Susanna Trossero

scrittrice

Ascoltare un libro

Adele, romanzo di Susanna Trossero e Francesco Tassiello

Manuali di scrittura, laboratori, corsi, seminari… Tutti vogliamo scrivere, tutti abbiamo qualcosa da dire o raccontare, ma… e se imparassimo di nuovo ad ascoltare?

Parlare è una necessità – diceva Goethe – ma ascoltare è un’arte. Leggere, è lasciarsi andare alle storie che altri ci raccontano, è saper stare da soli in mezzo alle parole, essere padroni del nostro tempo al punto di non ritenere perso quello dedicato al libro.

E quando incontri quello giusto, non lo dimentichi più, così come non dimentichi qualcuno che ha compiuto un bel gesto nei tuoi riguardi: puoi dimenticarne il volto o la copertina, ma ciò che ha fatto per te, la storia che il vostro incontro cela, quella verrà ricordata.

Eppure c’è ancora tanta gente che guarda al libro come a qualcosa di noioso, impegnativo… Non un oggetto del desiderio bensì un oggetto. Niente di più.

In tanti non sappiamo più sognare, eppure in tanti vogliamo scrivere.

Sarebbe bello, un mondo in cui la gente si riavvicinasse al libro, lo sfiorasse, lo sfogliasse così come se aprisse un forziere cercandovi dentro segreti e tesori. Ne troverebbe così tanti… E ricomincerebbe a scrivere con l’amore che ogni parola usata merita.

I miei “ragazzi” non più ragazzi, in classe hanno negli occhi un mare di storie; alcune faticano a venir fuori, altre smaniano per esser raccontate. Storie lette o scritte che si mescolano in quella sete di parole che li contraddistingue. Sono loro, per me lo scrigno; sono loro le mie letture del momento, perché scoprire altri “esemplari” della mia stessa specie mi fa vedere che non tutto è perduto.

È davvero così difficile vedere un libro come muro portante della casa? Non farlo, significa limitare l’apprendimento, dunque anche la nostra capacità di interagire, di scegliere, di giudicare, di sapere, di… scrivere!

Mi colpisce molto l’irriverente frase di Massimiliano Parente, che dice “Cogito ergo sum, ergo scrivo, ergo mi autopubblico, ergo mi autoleggo e chi s’è visto s’è visto. Stringi stringi: che bisogno c’è dell’editore? Mi pubblico io. Che bisogno c’è del lettore? Mi leggo io.” Dovrebbe divertirmi, eppure mi rattrista.

In questa realtà di scrittori a ogni costo e di non-lettori, ci vorrebbe qualcuno disposto a ricordare alla massa che “Una buona lettura, una lettura positiva, è quella che ti insegna a pensare da solo”. In realtà, questo qualcuno c’è, è messicano e si chiama Rogelio Guedea, la cui filosofia è non leggere domani quello che puoi leggere oggi.
Eccolo, un autore che può insegnare a leggere… A chi? A chi ancora non lo sa fare o a chi ne ha perduto il piacere per strada, per esempio. Perché il libro ci dice quello che nessun altra forma di comunicazione può, vuole o riesce a dire.

Il mestiere di leggere (Graphe.it ), è un testo così educativo, così pieno di vibrante passione che – ne sono convinta – potrebbe portare sulla “cattiva strada” anche un non lettore.

Anche il Daniel Pennac di Come un romanzo (Feltrinelli), mi è piaciuto molto; è provocatorio, forse meno intenso nello stile rispetto a Guedea, eppure con ottima mira scocca le frecce giuste, affrontando il tema degli adolescenti che non leggono e ringraziando gli adulti per tutto ciò. La paura dell’eternità di un libro, il problema del tempo, della voglia, dei contenuti pesanti… Preconcetti, scuse. Parole vuote.

Leggere… come vivere senza un libro sul comodino? Come, senza uno in valigia, sul divano, o uno in borsa da prestare a un’amica che stiamo per incontrare?
Sapere che si ha qualcosa di bello da leggere prima di coricarsi è una delle sensazioni più piacevoli della vita. (Nabokov)

Mi rivolgo a chi sul comodino ha solo il telecomando: perché non provare?

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Le Funambole

Una mimosa

8 marzo… Convegni, dibattiti, riflessioni, fiori, l’occasione di una pizzata con le amiche, o nulla che distolga dalla normale routine. Sono tanti, i modi di vivere o non vivere questa giornata che è commemorazione.

Io voglio regalare un racconto a tutte le funambole che ci passano accanto, delle quali non conosciamo storia e paure, che camminano ogni giorno sul filo temendo di cadere, mentre noi non cogliamo nello sguardo la richiesta d’aiuto. Sono le nostre vicine, le colleghe d’ufficio, le nostre sorelle, figlie, nipoti. Non sono così lontane, e forse ognuno di noi potrebbe ricordar loro che non sono sole.

Le Funambole

Mio marito dice che avere dei figli dà un senso di potere illimitato su qualcuno che non può prevaricarti. Quando impartisce loro un ordine ben preciso, so che la perfetta esecuzione di questo dipende direttamente dal tono di voce da lui utilizzato, dallo sguardo, dalla mimica facciale. E non è cosa facile far sì che tutto fili liscio e che si riesca nell’intento. Io non ne sono capace, sono troppo buona io. Io sorrido e li cullo… Per avere il dono del comando bisogna dedicare del tempo e delle energie, esercitarsi il più possibile, avere un modello magari.

Io ho Lui. Lui sa sempre come imporsi.

Prima ti fa sedere e ti prepara al fatto che qualcosa non va. Poi fa gli occhi freddi e senza distoglierli dai tuoi ti fa un elenco particolareggiato delle tue malefatte. Poi, con voce calma e quasi suadente, ti minaccia; la gravità del problema si può stabilire dal numero di parolacce presenti nelle frasi che usa: più ce ne sono, più il rischio di eventuali complicazioni è elevato.

Sta sempre molto vicino al tuo viso affinché tu non possa sottrarti alla presa del suo sguardo e quando sei sufficientemente preoccupata per la tua incolumità è pronto ad esplodere. Se sei furba o almeno intelligente, puoi evitare la parte più spaventosa, quella delle urla, della rabbia incontrollata, dei pugni sul tavolo, degli oggetti lanciati contro il muro. Dei lividi e del sangue. È sufficiente che tu non cerchi di giustificarti, di dare spiegazioni, di metterlo nel sacco salvando il salvabile. La verità o le bugie che potresti dire in quel frangente sortirebbero lo stesso effetto senza distinzione alcuna e allora perché peggiorare la situazione? I “ma”, i “se”, i “ti prego” o i tentativi di evitare un’ingiustizia, perdono ogni valore (se mai ne hanno avuto) nel momento in cui lui sente il suono della tua voce… Come osi anche solo pensare di intervenire in tua difesa? Di annullare tutti i suoi sforzi per educarti, per trasformarti dalla bestia che sei in una persona civile? Dio Santo, ma non dovresti essergli eternamente grata per ciò che fa per te in modo così disinteressato? Il suo è altruismo, è come un santone, un guru, un saggio che ti regala la sua sapienza allo scopo di renderti più simile a lui, di migliorarti e farti apprezzare dal mondo intero. È una fortuna averlo accanto, è una fortuna che abbia scelto te per percorrere insieme il lungo cammino della vita.
Ecco perché bisogna seguire certe regole.

Quando la prima parte della sua lezione di vita sta per concludersi annuisci con umiltà, tieni lo sguardo basso, le mani in grembo, stai seduta sul bordo del divano in posizione precaria per dimostrargli apertamente la tensione a cui ti sottopone, sii comunque composta e non morderti le labbra, dignitosa nella tua paura; non fare l’errore di piangere per impietosirlo perché solo i deboli e i perdenti piangono. E allora forse, ma dico FORSE, non perderà il controllo consapevole del fatto che hai capito, che hai imparato la lezione, che le sue fatiche non sono andate perdute.

Si alzerà dal divano passandosi la mano destra fra i capelli pensando a qualcosa da fare, ma tu non ti muovere per qualche minuto, fissa il pavimento poi, senza alzare lo sguardo, con un filo di voce dirai: “Posso andare in bagno?”.

In quegli attimi lontano da te si complimenterà con se stesso per essere riuscito quasi a farti pisciare addosso e si dirà che è giunto il momento di dimostrarsi comprensivo e benevolo… carota e bastone, bastone e carota… Gli avrai dato forza e sicurezza, perciò al tuo ritorno dal bagno avrà un tono paterno e ti spiegherà che non è bello dover ripetere sempre le stesse cose, che è facile agire nel modo migliore se si usa la testa, che non può essere sempre lui il perno su cui si poggia tutta la famiglia, che una responsabilità così grande è fonte di un indescrivibile stress e che anche lui è stanco qualche volta. E per un momento, ma solo per un momento, tornerà a posare su di te quello sguardo freddo e dirà: “Che non si ripeta “.

Questo è un Uomo.

Un Uomo vero.

Ed è, purtroppo, mio marito.

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La scrittura, questa sconosciuta

Donna che scrive a macchina

In questo periodo di intensa condivisione della tecnica in materia di scrittura con la mia classe, mi è capitato di leggere e recensire testi che ne sviscerano malie e trabocchetti, trovando in ognuno di loro spunti di riflessione e motivi di arricchimento. Mi piace, conoscere gli autori nella loro essenza, scoprire che cosa c’è dietro una frase, una scelta stilistica, un personaggio, un conflitto tra i protagonisti, un’ambientazione. E mi piace che questo tipo di autobiografie possano rivelarsi degli ottimi manuali di scrittura, mai noiosi, sempre insoliti, che racchiudono sì la tecnica ma soprattutto grandi esempi di cosa può o non può funzionare.

Non si è mai del tutto maestri, e tanto possiamo imparare dagli altri per riuscire ad esserlo almeno un poco.

A chi ama la scrittura, ma anche ai lettori curiosi di saperne di più e di conoscere i loro beniamini scrittori, suggerisco per esempio due libri di Stephen King, uno di vecchia data intitolato On Writing, che ho letto addirittura tre volte per varie ragioni. La prima è che amo tutti i suoi libri più “vecchi”, e in questo testo si raccontano i dietro le quinte di ogni storia; la seconda è che vi sono importanti e interessanti consigli raccontati in modo curioso, così come è nel suo stile. L’altro libro, più recente, è il suo Il bazar dei brutti sogni, una raccolta di racconti non tutti inediti, ai quali si aggancia per dare dei suggerimenti. Entrambi, sono preziosi alleati della vostra penna, ma anche piacevoli arricchimenti sul suo scrivere, se lo apprezzate come autore.

Altro testo, che considero fondamentale per via di ciò che contiene, è quello di Mario Vargas Llosa, Lettere a un aspirante romanziere. Il Premio Nobel per la letteratura, offre un vero e proprio manuale che manuale non sembra, poiché appare come uno scambio epistolare durante il quale via via emergono i dubbi dell’esordiente, spazzati via dal romanziere: struttura, punteggiatura, ambientazioni, dialoghi… Si trova di tutto, in questo piccolo scrigno di tesori così ben scritto, e mai noioso come a volte sono i manuali.

E se questi libri hanno suscitato il mio interesse catturandomi, quello che ho addirittura amato è In altre parole, di Jhumpa Lahiri, un tributo alla nostra lingua: l’amore per le parole, il desiderio di usare quelle giuste, di comprenderne il vero significato.

Siamo così abituati a dare la nostra lingua per scontata, che non ne cogliamo più la bellezza, e questo libro ci regala emozioni inaspettate, nonché la possibilità di riscoprirla in tutto il suo splendore. Tanti, sono i romanzi che ci procurano il medesimo piacere, quando chi li ha scritti mostra di saper usare accostamenti e note, componendo sinfonie che raggiungono il nostro intimo, divenendo poesia anche nella prosa… Potrei elencarne alcuni, ma oggi mi limito a consigliarvi questi pochi ma buoni strumenti per amare ancor di più la parola scritta, che diviene magia quando se ne fa buon uso.

I taccuini, di Henry James invece, rappresentano ciò di più completo possa esistere riguardo al suo scrivere. Immaginate lo scrittore che si guarda attorno ogni giorno, carpendo da situazioni, volti incontrati per caso, profumi, malia delle stagioni, frasi, qualcosa da utilizzare per i suoi romanzi. Appunti di anni, che fungono da lezioni di scrittura, certo, ma ci appaiono come un segreto svelato, ammaliandoci. A leggere queste pagine, si viene catapultati in un’altra dimensione fatta di scrittoi, pensieri, parole, intime riflessioni e dialoghi tra personaggi che ci pare quasi di vedere. Stupefacente.

Per concludere, oggi ho riposto nella mia libreria l’ultimo volume del genere, appena letto: è quello di Haruki Murakami, Il mestiere dello scrittore, che mi ha avvicinata a lui più di tutti i suoi romanzi che ho avuto modo di leggere. Se volete conoscere davvero questo scrittore, così poco amato dalla critica e adorato dai suoi lettori più affezionati, e se volete approfondire che cosa si nasconde dietro le righe o le trame delle sue pubblicazioni, vi consiglio di leggerlo. Non ne resterete delusi.

La scrittura, questa sconosciuta, non sarà più tale per voi se vi ciberete di libri come questi, ve lo prometto.

Foto | Pixabay

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Quando scrivere è un viaggio

Incontro tra «Livia Ottomani» e i «Narratori Seriali»

Una mia allieva oggi mi ha scritto che metto tanto amore nelle cose che faccio, ma forse è anche vero che l’amore è già nelle situazioni a cui mi avvicino…

Il voler vedere ciò che sta in fondo alle cose, ci mette in condizioni di andare incontro a delusioni, ma i regali ricevuti da questo voler andare oltre sono sufficienti a correre il rischio, non ho dubbi.

Da anni, ho smesso oramai di considerare la scrittura e la lettura come momenti strettamente privati, e condivido queste mie passioni con il mondo fuori. Ciò mi porta a conoscere molte più persone, molte più storie, e gli incontri lasciano sempre un segno in me, divenendo in male o in bene spunti di riflessione e a loro volta altre storie. E se sono rimasta delusa dall’incontro con un premio Nobel della letteratura, la cui scrittura era per me meravigliosa (non sempre le persone sono come ce le immaginiamo), posso sentirmi arricchita dopo l’incontro con esordienti la cui passione – e dunque l’amore per qualcosa – supera l’importanza di una tecnica impeccabile.

Tanti volti e strette di mano, fanno parte di me assieme a frasi e copertine di libri, eppure ogni volta che si rinnova il piacere di un incontro, la curiosità e il piacere umano e intellettuale sono sempre vivissimi quanto le aspettative.

Lunedì scorso, la mia classe di Narratori Seriali ha incontrato gli Ottomani, il gruppo di scrittori che sta dietro il nome Livia Ottomani, impresso nella copertina del romanzo Il condominio degli amori segreti. Un romanzo corale che vede vari personaggi alle prese con la vita di tutti giorni: intrighi, amicizie vere o fasulle, amori segreti, ricordi scomodi, alleanze… Storie. Ne viviamo di continuo ma non ci bastano, e così ne cerchiamo altre sui libri.

Lunedì, ho constatato ancora una volta ciò che da sempre mi affascina: ovvero che anche dietro le storie che leggiamo, altre storie da raccontare si annidano; conoscerle, almeno in parte, completa ogni lettura, fungendo non tanto da cornice quanto da punto di partenza…

Il pomeriggio trascorso con “gli Ottomani”, ha regalato alla mia classe e a me una visione approfondita di ciò che è un vero gioco di squadra, e ancor di più ci ha aiutato a comprenderne le “regole” necessarie a governarlo la editor del gruppo Alessandra Penna, condividendo con noi i momenti salienti della costruzione del romanzo, e spiegando quanto sia necessario un direttore d’orchestra dal polso fermo, soprattutto se i musicisti sono tanti. Una guida preziosa, un consigliere ma anche un comandante quando la nave non segue la giusta rotta.

L’ego, la vanità, il bisogno di protagonismo o di primeggiare, in un progetto simile devono essere lasciati fuori dalla porta, ed è questo che mi rende cari gli Ottomani, a livello umano. Questo è ciò che funge da insegnamento in tema di scrittura corale ma non solo.

Mi colpisce l’unione di persone differenti – età, personalità, stile narrativo – che in nome di un progetto comune e guidate dalla medesima passione, rinunciano ad emergere singolarmente in favore del gruppo. Conosco molte persone che non ne sarebbero capaci.

Chissà se i miei narratori, o alcuni di loro, decideranno di allearsi per creare qualcosa che miri – ancor prima di una eventuale pubblicazione – alla realizzazione di qualcosa che li appassioni, li stimoli al punto da non sentirne la fatica, e che li unisca per sempre anche nel ricordo, rivelando loro la bellezza del far parte di una squadra.

Scrivere è un viaggio, e non importa la meta, importa ciò che provi mentre lo fai, e chi incontri strada facendo.

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Analogie

Analogie - Susanna Trossero

Analogia. “È  il rapporto che la mente coglie fra due o più cose che hanno nella loro costituzione, nel loro comportamento o nei loro processi qualche tratto comune”, cita Wikipedia.

Parlavo, pochi giorni fa in classe, proprio delle analogie sulle quali lavorare per immedesimarsi ancor di più nei nostri scritti. Raccontare soltanto ciò che si conosce, è apparentemente limitante, eppure in realtà noi conosciamo qualunque cosa, sebbene non ne siamo consapevoli.

Bisogna realmente essere degli assassini, per immedesimarsi in un personaggio che uccide? No, per fortuna! Eppure possiamo delinearne perfettamente la psicologia, se andiamo a ricercare in noi tutte quelle volte che abbiamo faticato, lottato, combattuto, per ottenere qualcosa o perché qualcosa di sgradevole cessasse di trascinarci altrove.

In nome del nostro benessere mentale o economico o ancora lavorativo, un giorno abbiamo modificato la nostra condizione: amici che ci fanno star male, un rapporto importante che non funziona provocando infelicità, un lavoro che ci rende insoddisfatti, un semplice conoscente che ci leva il respiro con la sua invadenza e così via.

Qualcuno di voi può dire con assoluta sincerità di non essersi mai trovato in una situazione di disagio simile o… analogo?

Gli strumenti utilizzati per venirne fuori? Carattere, coraggio, stanchezza, rabbia, determinazione… Ve ne sono tanti e rappresentano il martello demolitore di muri che opprimono e contro i quali siamo stanchi di cozzare. Ebbene, questi stati d’animo possono essere elaborati da chi scrive, esasperati nel ricordo, trasformati negli stessi che spingono a uccidere, che armano la mano di un assassino il quale agisce seguendo il bisogno di cambiare le cose. Analogie.

Non significa accettare l’omicidio come mezzo, bensì caratterizzare le azioni e la psicologia di qualcuno che invece lo considera tale, rendendo il tutto credibile.

Analogie, l’ho detto, e il nostro passato ne è pieno.

Non è importante dunque l’aver vissuto ciò che si racconta, ma lo è cercare in noi uno stato d’animo analogo e ingigantirlo, estremizzarlo per rivestirlo di altri connotati.

Vale per qualunque situazione, incomprensione, desiderio, necessità, delusione, difficoltà o meta da raggiungere, credetemi. E anche nella vita di ogni giorno, ci si può esercitare ad avvicinarci a ciò che non ci appartiene, che non comprendiamo, che va al di fuori della nostra portata o contro la nostra natura.

Empatia. Immedesimazione. Sospensione del giudizio. Apertura mentale. E… nessuna censura.

Se non siete in grado di sviluppare tutto questo, scrivere non vi appartiene.

O, forse, non ancora.

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