Susanna Trossero

scrittrice

Quando la terra ha fame

Terremoto

Da tempo, mi domandavo che cosa scrivere per far resuscitare questo mio blog trascurato. Quale sarebbe stata l’ispirazione, o l’idea, o la riflessione che ne avrebbero interrotto il silenzio cominciato con la bella stagione. Ma mai avrei immaginato di dover parlare ancora della terra che trema. Né mai lo avrei voluto.

Sì, ha tremato la terra, e non è la prima volta che purtroppo la sento come cosa viva, che respira, trema e inghiotte, risputa e ancora inghiotte. Che non si ferma. Vibrazione interminabile, cupa come quel vago suono ovattato sotto i piedi. Vertigine, batticuore, e più tardi ancora e ancora, fino all’alba. Gli uccelli notturni che tacciono, un poco di vento, le voci degli abitanti del quartiere che scendono in strada. Io no. Ho paura di accendere la televisione, mi vesto, guardo le stelle tremolanti, le finestre accese dall’inquietudine nel cuore della notte. È viva, la terra. Sono certa che anche questa volta, ha inghiottito qualcuno. Ricordo una notte bolognese e la fuga, ma anche ciò che successe ad altri all’Aquila e più indietro nel tempo, in tanti paesi. Le vacanze siciliane di una cara amica che passò la notte per strada, mentre tutto pareva volesse crollare. Un’altra mia amica che tanto tempo passò in una tendopoli con i suoi figli, dopo il terremoto del modenese.

E così la accendo, la televisione. La provincia di Rieti, frazioni cancellate, Amatrice, Accumoli, Arcuata. Nomi che non conosco, poi Norcia, Castelluccio di Norcia e mi torna in mente la foto dei fiori, la magia di quel luogo visitato poche settimane fa. Un messaggio sul telefonino, da Perugia. Anche là tutto trema.

In tv immagini di perdita: la casa, per i più fortunati, e molto di più per chi scava sperando di sentire ancora una voce.

Io non ho parole, i giornalisti ne hanno fin troppe. E fin troppe, anche questa volta ne hanno quelli a cui piace dire: non sarete soli. Politici e chi per loro. Io sono stata a L’Aquila, due anni dopo il terremoto. Anche a loro avevano detto “non siete soli”, e guardate due anni dopo che cosa ho trovato, che cosa ho scritto e fotografato…

Ho anche notato, in tv, il numero di conto corrente necessario a chi vuole donare un aiuto. Anche questo è già successo e fu uno scandalo: i soldi raccolti non arrivarono mai a destinazione. Non è un punto di vista, ecco i fatti qui ben raccontati.

Sono triste per ciò che è accaduto e per ciò che aspetta tutti coloro che in questo momento si tengono la testa tra le mani, hanno le narici piene di polvere, nelle orecchie il rumore dei crolli.

E allora preferisco pensare con ammirazione a tutti quelli che sono corsi là a dare una mano, a scavare, ad abbracciare, a confortare. E a chi sta rispondendo all’emergenza sangue. Il resto non è niente: parole, promesse, show televisivo.

A volte, il silenzio può molto di più di una promessa.

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Storie da rubare

storie da rubare

Sono gli occhi, a colpirmi. Insomma, non proprio gli occhi ma gli sguardi. All’andata, sulla tratta Ostia-Lido – Porta San Paolo, sono perduti in chissà quali pieghe del cuscino, rimaste ancora là tra le ciglia o dentro la testa. Al mattino, ci sono facce lavate di fresco, aliti di caffè, dopobarba dozzinali e libri da cominciare. E io, che faccio questa tratta per rubare storie, osservo non più assonnata ma attenta a cogliere sfumature che svelino qualcosa di interessante… Un amore finito o appena cominciato, un rimpianto, una stanchezza nuova o un progetto che crea aspettative dilatando le pupille. I discorsi sono vivaci solo tra studenti, ventate di primavera, freschezza non ancora appannata dal viaggio quotidiano, perché la giovinezza è già viaggio e non si avvede di binari né di posti in piedi. Gli altri, i pendolari, sono silenziosi, a quell’ora. Hanno già vissuto la difficoltà del parcheggio alla stazione, il ritardo o la sensazione di aver sbagliato abbigliamento, che non ci sono più le mezze stagioni.

La signora elegante, le perle alle orecchie, è prossima alla pensione e guarda il nero come fosse un intruso. Lo guarda, e non importa se è ben vestito e ha l’aria curata, magari è un ingegnere, ma è nero e si sa che quelli arrivano con i barconi per farci saltare in aria. Con quegli occhi così severi, lei di certo era una ribelle, da giovane. Ha fatto impazzire suo padre e andava sempre controcorrente, che quelle quando “maturano” sono le peggiori. Storie. Mi piace spiare quei visi a me estranei per inventarle. Ho un taccuino per prendere appunti, sono una ladra.

Lui è già sudato di buon mattino e controlla il telefono ogni due minuti. Lei non gli ha dato la buonanotte ieri, era distratta e forse ora si fa bella per qualcun altro. La fronte è lucida, è troppo vestito per queste caldane da gelosia ossessiva, ma non può rimediare e si agita sul suo posto a sedere conquistato a fatica. Non reggerebbe a stare in piedi con tutti quelli che ti sfiorano o ti si poggiano contro. Eppure, in quella orda di pendolari e soffocato dal pensiero di lei che se la spassa, trova modo e voglia di guardare con cupidigia le due ragazze straniere che sbadigliano e controllano le fermate perché ancora non hanno capito a che altezza sta Piramide. “È il capolinea, non potete sbagliare”, vorrei dir loro, ma così finirebbe la storia e non è ciò che voglio. Mi piace memorizzare l’aria dubbiosa, l’incertezza nei gesti, la difficoltà che rende la loro vacanza più intrigante e adrenalinica.

C’è un uomo intorno ai quarant’anni che tiene tra le mani una cartella. Verifica di continuo che al suo interno ci sia tutto: carte che hanno l’aspetto di qualcosa che conta. Immagino stia andando in ospedale a cercare risposte al suo male, ma sua figlia ha pregato i medici di non dire tutta la verità, di ingentilirla almeno un poco, per lasciarlo tranquillo. Eppure lui tranquillo non è perché ha capito più di quanto avrebbe voluto. Sta in piedi, oscilla ad ogni curva e più che sperare teme. Lo dicono i suoi occhi e quando incontrano i miei gli sorrido. Un giorno, quando ricorderà questo momento, anche io farò parte della storia, perché lo avrò fatto sentire meno solo.

Non voglio perdermi i respiri né i sospiri, le parole o i silenzi, lo sferragliare e i cigolii.

Porta San Paolo, capolinea, ma tanti erano già scesi a Eur Magliana.

Vado in centro, a passare le ore in attesa del momento giusto per tornare indietro. Anche là, per la strada, c’è tanto da rubare.

Ma è nel ritorno che trovo più suggestioni: la stanchezza, l’alienazione, la smania di raggiungere qualcosa o qualcuno dopo tanta lontananza, il sollievo perché anche stavolta la giornata è finita, la capacità di rilassarsi tra le pagine di un libro o con giochini sul telefonino, senza perdere di vista le fermate. I saluti sui social ora sono d’obbligo, e i sorrisi quando arrivano le risposte e i “mi piace”. Storie.

Da raccontare, immaginare, inventare, sognare. Da rubare.

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Verità o menzogne

Verità o menzogne

Realizzare un’intervista con il proprio padre che non c’è più: conoscerlo così bene da immaginare le risposte, intuire lo stato d’animo, o immedesimarsi a tal punto da sentirlo realmente vicino…

Entrando nella piccola camera a due letti ho quasi il timore di profanare qualcosa e mi vergogno un po’ del mio registratore tascabile. L’aria è quella di tutti gli ospedali: malinconica, eterna, odorosa di disinfettanti e paura; il lento ciabattare nei corridoi, una tv a basso volume, le infermiere che si raccontano l’un l’altra della sera precedente, quella trascorsa fuori da là, magari con gli amici in pizzeria.

Lui sembra assopito, tanto magro da somigliare a un bambino. Molto presto non ci sarà più, non c’è più tempo.

“Papà, sei sveglio?” quasi sussurro.

“Sei tornata… sì, sono sveglio. Cos’è quello?”

Gli spiego che si tratta di un piccolo registratore, che serve per ricordare le cose.

“Ricorderesti comunque, la tua memoria è proverbiale!”

Sorride stanco, e gli chiedo se se la sente.

“Sì, ormai te l’ho promesso, no? Qual è il tema?”

Verità e menzogne… Glielo dico e mi risponde:

“Non è troppo complicato? Per uno che ha fatto solo le scuole elementari per colpa della guerra è già tanto capire quello che legge” e indica un quotidiano ripiegato sul letto. Sorrido pensando che è già menzogna, perché è lui – gran lettore – che mi ha insegnato a scrivere senza alcun errore quando avevo solo cinque anni.

“No, tu sei un genio papà… ma perché adesso, in questo letto, hai deciso di mentire con noi?”

“Le cose non dette, Susanna, sono più facili da ignorare. Non si tratta di vere bugie ma di omissioni: non si dice e non si nega. Quasi si dimentica”.

“Ti fa star meglio con te stesso?”

“Mi fa sentire ancora vivo. Non potrei sopportare di vederli qui tutti a provare pietà senza più curarsi di nasconderlo; di che si parlerebbe? Dovrei fare raccomandazioni, dare disposizioni, rassicurare. Te l’immagini? Io che già ogni sera, dopo che l’infermiera di turno mi rimbocca le coperte e cambia il flacone della flebo, gioco a scacchi con la morte illudendomi ancora di poter barare…”

“Eppure tu lo sai che noi tutti sappiamo…”

“Sì, ma non siete certi che sappia io, così continuate a recitare a mio beneficio e quasi ci credete, a questa mia imminente guarigione! È così bello sentirvi fare dei progetti che includono anche me e giocare al vostro gioco, mentre fuori piove e io frugo tra i miei ricordi per ritrovare quell’odore di terra bagnata che mi piace tanto”.

“Che cosa provi?”

“Stanchezza, rimpianto per le cose che non farò in tempo a vivere, per le persone che non avrò il piacere di conoscere, per le parole che avrei potuto dire e non ho detto. Anche paura… La paura dei vinti. È diversa da quella che provavo da bambino mentre Cagliari veniva bombardata. Quella è la paura di chi sa di avere una via di scampo ma non conosce la strada per arrivarci, la paura di chi vuole combattere per la sopravvivenza ma non ha certezze. A me, il cancro ha tolto quelle stimolanti scariche di adrenalina e in cambio mi ha dato certezze: non ho alcun dubbio riguardo al mio futuro. La guerra non ti toglie i sogni e le speranze, questo male invece sì e ti porta a mentire per avere l’illusione di sopravvivere da sano almeno un attimo in più”.

“Sarebbe meglio affrontarla e condividerla con noi, la verità… me lo hai insegnato tu, ricordi?”

“Sì, e voglio che tu lo tenga bene a mente. Io, la mia verità ce l’ho davanti, in un corpo smagrito, nei dolori che stanno aumentando, negli occhi arrossati di tua madre. In qualche modo, sottrarsi a questo non è sottrarsi alle proprie responsabilità: è cercare un equilibrio tra la sofferenza e il tentativo di non sciupare gli ultimi giorni mettendola al centro di tutto. Io credo ancora in ciò che ti ho insegnato, ora più che mai, questo tu lo sai non è vero?”

“Sì, lo so, così come so che se tu ti aprissi con noi potresti alleggerirti di un peso che invece ti ostini a portare da solo”.

“Punti di vista. Ricordati che ho poco tempo, e davanti ai miei conti alla rovescia mattutini, tutto assume una dimensione più vaga. Pesa molto di più non andar per funghi, non sentire il profumo dei sughetti di tua madre, non saperti serena per causa mia. Sarà più facile per tutti voi ricordare le mie fesserie, le battute divertenti, piuttosto che inutili e imbarazzanti piagnistei. E sarà più facile per me lasciarvi soli”.

“Che posso fare per te, papà?”

“Stai ancora registrando?”

“Sì”.

“Puoi ricordare questo: menti agli altri solo quando hai il coraggio sufficiente per affrontare la verità con te stessa”.

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Ancorati alla banchina del quotidiano

Ancorati alla banchina del quotidiano

Ci sono persone fuorvianti. Persone che danno un’immagine di se stesse tale da far credere ciò che non è. Persone comuni, banali, che indossano l’abito dell’essere superiore. Gli calza a pennello quando incappano in chi è dimentico del detto “L’abito non fa il monaco”, e vantando doti innate e intelligenza senza eguali, riescono a tenere a bada chi intelligente lo è davvero. Un modo subdolo e sottile di andare avanti e sostenere lo sguardo dei più autentici, di chi sa mostrarsi nudo, di chi non ama corazze né barriere e conosce il significato della parola umiltà, che nulla lede alla dignità. Come fanno? Un po’ di eloquio, finta riservatezza, una risposta a tutto.

Io ne ho incontrate alcune, e voi?

Ci vuole tempo, tempo e distanza, per capire. Capire che la loro cultura enciclopedica non è vita. Che le apparenti “idee chiare” sono pensiero d’altri rielaborato. Che ciò di cui sanno parlare è stato sapientemente costruito sul divano di casa, sfogliando volumi di un’enciclopedia. Ancorati eternamente alla banchina del quotidiano, parlano di luoghi meravigliosi senza averli mai visti. Sentenziano di culture differenti senza aver mai interagito con nessuno. Di dolore senza aver mai avuto il fegato di sostenerlo, magari tenendo la mano di qualcuno che se ne sta andando consumato da una malattia.

Parlano di viaggi ma faticano a superare la porta di casa perché viaggiare stanca, e le scoperte si possono fare anche grazie alla rete. D’arte, ma non hanno mai visitato un museo, né sono rimasti abbagliati da quei miracolosi raggi di luce che certi pittori hanno saputo riprodurre sulle tele esposte. Si fa una fila interminabile, per entrare in un museo…

Di musica, e non hanno mai avuto la fortuna di osservare qualcuno che la compone, di udire la magia di una nota che legandosi a quella successiva dà alla luce nuove melodie.

Criticano con supponenza scrittori capaci e non si sono mai cimentati in una narrazione che possieda un briciolo di dignità letteraria.

Giudicano film o registi, stroncandoli senza mai andare al cinema e temono il traffico, la sveglia al mattino, la fatica fisica.

Guardateli, vi prego, e non lasciatevi fuorviare da quella sicurezza che scade in arroganza, un vocabolario più ricco del vostro e un piedistallo sul quale appollaiarsi.

E se, come me, avete girato il mondo, conosciuto tante persone, sofferto per mutilazioni davanti alle quali non vi siete nascosti né sottratti… Se vi siete incantati e stupiti davanti a un Caravaggio, se avete ascoltato prima ancora di parlare, e accettato incombenze, fatica o seccature senza fingervi malati, o se giudicate libri, musica, film solo dopo esservi immersi in tutto ciò sporcandovi le mani… beh, sappiate che siete vivi, avete vissuto. Voi, voi sì.

L’intelligenza non è il risultato di una gara tra chi immagazzina più nozioni; è quel qualcosa che rende curiosi, che spinge ad uscire per scoprire chi o cosa ci aspetta oltre la porta di casa, sia che si tratti di un luogo, di una persona o di una situazione. Il resto è solo una buona memoria, sinapsi allenate, ostentata saccenza. E vita non vissuta.

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Ripetizioni: una cura per l’anima

Un piccolo molo

Ripetizioni.

Di gesti, parole, azioni, fatti. La sveglia, la doccia, la colazione, rifare il letto, niente grinze. Il rumore della chiave nella toppa, l’aria fresca del mattino sul viso. I colleghi. Le occhiaie di uno, il trucco impeccabile dell’altra (e quanto ci metterà a costruire quella sua controfigura?). Lo sferragliare dei tram sulla via.

Gli odori. I sapori. Perfino i pensieri.

Ripetizioni.

Se solo ci fossero sinonimi e contrari anche per le cose della vita – di gesti, parole, azioni, fatti – invece che solo per le parole. Oh, quante sorprese ci attenderebbero, quante cose da raccontare.

Ripetizioni.

Nei piccoli centri non sono poi così male. Apri la finestra al nuovo giorno senza pensare al traffico né a quanto tempo ti ruberà. Spesso ti muovi a piedi, e per la pausa pranzo puoi persino azzardare due passi in riva al mare…

I colleghi a volte capita che siano stati i tuoi compagni di scuola, e per strada nessun tram: solo Lia che stende al sole gli asciugamani delle signore con i bigodini in testa, Fabio che porta fuori un po’ di merce ad attirare i clienti, Patrizia che scarica il furgone dei fiori. Profumo di pane appena sfornato, di cornetti e caffè, ma non di smog no, quello no. I saluti, i buona giornata, sorrisi, come stai?

I vigili urbani là non sono poi così cattivi che non c’è molto da fare, e il pesce è fresco, che se non lo è l’uomo del banco neppure te lo vende.

L’odore, al mattino, resta quello della scuola, anche se a scuola non ci vai più da una vita.

Alla sera, là sotto il monumento ai caduti, qualcuno improvvisa passi di danza sotto l’occhio vigile dei maestri che mangiano pizze al taglio, stanchi ma ancora incapaci di tornare a casa interrompendo condivisioni in musica.

Saracinesche che si chiudono, la luna che non ha né alte montagne né palazzi a nasconderla. Il maestrale che si placa ma tanto domani tornerà a bistrattare.

Ripetizioni, certo. E mentre ci vivi – nel piccolo centro – sono noiose. Non alienanti come in città, solo noiose. Se resti, lo sono.
Me se sei qualcuno che se n’è andato, se sei uno invece che per un poco ritorna, sono tranquillità. Balsamo. Necessità. Qualcosa che scopri tassello mancante in ciò che altrove hai costruito. La città ha confini di mattoni, d’asfalto, di finestre una sull’altra ma, in quel luogo differente, in quegli altri luoghi, i confini sono terreni brulli di campagna, cespugli bassi. E mare. Tanto mare. Un mare che ti resta dentro e che cerchi ovunque. Risacca, calma piatta o tempesta, purché sia mare.

Una ripetizione che aneli, sogni, ami.

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