Susanna Trossero

scrittrice

Siamo tutti da tutti influenzabili?

Uno scrittore francese, ha detto che coloro i quali temendo le influenze vi si sottraggono, fanno tacita ammissione di povertà d’animo perché temono anche la scoperta, il nuovo.

Personalmente mi appare come un giudizio piuttosto severo: in fondo spesso temiamo ciò che è diverso dalle nostre consuetudini – benché ci attragga – perché non vogliamo cacciarci nei guai o dover pagare un prezzo.

Inoltre, a volte, proteggersi dall’influenza di qualcuno è questione di sopravvivenza!

Ma quando c’è chi è in grado di influenzarci “negativamente” – secondo il nostro metro di giudizio -, che cosa avviene in realtà e quanto quel “qualcuno” può essere rivestito di tanta responsabilità?

In psicologia, si dice che le influenze agiscono per somiglianza. Le si è paragonate a delle specie di specchi che ci mostrano non come già siamo nella vita quotidiana, non come ci conosciamo già, bensì come noi siamo in modo sotterraneo, latente, non ancora chiaro a noi stessi.

Agire sotto l’influenza di qualcuno insomma, non ci renderebbe deboli, vulnerabili, alla mercé di chi ha una personalità più forte, bensì rivelerebbe chi siamo realmente.

Inquietante, non trovate?

In una lezione di scrittura narrativa, ho evidenziato in classe – a proposito dei personaggi – che protagonisti, luoghi, accadimenti, non restano mai scollegati tra loro né indipendenti.

Non possono, perché ognuno di loro influenza costantemente gli altri, divenendo tassello di una storia.

L’ambientazione per esempio, il luogo in cui il personaggio si muove, influenzerà ciò che fa, come agisce. E, le azioni, influenzeranno ciò che dirà. Tutto ciò, subirà nel complesso, l’influenza derivata dai rapporti con altri personaggi, e così via.

Anche in narrativa insomma, l’influenza di ambiente e frequentazioni ha la sua importanza e crea un filo logico tra le varie componenti di una storia.

Ma, sempre a proposito di quegli specchi, direi che è vero: gli altri sono in grado di influenzare le nostre azioni, il nostro pensiero o il nostro vivere, nella misura in cui noi vogliamo che ciò accada.

Tuttavia non è sempre così semplice.

Un neuroscienziato parigino (Mael Lebreton) ha evidenziato che ciò che altri desiderano o scelgono finisce per diventare necessità personale.

Niente di nuovo, se ci pensate, visto che questo è un meccanismo presente fin dai primi anni di vita: non è forse vero che l’oggetto del desiderio del bambino è sempre il giocattolo di qualcun altro sebbene ne abbia di suoi?

Tutto ciò sta alla base della pubblicità, della moda e non solo. Pare che il cliente sia più attratto da un negozio affollato piuttosto che da uno deserto. “Se ci vanno in tanti significa che ne vale la pena”.

Siamo dunque scimmie oramai ammaestrate, persone attratte dal vivere in gregge piuttosto che desiderose di emergere, pur avendo alternative e sogni tutti nostri?

Ma allora, alla base della tendenza a lasciarsi influenzare non c’è il fascino e l’attrazione per qualcosa di “diverso”, bensì… il timore della mancata approvazione altrui!

E la vita che vogliamo davvero, dove sta?

L’unicità non è una prigione da cui evadere per uniformarsi: prigione è appartenere eternamente a un gregge. Il potere di persuasione e il timore del giudizio rappresentano consistenti bavagli per la nostra volontà, che forte non è mai troppo.

“Per avere in mano la propria vita, si deve controllare la quantità e il tipo di messaggi a cui si è esposti.”
Chuck Palahniuk

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Perdono o vendetta?

A Natale, si sa, si deve essere tutti più buoni, altrimenti che Natale è? Ma, passate le feste, possiamo dedicarci ad argomenti meno nobili, che sfiorano anche tutti coloro che storcono il naso dicendo “no, a me no”.

La vendetta, per esempio.

In un film di cui non ricordo il titolo, ho sentito Nicole Kidman pronunciare la frase “La vendetta è una pigra forma di sofferenza”, ed ho cercato di interpretarne il senso…

Pur di non soffrire per qualcosa che riteniamo insopportabile, meditiamo vendetta trovando così una ragione forte, un progetto per andare avanti nonostante tutto. Dopo, staremo meglio, e durante abbiamo qualcosa da attuare che richiede pazienza, determinazione, capacità organizzative. Inoltre bisogna essere capaci di fingere, e ciò richiede un certo lavoro, a meno che non siate abili mentitori per natura.

Forse, chissà, quella frase dice il vero.

Di vendetta ho parlato in classe, poiché è un argomento piuttosto “gettonato” in letteratura.

Una forma di giustizia personale che Charlotte Bronte, per esempio, ha fatto definire dalla sua Jane Heyre come qualcosa che possiede il sapore di un vino aromatico, che deliziosamente intossica. Deliziosamente… Strano avverbio: tanta delicatezza per un sentimento così forte fa sorridere, no? In fondo siamo stati educati a considerare l’impulso della vendetta piuttosto riprovevole! Eppure, c’è un momento in cui ne “Il Conte di Montecristo”, lo stesso Edmonde Dantes ha dubbi sulla legittimità morale della sua vendetta, ma noi lettori ne siamo contrariati:  come sarebbe, gli è stato fatto un torto così grande, e così grande e ben pensata è la sua idea di vendetta, e adesso si fa venire gli scrupoli? No, proprio non ci va giù!

A noi lettori, piacciono molto le situazioni drammatiche (almeno quanto non ci piacciono nella vita!) e un romanzo incentrato sulla vendetta, se ben scritto crea le giuste attese trascinandoci dentro la storia, indipendentemente dal fatto che quel desiderio di vendetta sia giusto o riprovevole.

Sì, è proprio così: la motivazione, che dovrebbe essere l’elemento principale perché si provi empatia per il vendicatore, può anche passare in secondo piano se lo scrittore sa tenerci sulla corda.

Nessuno può negare che la vendetta sia una tra le più naturali tentazioni, e non parlo certo di quel desiderio che provoca spargimenti di sangue!

Mi riferisco, in realtà, a quelle piccole ma più che presenti vendette che si attuano nei rapporti con gli altri, nell’ambiente di lavoro, e ancor più frequenti sono tra chi si ama! No, non è un paradosso: è dimostrato che questo piatto che va gustato freddo, ci coinvolge ahimè molto di più degli elogi alla pace e al rispetto, o di quel porgere l’altra guancia! Si tratta di situazioni così sottili che non incutono il timore dell’arrivo delle forze dell’ordine a punirci. Sottili, sotterranee, ma non per questo poco dannose.

E se nei rapporti di coppia, quando bisognerebbe imparare a fare un passo indietro, a “disinnescare”, è in verità una costante, lo è anche nei bambini. Sì, la vendetta è più che presente nei meccanismi infantili: i bambini la conoscono bene e sanno come metterla in pratica!

Ma, tornando a noi adulti, è davvero così grande il senso di “soddisfazione” provato una volta attuata?

Dapprima vittime, poi giudici, infine carnefici una volta emessa la sentenza, possiamo ritenerci soddisfatti o è soltanto una meschina aspirazione?

E ancora: il perdono è mostrarsi benevoli e comprensivi, o può essere considerato una forma di disprezzo per l’altro, al quale ci mostriamo palesemente superiori?

Henri Lacordaire risponde così:

“Volete essere felici per un istante? Vendicatevi! Volete essere felici per sempre? Perdonate!”

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Guardare indietro per andare avanti

Caro 2019,

vorrei saperti dare un benvenuto degno di un anno importante, ma lo sono stati tutti e tutti lo saranno, chi per un verso chi per un altro, e non è facile concederti troppa considerazione senza offendere quelli precedenti.

Da quando ero bambina, il nuovo anno rappresentava per tutti “il domani”, il futuro sul quale riversare progetti, sogni, desideri da realizzare e a cui chiedere cambiamenti. Guardare avanti, insomma, grazie alla sua benevolenza.

Di anni – dalla mia infanzia  – tanti ne ho visti passare, e le richieste in più di mezzo secolo sono rimaste invariate. Le speranze, anche.

Ma a te, Caro 2019, non chiedo benevolenza, né domando di facilitare quel guardare avanti o realizzare cambiamenti.

Nel dare l’addio all’anno vecchio, io ti chiedo in realtà di guardare indietro non appena arriverai, salutato dai consueti brindisi e da luci sfavillanti.

Sì, guardare indietro e non avanti.

Perché non puoi realizzare nuovi sogni e desideri, progetti o speranze, senza restituirci qualcosa di vecchio che ci appartiene e senza il quale mai più sapremo essere davvero felici.

Ti sto chiedendo qualcosa che ho avuto la fortuna di conoscere, e con me tanti altri: la semplicità.

Tu sei nuovo di queste cose, stai nascendo, lo so, ma voglio spiegarti di che si tratta affinché tu possa riportarla nel nostro vivere.

La semplicità sta nel quotidiano liberato da inutili zavorre: buttate giù quelle, possiamo rivedere il tremolio delle stelle che tanto ci incantava, o godere di una giornata di sole, del sorriso al risveglio di chi ci dorme accanto, dello sguardo gentile di chi ci cede il passo entrando in un negozio.

La semplicità sta nel silenzio di cui abbeverarci, e nel quale riscoprire i suoni che del silenzio fanno parte: fruscii, sibili, piccoli crepitii, un respiro. Un silenzio da difendere, che ieri non ci faceva paura e che oggi dobbiamo per forza annientare con parole spesso inutili.

La semplicità sta nel non temere la noia o il dolce far niente, senza correr dietro a qualcosa a tutti i costi nel timore di vuoti o di pensieri.

Perché la semplicità sta anche nel piacere di pensare, di osservare, di non avere sempre fretta di fare dell’altro.

La semplicità non necessita di corse né rincorse, non vive di acquisti o smanie, non la si ottiene pigiando un tasto o illudendosi che bello equivale a costoso… e a lei non servono soldi perché ciò di cui si nutre sta tutt’attorno, a portata di mano e alla portata di tutti. Possiamo regalarla ogni giorno e ogni giorno riceverne abbondanti porzioni, senza attendere il Natale.

Non ha bisogno di lauti pasti ma di commensali amati.

Non ha bisogno di pacchi da scartare ma di sinceri contenuti.

Per favore, caro 2019, restituisci a tutti noi la semplicità, aiutaci a capire che perduta quella nessun sogno, nessun progetto, desiderio, cambiamento, ci renderanno felici.

Guardare indietro, per andare avanti.

Puoi farcela, e con te possiamo farcela anche noi.

Ti aspetto, senza botti né fanfare

Susanna

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Un’epoca senza te

Un’epoca non è lunga cent’anni.

Non se ne conosce la durata esatta; è un tempo che comincia in sordina, si sviluppa circondandosi di caratteristiche che lo rappresentano, che forse lasceranno il segno in qualcuno e in qualcosa, ripetendosi fino alla sua conclusione in modo del tutto naturale.

Ebbene, con te, è finita un’epoca.

L’epoca dell’ossessiva consultazione del meteo in tv: farà troppo caldo per lui? Non facciamogli mai mancare punti di ristoro, acqua fresca e pulita.

Farà troppo freddo? Una cuccia accogliente, morbida, al riparo dalle notti invernali o dalle improvvise tempeste di vento.

Pioverà? Oh no, la pioggia no, lui a volte resta immobile sul vialetto mentre l’umido scroscio lo ricopre, e solo troppo tardi – quando è oramai fradicio – quell’atto di ribellione provoca la contrariata fuga.

No, la pioggia no. Lui non si lascia asciugare e noi, facendolo comunque per salvaguardarlo da raffreddori, rimediamo qualche nuova cicatrice: le mani, un campo di battaglia.

La primavera sì! Lucertole da importunare, asfalto caldo sul quale rotolare beato, moschini da inseguire, lunghe pennichelle, notti da girovago.

Con te, è finita un’epoca.

L’epoca del primo pensiero al risveglio: portarti la colazione era priorità assoluta e priorità era che tu pranzassi o cenassi prima di me, o sedersi a tavola pareva un atto di egoismo.

L’ultimo pensiero alla sera: se dormivi, dove e per quanto tempo? Venirti a cercare nel cuore della notte per accertarsi che tu fossi tranquillo in cuccia, o magari all’alba, era un fatto naturale per noi, quando il freddo si faceva pungente.

Con te, è finita un’epoca.

L’epoca delle rassicurazioni durante i botti di Capodanno, portandoti dentro casa di un’altra tua amica umana, laddove ti arrabbiavi perché venivi rinchiuso, tu così libero, mentre fuori scoppiava quella stupida e insulsa guerra ad annunciare un nuovo anno. Un nuovo anno che sempre cominciavi dapprima tremante, poi borbottando contrariato.

L’epoca di uscite e partenze organizzate: pensi tu alla pappa? Lo porti tu a letto? E tu lo porti in cuccia se piove?

Dei messaggi sul telefonino per restare in contatto tra noi mamme adottive.

L’epoca dei consulti con l’amico – il caro, insostituibile Amico – veterinario, che tante volte ti ha rimesso in sesto e che ti ha regalato la tappa della vecchiaia, non raggiungibile per tutti. Non ci sono parole per ringraziarlo…

L’epoca dei mille occhi alla finestra, per proteggerti da qualche infido personaggio che pareva infastidito dall’amore che ti circondava.

In ogni storia, in ogni epoca appunto, c’è qualcuno i cui limiti parlano da soli, ma ciò non ti ha impedito di procedere passo dopo passo, spedito e caparbio.

Sì, un’epoca è finita: la tua, la nostra con te, quella di tutti noi che ti abbiamo seguito in quella calda e organizzata gestione comune, durante la quale ho fatto in modo che tutti si abituassero a chiamarti con un unico nome, Ciccio.

E, in questa nuova epoca che senza di te comincia, tre pensieri mi confortano:

  • aver contribuito a darti una buona vita, in cui niente ti mancasse perché fosse lunga e felice;
  • aver rispettato il tuo bisogno di libertà lasciandoti vivere da vero felino, senza snaturarti;
  • aver saputo – infine – che ci hai lasciati all’improvviso, senza lunghe agonie, a ben 16 anni di età, dopo una giornata come le altre di passeggiate, pennichelle e sano incredibile appetito.

Buona notte Ciccio, indimenticabile Highlander di un quartiere romano di periferia.

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Ottobre è un po’ come il lunedì

OttobreOttobre, decimo mese dell’anno: l’autunno è oramai inoltrato, gli alberi si spogliano del “vecchio” e tutti noi ci apprestiamo al consueto cambio dell’armadio, riscoprendo i capi d’abbigliamento che ci proteggeranno dal freddo.

E diremo a tutti quant’era bella l’estate, dimentichi di quante volte sotto la cappa dei 40 gradi abbiamo sognato l’inverno!

Le stagioni si susseguono portandosi via il tempo, ma considero il mese di ottobre quasi una fase di stallo dell’anno, poiché c’è nell’aria una sorta di attesa: che arrivi l’inverno, che si stabilizzi qualcosa negli studi o nel lavoro, che un progetto vada in porto.

Ottobre, è un po’ come il lunedì, o come il nuovo anno alle porte. Un mese in cui ancora tutto è possibile, che ci regala i giorni dell’adattamento a ciò che verrà o al vecchio da cui l’estate ci aveva distolti.

Ottobre ha dato una festa;
le foglie sono venute a centinaia
sorbi selvatici, querce, e aceri,
e foglie di ogni nome.
Il sole srotola un tappeto,
e ogni cosa è grande.
(George Cooper, Festa di ottobre)

31 giorni d’ambra e silenzi, di ruggine  e calma apparente ricca di nostalgiche suggestioni, di brevi pomeriggi in cui tutto accade in sordina.

Nella notte del 28 poi, le lancette dell’orologio si sposteranno di un’ora indietro accorciando le giornate sempre più, ma… Sapete che quasi 5 milioni di cittadini dell’Unione Europea hanno detto la loro sull’abolizione di questo cambio d’ora?

Il risultato è che il 76% è favorevole all’interruzione del consueto passaggio tra l’ora legale e quella solare.

Tuttavia sembra ci sia la possibilità concreta che, dal 2019, ogni paese possa scegliere autonomamente di adottare o l’ora solare o quella legale, ovviamente per tutto l’anno. Ovvero, niente più cambiamenti.

Per decidere che cosa scegliere (più ore di luce o più di buio?) ci sarà tempo fino ad aprile, tuttavia ancora la riforma non è stata approvata, dunque vedremo che cosa succederà in futuro.

Voi come la pensate? Che cosa scegliereste, se aveste voce in capitolo?

Mentre ci pensate, io attendo il 28 ottobre per dormire placidamente un’ora in più.

Sogni d’oro, popolo della rete!

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