Susanna Trossero

scrittrice

Corsi di scrittura narrativa: si ricomincia!

Corsi di scrittura narrativaSono ricominciate le iscrizioni per i corsi di scrittura narrativa da me tenuti per circa 8 mesi alla Fo.ri.fo, nelle aule dell’Istituto Comprensivo Statale Viale Vega a Ostia, ed è giunto il momento come di consueto, di porsi la fatidica domanda: Perché scrivere?

Scrivere per instaurare un rapporto di complicità con noi stessi, per lasciarsi andare al desiderio di prendere la realtà e scomporla, trasformarla, reinventarla a nostro piacimento e – a conclusione di tutto il processo creativo – catturare un lettore!

L’obiettivo di questi corsi/laboratori di scrittura narrativa, è quello di ricordare a chi è attratto dalla materia che un dono, una passione o un desiderio, devono necessariamente essere affiancati da disciplina, costanza, tenacia, dedizione… ovvero regole e impegno!

Il corso di 1° livello, si terrà ogni mercoledì a partire dal 17 ottobre dalle ore 17 alle ore 18,30.

Parleremo di Vocazione, talento, tecnica; i segreti per sviluppare e nutrire la creatività; l’importanza della lettura; imparare a scrivere, descrivere, mostrare. L’immaginazione. Lo stile. Le regole, la punteggiatura. La scrittura come terapia: espellere per rinascere. L’incipit e la trama. La voce narrante, i personaggi, i dialoghi. Credibilità e coerenza in una storia. Documentarsi: ambientazione, epoche, atmosfere. I cinque sensi nella scrittura. Scovare gli errori: la lettura a voce alta. I sinonimi e i contrari: caccia alle ripetizioni.

Questi e altri argomenti, faranno parte delle 24 lezioni; inoltre sono previste esercitazioni scritte, necessarie a riconoscere limiti, difetti, ma anche qualità di ognuno nell’arte del raccontare.

Il corso di 2° livello invece, si terrà ogni lunedì a partire dal 15 ottobre dalle ore 18,30 alle 20.

Seppur rappresentando il proseguimento del precedente, è aperto anche a chi non ha frequentato gli incontri del primo livello ma già possiede una certa dimestichezza con la narrazione di una storia. Inoltre, superato lo scoglio della tecnica e acquisita “confidenza” con l’arte del narrare, giunge il momento di imparare a divenire autonomi anche in merito alla correzione dei testi. Verrà dunque proposto agli allievi il lavoro di editing sugli elaborati dei compagni, per stimolare ognuno a riconoscere limiti o punti di forza dell’altro.

Questi alcuni tra i temi che tratteremo durante le 24 lezioni:

Come inizia un romanzo. Il tema di una storia. Approfondimento su vari aspetti della narrazione. Lo schema drammatico. Raccontare l’azione. La vendetta come protagonista. Dignità e principi morali nei protagonisti. Persone e stereotipi. L’epifania – apparizione – nella scrittura. Il sogno/racconto. Il personaggio comico e la comicità. Il blocco dello scrittore. Analisi di alcuni generi letterari: i libri per bambini; la letteratura young adult; il reportage. La scrittura pubblicitaria. Fare un’intervista. Scrivere per il teatro. Scrivere per la tv: la fiction, l’intrattenimento. Il linguaggio del fumetto. Il linguaggio del cinema; come scrivere una sceneggiatura. La revisione di un testo: arricchire o sfoltire. Come farsi pubblicare: riflessioni e informazioni sull’editoria. Il blog come allenamento alla scrittura.

Un anno scolastico stimolante, ben tre stagioni di storie e parole ci attendono. E ci attendono nuove amicizie e condivisioni, nonché volti conosciuti che continuano imperterriti a frequentare i miei corsi con passione e allegria!

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Vincere alla lotteria

L'angelo della porta accanto

Quante volte ci domandiamo che cosa serve perché uno scrittore raggiunga il maggior numero di lettori?

Come vedete, non ho usato la parola successo perché la ritengo fuorviante.

Oggi successo è uguale a presenza in tv, ampi spazi in libreria (magari una vetrina con esposte venti o trenta copie tutte insieme), e io vorrei invece riferirmi a quel tam tam di lettori che mette in moto qualcosa di magico.

Non mi piace chi acquista un libro da regalare a Natale basandosi sulle tempeste mediatiche; mi piace invece chi prova ad ascoltare le voci di chi quel libro lo ha letto o va a caccia di recensioni on line per saperne di più. Se poi addirittura lo leggesse prima di regalarlo sarebbe fantastico, ma anche una pretesa quindi fingete che io non lo abbia detto.

Ebbene, divagazioni a parte sul mio personale concetto di successo, che cosa serve a uno scrittore per essere talmente apprezzato da lasciare il segno?

Un buon prodotto, diremmo tutti.

Talento.

Una storia che funziona e che ci coinvolga.

Insomma, un lavoro ben fatto è la chiave.

Ma… e se invece non fosse così? Da qualche giorno sto rileggendo un romanzo di Stephen King che mi colpì molto quando venne pubblicato la prima volta, mi pare intorno al 1984. Si tratta de L’occhio del male, in realtà firmato al tempo con lo pseudonimo di Richard Bachman. Gli appassionati del grande King sanno che con questo nome firmò cinque romanzi compreso questo, e intendeva proseguire ancora, probabilmente con Misery. Gli fu impedito da un commesso scaltro che – conoscendo lo stile di King – indagò fino a riuscire a curiosare in un contratto firmato a nome King sebbene riguardasse Bachman. Insomma, fatto due più due la clamorosa notizia fu pubblicata dai giornali e Bachman… morì.

Stephen King, con questa storia dello pseudonimo si era divertito a giocare un po’ anche per vedere se uno sconosciuto che arriva in libreria senza clamore (lo aveva preteso lui dall’editore), può ripetere il successo già ottenuto dal vero autore.

Il punto è questo: i romanzi di re Stephen hanno venduto nel mondo un numero portentoso di copie, sono stati corteggiati da grandi registi e amati dai lettori. Ma Richard Bachman ha sì raggiunto un numero dignitoso di copie vendute, ma insignificante rispetto ai numeri fatti dal vero autore. Mi seguite?

Per essere più chiari: in America, 28.000 copie vendute de L’occhio del male firmato Bachman, sono diventate in un attimo 280.000 quando si è saputo che l’autore era in realtà Stephen King.

E allora, leggendo la sua riflessione in merito a tutto ciò, mi domando se non abbia ragione a pensare che il successo non necessariamente derivi da un buon prodotto: c’è dietro anche tanta fortuna. King ha raggiunto il successo con le sue prime pubblicazioni, Bachman è rimasto nell’ombra. Il talento però era lo stesso.

Non vi lascia pensierosi?

E se tutto fosse davvero soltanto legato al caso? Se fossero il caso o la fortuna a decretare che milioni di persone possiedano il tuo libro sul comodino e ne parlino con gli amici consigliandolo, oppure che bivacchi per un po’ in libreria seppellito da tanti altri titoli e poi

finisca al macero?

Personalmente, queste riflessioni del re del brivido, hanno colpito nel profondo.

È il lavoro che ti porta alla vetta o è tutto solo una lotteria?

Richard Bachman, ha gettato la spugna dopo esser stato smascherato, lasciando questa domanda insoluta, ma… voi, lettori o scrittori che siate, che risposta dareste?

Vi aspetto.

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Notte di desideri

AgostoE agosto si è presentato a noi annunciato dal pianeta rosso! Pareva una nuova stella appesa in cielo dall’insolito colore, invece era lui, Marte, brillante luce tra il rosso e l’arancio che mai più – dal 2003 – era stato così vicino alla terra.

Adesso è davvero estate: ogni luogo che non sia “casa” è invaso dai turisti, sebbene a casa poi qualcuno resti sempre, ritagliandosi uno spazio rilassante o lasciandosi prendere dallo scoramento della solitudine.

Ci sono mesi che rivestiamo puntualmente di aspettative e Agosto ne fa parte: proprio come a capodanno, bisogna divertirsi, organizzare qualcosa, progettare… Così, il tempo del relax diviene spesso faticoso e di ricaricare le pile non se ne parla proprio!

In questo mese di stelle cadenti, mi domando quali e quanti siano i desideri segreti in attesa della fatidica notte di San Lorenzo…

È davvero così difficile raggiungere la felicità? È forse perché siamo oramai assuefatti alle piccole porzioni di gioia, che non riusciamo a conquistare qualcosa di più grande?

Difficilmente tracciabile, la mia idea di felicità.

A volte la conquisto con niente: la luce al risveglio, il silenzio della notte, una risata a tavola, le fusa affettuose del gatto o lo sguardo liquido e riconoscente del cane. Il messaggio di un’amica, l’odore dell’erba, la mano di chi amo che sfiora la mia.

E a volte con niente la perdo: una frase che stride, l’indolenza da calura estiva che vorrei tanto contrastare, un treno troppo affollato, un pensiero molesto. Incontrare lo sguardo di chi più non lotta, non poter aiutare chi lotta invano.

Tutto questo e molto altro, regala o impone l’agosto appena iniziato, ma il fattore sorpresa rimane il più atteso. Quello che scuote, che rivela, che smuove le acque.

Perché, nel mio concetto di felicità non c’è l’equilibrio alla base di tutto ma il movimento: quello del mare che si infrange sulle rocce, e pare cattivo, rude, bellicoso. Ma quando si ritira dopo la frustata, la luce sui sassi bagnati, i riflessi argentati, l’odore salmastro, il suono rinfrescante… meraviglie senza eguali.

Vi auguro un agosto di storie da leggere e da inventare, ma anche di schiaffi marini sulla roccia, di magie per lo sguardo capaci di raggiungere il cuore.

Felice notte di San Lorenzo e buone vacanze!

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Io scrivo perché…

Corso di scrittura creativa di Susanna Trossero alla Fo.Ri.Fo. di Roma

Quante cose si possono dire, di un lunedì?

Comincia la settimana, è il ritorno alla normalità o il momento di dedicarsi a qualcosa di nuovo, un banale e ripetuto inizio che si affronta con timore o con entusiasmo, con rinnovata energia o con afflizione per quella pausa finita troppo presto.

“Uffa, domani è lunedì!”

“Finalmente domani è lunedì!”

Punti di vista differenti per uno stesso giorno che pare quello giusto per lamentarsi di qualcosa o – all’opposto – per sperare.

Per me, il lunedì, è stato fino a poche settimane fa giornata di incontri, di parole dette e scritte, di risate e di intime condivisioni. Un lunedì speciale, moltiplicato per ventiquattro (tante erano le lezioni di scrittura narrativa), accompagnato dal sole che calava dietro i vetri sbirciando fogli di appunti e storie di vita vissuta o soltanto sognata.

Io scrivo perché… Questo, il titolo del saggio di fine anno scolastico, in cui i miei allievi hanno sviscerato intime motivazioni o dato connotati alla spinta che trasforma un’idea in qualcosa di più.

Io scrivo perché…

Ascoltarvi, ragazzi, è stato emozionante; profondità svelate, ironia, poesia, angosce, piaceri: tutto ciò che avete pubblicamente esternato resterà tatuato nel mio privato, ad accompagnare la bellezza che avete alimentato.

Toccare con mano la magia insita in un’arte non smette mai di sorprendermi, e a guardarvi con orgoglio mi fa sentire parte di qualcosa che non ha prezzo. Perché questo non è insegnamento. Con la scrittura avviene qualcosa di più, che unisce, che funge da terapia di gruppo, che insegna ad apprezzare la condivisione e a limare il freno del pudore. Ci si conosce anche quando non ci si racconta del tutto.

Ci vuole coraggio, a scrivere. Coraggio ad andare fino in fondo, a sporcarsi le mani.

Ed io, del vostro coraggio, sono fiera.

Sebbene abbiate compreso e apprezzato l’importanza della condivisione, continuate a ritagliarvi uno spazio privato in cui scoprire che la solitudine può diventare bellezza, benessere, condizione necessaria. E non dimenticate più di quanto vi è piaciuto farlo, nonostante la fatica.

Io scrivo perché…

L’uomo ha due grandi doti: la parola per dare suono ai pensieri, e la scrittura per darne loro un senso nel tempo. (Gianfranco Iovino)

Quante cose si possono dire, di un lunedì? Io un’idea ce l’avrei, ma questa è un’altra storia…

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Tatuaggi per la memoria

Grembiuli da cucinaSì, è proprio vero, più mi addentro in questo filo rosso che collega l’abbigliamento alle tappe della vita, più trovo qualcosa che rende indissolubile il legame tra un ricordo e un vestito.

Ho parlato di grembiulini della scuola, di jeans, ma stavolta ho in mente qualcosa che proprio sui vestiti mia madre indossava, e che oggi non si usa più così di frequente: il grembiule da cucina.

Ricordo le domeniche d’estate, quando alle 6 del mattino mi svegliavano rumori di pentole e odore di frittura: erano i preparativi per la lunga giornata in spiaggia, durante la quale i panini servivano solo per stuzzicare l’appetito o per una merendina “leggera”…

Giammai, la signora in grembiule davanti ai fornelli, avrebbe privato la sua famigliola di manicaretti di vario genere, là in qualche caletta segreta, tra gli scogli. Il suo grembiule era la prima cosa che il mio pigiama incontrava, mentre mio padre armeggiava con tavolino da pic nic, Gialli Mondadori, bevande varie e borse frigo.

La giornata che mi attendeva, rendeva scusabile il risveglio a un orario improbabile: ne valeva la pena.

Lo indossava anche per le pulizie, il grembiule, perché persino alle prese con queste incombenze bisognava salvaguardare l’abbigliamento che stava sotto di esso. Non era contemplabile una tuta da ginnastica, qualcosa di informale o vecchio o comodo, no: pronta all’evenienza d’esser vista da qualcuno, fosse anche il postino, lei era sempre in ordine e in ordine era il suo grembiule, anche durante la preparazione delle sue mitiche polpette al sugo.

Come facesse a tenerlo così lindo, è segreto di una mamma degli anni ’70.

Quel grembiule, nei miei ricordi, e accoglienza al mio rientro da scuola, è profumo di buono e di famiglia, è accudimento, e voglia di intingere un pezzo di pane nella peperonata che ancora in pentola borbotta…

Certo, la visione dell’Enciclopedia della Donna del 1962 in merito, oggi appare a dir poco bizzarra:

“Nessuna donna – recita – deve ignorarlo: il grembiule non è più soltanto un riparo per il suo abbigliamento, ma fa parte della sua eleganza in casa, le dà un’aria molto giovane, allegra ed efficiente”.

Il nostro concetto di eleganza si è nel tempo modificato!

Ne elenca poi le virtù, i modelli, l’utilizzo, e rammenta alle signore che ve ne sono da giorno, da sera, per il giardinaggio, per le pulizie, per attività di maglia e cucito, per i lavori leggeri e per quelli pesanti, per curare il balcone, per giocare con i bimbi, per riordinare gli armadi o le dispense.

Un grembiule per ogni occasione/incombenza, insomma, e di stile tutto italiano o magari perché no americano…

È portato bene da chi è giovane di spirito”, cita il IV volume dell’enciclopedia, strappandomi un sorriso. Mia madre lo porta ancora, e quando ne acquista uno lo sceglie con cura…

Fa parte della biancheria per la casa e con esso, se adeguato, si può ricevere chiunque senza imbarazzo alcuno”, aggiunge.

Lo pensava anche mio padre, mentre indossato un grembiulino fiorito puliva tutte le incrostazioni dai gusci delle cozze ed eliminava la loro “barbetta”, quell’insieme di filamenti chiamati bisso, mentre io annusavo l’aria che sapeva di mare anche in casa e storcevo il naso, inconsapevole del fatto che quel momento – insieme a tanti altri – si sarebbe tatuato nella mia memoria…

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