Susanna Trossero

scrittrice

Quel buco allo stomaco che non è fame

Oggi non sarò io a parlare: voglio regalarvi una pagina che mi ha colpita molto, tratta dal romanzo Il futuro di una volta, di Serena Dandini.

Succedeva sempre più spesso ormai. Una sensazione inaspettata, come un uomo maldestro che ti abbranca da dietro, ti mette le mani sugli occhi per farti una sorpresa e invece ti crea solo un gran disagio. Una “cosa” che arriva alle spalle e ti avvolge come un asciugamano bagnato, poi segue a ruota un buco allo stomaco, ma anche se è ora di pranzo non è la fame. Toglie il fiato e lascia spossati, un senso di mancanza, come quando non trovi più la borsa sulla spalla o il cappello in testa.

La voce narrante prosegue spiegando che la “cosa” le ricordava quando

da piccola la portavano dal dottore e non era capace di descrivere dove le faceva male, eppure lo sentiva, ma il dolore era furbo, svagheggiava, si muoveva tra le ossa e le ghiandole, scompariva per poi riemergere più forte di prima quando era già tornata a casa

Racconta che così com’era arrivata, la “cosa” per fortuna se ne andava, lasciando però un senso di nostalgia, qualcosa di indefinito dentro. E conclude aggiungendo:

Qualcosa che sarebbe potuto avvenire e ora le sembrava scaduto il tempo. Ecco, era così. Aveva nostalgia della sua innocenza, di quello stato d’animo vago di attesa, quando si è ancora fiduciosi che qualcosa di bello e di nuovo possa sorprenderci.

Capita spesso, di incontrare profondità nei libri. Anche in uno pieno di ironia come questo. Conosciamo lo stile di Serena Dandini, il suo umorismo, eppure tra un sorriso e l’altro ci pugnala al cuore ricordandoci che

Siamo tutti bimbi in attesa di una notte di Natale che stenta ad arrivare. Poi un bel giorno ti accorgi che Babbo Natale non esiste e a seguire sei tempestato da una raffica interminabile di cattive notizie.

Mia cara Serena Dandini, con queste parole tu quella “cosa” la risvegli anche in noi, e non so se ti perdonerò per questo ma… ti voglio bene lo stesso!

Foto | Niccolò Caranti, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, attraverso Wikimedia Commons

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Non mi piacciono gli eroi

Siamo tutti, personaggi di una storia. Ora protagonisti, ora comprimari, di supporto o di passaggio, da ricordare o dimenticare. Attori principali del nostro vivere, comparse in quello d’altri, siamo parte del romanzo della vita, a volte così ricco di colpi di scena o così avventuroso da far le scarpe alla letteratura!

Una volta presentai un romanzo a una nota casa editrice, e mi fu detto che dovevo lavorarci ancora perché nella trama avvenivano troppe cose, troppe erano le situazioni affrontate. In realtà era tratto da una storia vera e dunque peripezie e vicissitudini rappresentavano accadimenti non romanzati, anche per questo decisi poi di non far nulla perché venisse pubblicato. Insomma, ciò che cerco di dire è che ogni storia, reale o romanzata, può scorrere placida in acque tranquille o navigare incontrando serie difficoltà per via di continui colpi di scena.

Nella narrativa, sono i personaggi (come nella vita) a provocare intrecci e creare rapporti che ci appassionano. I loro desideri (un personaggio deve averne), i tentativi di realizzarli o l’impossibilità di farlo, conferiscono ritmo provocando coinvolgimento.

Personalmente amo quelli imperfetti, che falliscono o si arrendono alle loro debolezze, che compiono azioni poco nobili o che finiscono per creare situazioni da tenere nascoste, per esempio. Gli eroi, in letteratura, sono quelli che riescono in un’impresa dove chiunque altro fallirebbe: antipatici no?

Non mi piacciono i personaggi statici (neppure le persone), quelli che non cambiano mai, mentre all’opposto preferisco quelli che compiono un percorso, che hanno un’evoluzione, in male o in bene.

Ho amato il personaggio di Bel-Ami di Maupassant perché mi ha irritato non poco; ho abbracciato Valeria de “Il quaderno proibito” (Alba de Céspedes), per la sua sincera confusione; ho riso con l’anziano scorbutico de “Un calcio in bocca fa miracoli” (Marco Presta) per le sue azioni da ragazzaccio… Potrei continuare all’infinito perché tanti sono i personaggi che sono entrati a far parte del mio quotidiano grazie ai libri, ma non vorrei dilungarmi e mi piacerebbe conoscere quelli che voi avete apprezzato di più.

Nel frattempo, eccovi un’altra pillola di scrittura: stavolta, il mio video parla di… Indovinate un po’? I personaggi.

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La voce di un romanzo

Vi è mai capitato di soffermarvi sul serio sui toni di voce di un romanzo? Sì, non dico assurdità, i libri ci parlano e usano toni di voce differenti a seconda di ciò che gli autori vogliono trasmettere a chi legge.

La voce narrante o i personaggi, si arrabbiano, gioiscono, sono preda di dubbi, ammiccano, urlano o sussurrano… Come? Attraverso la punteggiatura, naturalmente, che non si limita a regolare un testo bensì ne costruisce il senso (o lo stravolge quando viene usata in modo inappropriato).

Il modo migliore per scoprire se funziona, è la lettura a voce alta: noi, in maniera del tutto naturale e istintiva, quando parliamo inseriamo nel discorso pause brevi o lunghe, silenzi, attese, sospensioni, intonazioni, in base a ciò che vogliamo comunicare. Ebbene, tutto questo può tradursi altrettanto naturalmente nella punteggiatura di un testo, ovvero la punteggiatura è comunicazione.

A proposito di questo argomento, giorni fa ho letto un articolo su James Joyce che parlava del suo “Ulisse”, considerato uno dei più innovativi romanzi del XX° secolo. Monologo interiore, flusso di coscienza, e sul finire – credo negli ultimi 8 lunghi periodi – assenza di punteggiatura.

Ebbene, l’articolo svela che una delle ragioni – ma non certo la sola – che fece considerare quest’opera come moderna e innovativa, ovvero la particolarità della punteggiatura mancante, in realtà non fu una scelta stilistica dell’autore. Aveva subito ben undici interventi agli occhi poiché gradualmente stava perdendo la vista, e ciò rese la stesura di Ulisse sempre più difficoltosa. Scriveva a letto, in posizione prona, e cominciò a usare dei pastelli colorati per rendere più visibili le lettere. A complicare il tutto, la difficoltà nell’inserire la punteggiatura tra le righe e il renderla a lui stesso visibile, tanto che ad un certo punto si arrese e smise di usarla! Insomma, una causa di forza maggiore che ha contribuito a rendere i flussi di coscienza del suo protagonista ancora più incisivi e Joyce audace e coraggioso.

Vi lascio con un mio breve video sulla punteggiatura, esortandovi ad andare a scovare aneddoti o curiosità sugli scrittori che più amate: le sorprese sono sempre molto interessanti.

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Perdersi per poi ritrovarsi

Perdersi. Perdersi in qualcosa o in qualcuno, nel nulla o nel troppo.

Siamo destinati a perderci, non è vero? Anche chi muore di noia e in niente si butta a capofitto, si sta perdendo: nell’apatia. Quindi non possiamo evitarlo, a quanto pare.

Personalmente, mi perdo spesso nella lettura, dimenticando tutto il resto. Mi perdo nel pensiero che vaga a briglia sciolta durante la notte, quando il sonno tarda ad arrivare. Mi sono persa in progetti mai portati a termine, in situazioni stupide, in passioni meravigliose come la scrittura. Ogni libro scritto, ogni racconto, è stato un perdersi. Per poco o per tanto tempo,

Mi sono persa dentro un dolore, anche questo capita. Ogni giorno diventa uguale, l’isolamento rende tutti estranei mentre sei tu l’estranea perché persa in un altrove soltanto tuo.

Mi sono persa nell’allegria. Succede, soprattutto in gioventù. Perché si può essere allegri anche con la maturità, certo che sì, ma quell’allegria che ti ingoia totalmente necessita di spensieratezza, incoscienza, leggerezza. Tutte meraviglie che in gioventù abbondano, di solito.

Mi sono persa in un’idea. Idea che diventa ossessione e non lascia spazio a niente altro. O mi sono persa dentro un’emozione.

Mi sono persa dentro una mancanza, divenuta subito mutilazione.

Spesso mi perdo davanti al mare. Il mare che lenisce, avvolge, trasporta. Che incanta. Che spinge a naufragare o invita a non lasciare la riva.

Ci si perde sempre in qualcosa. In qualcosa o in qualcuno. E qualcosa si perde. Ma riflettendoci su, vorrei dire a che te leggi, che se ti senti annegare perché fai parte di coloro che vivono una perdita, ricorda che solo chi non ha avuto niente, nulla ha da perdere.

Pensa a questo: se soffri perché hai perduto qualcosa, sei tra i fortunati che possono vantare un ricordo importante, comunque sia andata a finire. E, credimi, è l’unica maniera per non perdere due volte.

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Esperienza culinaria o pentimento?

Effetti armonici, belli da vedere e da fotografare, cibi e colori che dipingono il piatto: gli chef stellati ci insegnano a presentare e impiattare in modo tale che a mangiare cominciamo usando gli occhi ed è con questi che diamo il primo morso.

Esaltare le pietanze incantandoci prima ancora di conquistarci con il gusto, è di certo un’arte, nondimeno da tempo mi sto rendendo conto che questa filosofia dell’arte nella presentazione va a braccetto con il… digiuno! Sarà capitato anche a voi di andare al ristorante e restare colpiti dall’effetto creato dal raviolo sul grande piatto bianco macchiato da pennellate di decorazioni e splendidi accostamenti di colore, dall’uso di petali e salsine o creme, foglioline o grani di questo e quello. Ma, a conti fatti, tra rametti, ciuffetti e gocce, il raviolo è uno, al centro del piatto. Uno. E, quel meraviglioso primo piatto, costa una fortuna. Perché dietro tanto minimalismo c’è arte, attento studio delle forme, maestria delle sfumature: il piatto non è semplice contenitore ma supporto, parte integrante di effetti cromatici, di esperienze sensoriali!

Fiori eduli, polveri colorate di ortaggi, scenografie e guarnizioni, purè variopinti, emulsioni e glasse: saranno loro a presentare il cibo, posandosi con grazia sul piatto di porcellana rigorosamente bianco e visibile. Visibile. Non un primitivo e disadorno contenitore sepolto dal cibo. Quindi, se i rigatoni alla cenere saranno tre di numero, non lamentatevi perché gli spazi vuoti sono importanti e la parsimonia paga.

In fondo si tratta di una esperienza, non di un pranzo al ristorante, non siate così rozzi.

E quando, una volta tornati a casa, lo stomaco brontolerà nel silenzio della vostra camera da letto, alzatevi in piena notte senza sentirvi in imbarazzo: in frigo troverete di certo qualche avanzo cucinato da mamma il giorno prima. Quella mamma che ci mette all’ingrasso ogni volta che dice “ho preparato due cosette” e che non ha mai sentito parlare di parsimonia in cucina.

Per pentirsi, ci sarà tempo.

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