Susanna Trossero

scrittrice

I Narratori Seriali

Susanna TrosseroNon ricordo un’età o un tempo in cui io non abbia riversato sulla pagina bianca qualcosa. Scrivere, e non importa cosa, ha sempre fatto parte di me così come leggere: due meravigliosi tappeti magici che, quando il vento era a favore mi hanno arricchita, e quando invece soffiava come una spiacevole tramontana, mi hanno condotta in un altrove tutto mio, dove sentirmi ancora leggera e… a casa.

Soltanto alcuni anni fa, ho avuto il piacere di scoprire che cosa rappresenti per me aiutare coloro che per la prima volta si cimentano nella scrittura, a potenziare e affinare le capacità di narratori. Taluni, neppure sapevano di averle, e quella loro nuova luce negli occhi data da una inaspettata consapevolezza, mi ha sempre arricchita e gratificata.

Se hai una passione, e scopri la stessa passione in altri, non sali mai realmente in cattedra: condividi, ti circondi di nuovi complici, interagisci. Impari.

Sì, impari, da loro e da tutti quelli che – come loro – conoscono la ricerca affannosa della parola giusta, il piacere dato dal trovarla, o il rammarico perché pare che per quella frase lì, la parola giusta forse non esiste!

In classe ci si applica, si discute, si fanno domande e si cercano risposte, ma è fuori di lì che accade il miracolo e che ogni settimana – oramai da cinque mesi – si rinnova: l’idea, l’ispirazione, le parole che diventano frasi, la nascita dei racconti. E io li vedo anche quando non sono più in aula con me, i miei Narratori Seriali, assorti nelle loro elucubrazioni, chi attento alla punteggiatura, chi ai finali troppo bruschi, chi ai tempi verbali, chi a romanzare storie di vita vissuta, chi a coniugare uno stile potente con una più facile lettura, chi a riversare sulla carta l’ironia, chi a sviluppare malesseri o chi a stupirsi del proprio scrivere. E chi a meditare omicidi, senza dover pagare prezzi.

Non so più che cosa per la mia anima sia più appagante: condividere la mia passione con altri, oppure scrivere.

Ma quando leggo il risultato dei nostri incontri, quando mi vengono raccontate storie come quella di Patrizia, di Damiano, di Paola, di Sabrina, di Tiziana, di Sandro e poi le storie di Elda,  Emanuela, Anna Maria, Stefano, Ilaria… tutte quelle lette fin’ora e quelle che verranno, mi rendo conto che scoprirlo non è poi così importante.

Grazie, narratori seriali e… buona scrittura!

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Io albero, tu terra…

Io albero, tu terra...

9 febbraio 2017, metà della mia vita trascorsa senza te.

Chissà se un giorno ci rivedremo…

Chissà se ci sarà un’altra vita, per noi due, dove amarci e completarci così come è accaduto in questa, per te troppo breve. Un’altra nella quale poterti raccontare quanto è stato grande il mio Amore per te. Una seconda occasione concessaci per far qualcosa l’uno per l’altro, anche se non più come padre e figlia.

Tu albero io pioggia, tu fratello io sorella, tu figlio io madre.

Io fiore tu terra, io stella che brilla grazie a te cielo.

Io la tua salute, o io il medico che asporta il tuo terribile male, ma questa volta salvandoti la vita, papà…

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Influenza, amore mio…

Susanna Trossero

Inverno, periodo di malanni… Vaccini sì, vaccini no, aspirine a cucchiaiate, la sciarpa sulla bocca per non prender freddo, spremute d’arancia, integratori per il sistema immunitario, consigli e divieti…

Da bambina, ogni anno arrivava il febbrone che tanto preoccupava mia madre. La vera seccatura era la tosse, ancor oggi puntuale visitatrice di stagione, ma era il giusto prezzo da pagare per una intera settimana senza la scuola. Il letto mi abbracciava ed io mi sentivo in pace con il mondo. Anche allora leggevo tanto, e quelle erano occasioni ideali: ho sempre trovato l’influenza un momento magico tutto mio, caldo e accogliente, forse perché non mi dava alcun tipo di dolore. Potevo dormicchiare in orari improbabili, oziare tutto il giorno senza che nessuno avesse da ridire, e adorare mio padre che rientrava dal lavoro con fumetti per me o qualche nuova raccolta di figurine: “Il mondo degli animali”, “Tutta Italia”, “Tutta Europa”…

Poi, crescendo, ho notato che quei simpatici virus hanno iniziato a starmi alla larga, e il massimo che può capitare è un raffreddore prepotente, magari una febbriciattola passeggera o la solita tosse per niente gradita.

Quelle belle influenze, quelle vere, che ti coccolano per bene, che rendono la voce nasale e gli occhi lucidi, che ti colorano le guance di rosso e ti fanno amare il pigiama per una settimana, beh… mi ignorano. A volte mi pare un dispetto, lo ammetto.

Non me ne volete, voi che siete a letto costretti dal male di stagione, con il termometro che segna 39 e poca voglia di mangiare: io amo l’influenza, inutile mentirvi. E allora, se ciò non vi crea seri problemi lavorativi e se non vi sentite troppo male, approfittatene per farvi coccolare, per ascoltare il vento o la pioggia da sotto le coperte. Almeno per un giorno lasciatevi andare… mi capirete!

Vi saluto con un brano tratto dal mio ultimo romanzo, ancora in fase di correzione, e… felice guarigione a tutti!

Non ce la faccio. L’unica necessità, unica ma vitale, è una terribile influenza che mi costringa a letto, che mi trascini in quell’ozioso girone in cui tutto è ovattato, non si pensa, non ci si lava, e si sopravvive sotto le coperte senza conoscere il senso di colpa. Un’infermità passeggera a regalare, senza conseguenze, quello stato comatoso ufficiale, non contestato da chi ti sta attorno. Nessuno mai si sognerebbe di indurti a reagire, ma neppure si preoccuperebbe per te: è una normale influenza, se la becca tutto il mondo, passa. La perfezione di un virus stagionale è ciò a cui adesso anelo. Niente altro. Silenzio, solitudine (è contagiosa, no?), capelli un po’ in disordine, mangiare a letto quando hai fame e senza apparecchiare né sparecchiare. Qualcuno che si occupi di tutto il resto, come spazzare e spolverare, sprimacciare i cuscini del divano, rendere lucenti i sanitari. Una casa profumata, mentre tu dormicchi e la tua anima sfrutta al massimo l’abbraccio protettivo e rassicurante delle coperte. Voglio il niente. Non voglio dover pensare. Non voglio dovermi occupare del quotidiano. Non voglio contatti, dover spiegare, avvertire toni preoccupati e quindi dover rassicurare. Voglio poter non reagire senza prezzi da pagare. È un mio diritto: voglio l’influenza.

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Messaggio in bottiglia

Messaggio in bottiglia

Sembra che il primo messaggio nella bottiglia, fu regalato al mare nel 310 a. C. dal filosofo greco Teofasto, ma da allora tanti altri usufruirono di ciò per lasciare traccia di sé, da Cristoforo Colombo agli ebrei deportati, per non parlare delle ricerche della Nasa o di coloro che utilizzavano tale sotterfugio per comunicare con le spie di varie epoche. La storia dei messaggi in bottiglia la trovate qui e qui invece troverete altre curiosità interessanti.

Ma ciò che io in realtà mi domando è se qualcuno di voi, voi che mi leggete, abbia mai arrotolato un foglio per introdurlo nella bottiglia da regalare al mare… Con quale intento? E a chi era indirizzato?

Che cosa vi ha spinto a farlo? Curiosità, disperazione, speranza, ricerca dell’insolito…?

Ho proposto alla mia meravigliosa classe di “narratori seriali”, con la quale parlo di scrittura narrativa da ottobre a maggio, in una scuola a due passi dal mare che bagna il Lido di Ostia, di diventare immortali proprio grazie alle poche righe vergate su una zattera, in balia dei flutti. Fantasia, certo, quella che ci fa immedesimare in una simile drammatica situazione. Ma anche verità, perché solo con quella si lascia al mondo traccia della nostra essenza.

Ecco, il nuovo anno è cominciato con questa mia strana richiesta, da loro accolta con slancio. Non pubblicherò qui i messaggi che ne sono scaturiti, troppo intimi e privati, ma li custodirò come fossi io bottiglia depositaria di segreti e speranze.

Vi regalo il mio, invitandovi a scrivere i vostri in un massimo di dieci righe, e postarli qui. Vi aiuto…

“Sei in mezzo al mare aggrappato ad una zattera che sta per soccombere con te all’impeto delle onde. Ma c’è ancora un poco di tempo. Hai una bottiglia, una penna e un pezzo di carta per lasciare un tuo saluto, un commiato, una brevissima immagine che parli di te prima che tutto finisca. Può essere una frase, una poesia, un pensiero vago o concreto, qualcosa che racconti agli altri chi sei, o chi sei stato, o colui che saresti tanto voluto essere. Un saluto, un rimpianto, un ringraziamento, una recriminazione, qualunque cosa. Con quel biglietto diventerai immortale, ciò che conta, è che rappresenti la tua essenza, e che lasci detto al mondo chi sei e chi eri.”

Che il mare sia con voi,

Susanna

Credevo avrei avuto paura. Che avrei supplicato, forse pregato anche se mai l’ho saputo fare. O magari inveito. Che mi sarei rammaricata.
Si sappia, invece, che ho sorriso perché ho avuto dalla vita ciò che ho sempre desiderato: non soldi, non fama, non agi né lussi ma incontri. Ho incontrato Calore, in una famiglia che è stata porto sicuro e non zattera. Ho incontrato Amicizia, quella vera, in tante persone meravigliose che sono rimaste sempre con me o con me hanno percorso un po’ di strada. Ho incontrato Amore, oramai adulta, dopo errori di valutazione giovanili; quell’Amore che completa e non mutila, che ti lega senza alcuna schiavitù. E ho incontrato persone, tante, che mi hanno arricchita. Me ne vado dimentica del brutto – che ho conosciuto e dal quale a volte mi sono lasciata sopraffare – in nome del bello ricevuto, capace di farmi sorridere grata in un momento come questo.
Il mio bicchiere resta ancora mezzo pieno, anche se ormai d’acqua salata.

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Una giornata dall’aria antica

Antonella Serrenti, Una giornata dall'aria antica

Sabato 12 novembre, in occasione della ricorrenza della strage di Nassiriya, vedrà la luce la raccolta di racconti Una giornata dall’aria antica, edito dalla Graphe.it e scritto da Antonella Serrenti. Quando Antonella mi ha parlato di questo suo progetto, si trattava di un’idea appena abbozzata, di un qualcosa che stava racchiuso nei meandri della sua anima e che scalpitava per venir fuori.

Tuttavia, per molto tempo, non ha lasciato che il pensiero evadesse dal suo intimo e si riversasse sulla carta, proprio perché intimamente troppo coinvolta nell’argomento, e io temevo che non lo avrebbe fatto mai.

Ma, per fortuna, un giorno è successo e tutto ciò che stava in lei è adesso in questo libro che vi suggerisco di leggere. Io l’ho avuto tra le mani che era un manoscritto appena nato, impregnato di pudore e lacrime, e mi sono subito resa conto che è molto di più di una raccolta di racconti; è la volontà di metabolizzare l’assurdità della guerra, è l’incapacità di comprenderla, è il ricordo di un maledetto novembre 2003, è il dolore per quel bambino che ha visto crescere, giocare sull’uscio di casa insieme a suo figlio, e che – indossata la divisa da soldato – non ha mai più fatto ritorno su quell’uscio. È il sollievo colpevole per il suo di figlio, tornato invece a casa.

È l’impotenza per tutti quegli altri bambini che vengono educati a uccidere da una cultura senza scampo, è la rabbia a lungo repressa per uno Stato che manda a morire ragazzi e ragazze lontani dal loro paese, in nome delle Missioni di Pace.

C’è così tanto, in questo piccolo libro, che ho faticato a leggerlo: mi sono imposta lunghe pause per via della commozione che a tradimento mi assaliva, così come accade quando si ha a che fare con l’anima di chi scrive e non solo con la sua fantasia.

Non credo di dover aggiungere altro, se non che considero questa terribile e bellissima raccolta un motivo di riflessione: ci sono perdite che non sono soltanto notizie al telegiornale, lutti lontani a cui assuefarsi, dolori degli altri; sono perdite di tutti e ci mutilano proprio sull’uscio di casa, là dove i nostri figli o quelli di altre madri, hanno giocato.

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