttosto che da uno deserto. “Se ci vanno in tanti significa che ne vale la pena”.

Siamo dunque scimmie oramai ammaestrate, persone attratte dal vivere in gregge piuttosto che desiderose di emergere, pur avendo alternative e sogni tutti nostri?

Ma allora, alla base della tendenza a lasciarsi influenzare non c’è il fascino e l’attrazione per qualcosa di “diverso”, bensì… il timore della mancata approvazione altrui!

E la vita che vogliamo davvero, dove sta?

L’unicità non è una prigione da cui evadere per uniformarsi: prigione è appartenere eternamente a un gregge. Il potere di persuasione e il timore del giudizio rappresentano consistenti bavagli per la nostra volontà, che forte non è mai troppo.

“Per avere in mano la propria vita, si deve controllare la quantità e il tipo di messaggi a cui si è esposti.”
Chuck Palahniuk

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