Susanna Trossero

scrittrice

La storia della scrittura

E anche quest’anno il corso di scrittura è terminato, tra abbracci e promesse di non perdersi di vista che spero tanto saranno mantenute. Per l’occasione è stato organizzato un incontro pubblico con tutti gli allievi i quali hanno esternato i loro pensieri riguardo l’esperienza vissuta con me, in un’ultima condivisione prime delle “vacanze”. La carissima Patrizia Ometto, fantasiosa discola, ha scelto una maniera insolita per raccontare ai suoi compagni di corso (i quali si sono battezzati “Narratori seriali”) le sue impressioni, ed io ho deciso di condividerle con voi perché ironicamente deliziose! Eccole:

La storia della scrittura

Un bel giorno, in quel bel posto che era la “mezzaluna fertile”, nel lontano Medio Oriente, qualche ragazzotto locale si industriò a tracciare con uno stilo dei segnetti sull’argilla fresca: parliamo del 4000 a.c., qualcuno dei più anziani se lo ricorderà di certo, fortunati voi che siete testimoni del passato… I ragazzotti in questione, a bagno coi piedi nel fango paludoso, discutevano fra loro della adeguatezza di mettere delle caporali o le virgolette nei discorsi diretti.

Poi un po’ più in là, sia con gli anni che con la longitudine, un gruppo di portatori di pietre, esausti dalla fatica di salire su quelle cavolo di piramidi, approfittavano della pausa pranzo all’ombra del maestoso monumento, per scrivere su dei papiri, abbellendo gli scritti con bellissimi disegnetti. Avevano addirittura l’inchiostro, liquido molto apprezzato anche dalle loro fidanzate per un tocco di eye liner. Il più sveglio di loro si nominò maestro e insegnò agli altri l’importanza della tensione narrativa e del climax, essendoci poi 50 gradi all’ombra.

Siamo giunti quindi ai Greci ed ai Romani che per scrivere ormai usavano degli stili metallici su tavolette cerate e pergamene. Tra un bagnetto e l’altro alle terme, qualche sapientone si distingueva sempre. Quello di turno un giorno fece un corso sul romanzo thriller, visto che congiure e accoltellamenti erano all’ordine del giorno.

E meno male che ad un certo punto ecco che arrivò Isidoro di Siviglia, siamo nel VII sec.

Questi piglia un uccello e zac gli strappa una penna. Ecco come si scriveva tra un flamenco e l’altro. Si andò avanti spennando uccelli fino al 1830 quando l’inglese mr. Perry, dopo una notte insonne, si inventò un pennino d’acciaio, cosicché le oche poterono starnazzare tranquille con le loro penne intatte.

Ma quanti goccioloni lasciavano quei cavolo di pennini! Ecco che l’ideona la ebbe sempre un’inglese (perché gli inglesi so’ forti), un certo Mr. Foelsh. Il brav’uomo si spremette le meningi pur di non sentire la moglie che brontolava per le macchie d’inchiostro sulle tovaglie di lino. Inventò la penna a serbatoio e cioè la nostra stilografica.

Dopo la seconda guerra mondiale comparve la penna a perdere o biro. La inventò l’ungherese Birò. La sera la moglie cucinò il gulash per tutto il palazzo per festeggiare la scoperta e il Birò tenne una lezione sui “plasticismi da evitare” ma l’amministratore del condominio, avendo frainteso l’argomento, lo fece arrestare per spionaggio.

A parte gli strumenti della scrittura, in tutti questi millenni l’uomo ha capito che doveva trasmettere i pensieri per conservarli o comunicarli ad altri. Una forma di espressione talmente importante che vi vorrei parlare del periodo in cui trovò il suo apice.

Torniamo un attimo nel Medioevo: qui una nobildonna tale Susanna Trossero si immolò a salvatrice dell’idioma e della prosa. La gentildonna si cimentò prestando la sua opera e il suo sapere a degli stolti barbari venuti dalle Alpi nonché a dei rozzi pescatori delle terre di Costantinopoli e Bitonto. Ne fece persone pensanti e scriventi, si adoperò a stimolare il loro Neanderthaliano cervello plasmandolo in un organo dal lessico gradevole anche se ancor acerbo.

Grazie quindi a questa santa donna che ha fatto sì che questi uomini e donne, chiamati Narratori Seriali, non potessero più fare a meno di scrivere.

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Scrivere a mano: una magia dimenticata?

scrivere a mano

Buona cosa, il progresso. Il futuro serve a far di più e meglio, ma soltanto se non si dimentica ciò che sta alle sue spalle e che non sempre è datato oppure vecchio e inutile.

Il passato, nella vita di ogni giorno, dovrebbe essere considerato come parte integrante di ciò che siamo. Chi saremmo noi senza il nostro vissuto e le nostre memorie? Ne siamo il prodotto, in fondo. Non significa certo arenarsi, o non andare avanti. Significa invece non levare l’importanza a ciò che è in grado di gettare le basi su ciò che sarà.

Per esempio, quanto è cambiato il nostro modo di comunicare? Certo, tante cose si sono velocizzate e la tecnologia ci ha dato una grande mano sotto vari aspetti ma… Il linguaggio si sta impoverendo e la scrittura – quella a mano – è sempre più rara.

La psicologa Rita Maria Esposito, ricercatrice in Psicologia e Scienze Cognitive a Roma ha approfondito l’argomento su un numero della rivista Viversani, confermando importanti concetti dei quali mi sto da tempo interessando.

Riassumendo ciò che la ricercatrice sostiene, scrivere a mano aiuta la memoria a breve termine, regalando capacità di sintesi e di elaborazione. Favorisce l’apprendimento ed è importante per lo sviluppo cognitivo dei bambini. Favorisce inoltre un pensiero più profondo, aiuta a cercare e trovare soluzioni ai problemi.

Perché gettarci anche questo alle spalle?

Una tastiera, un carattere tipografico, non lasciano traccia intima di noi se non ovviamente nel contenuto di ciò che scriviamo. Nondimeno, lo scrivere a mano regala al foglio un’impronta autentica, rivelando tanto del nostro stato d’animo e addirittura del nostro senso estetico. Una immagine di noi più completa, spesso più vera e profonda… lo sanno bene i grafologi!

Il gesto stesso provoca qualcosa che ci riconduce verso la nostra essenza, mettendo in moto corpo e mente: ci fa soffermare su ciò che stiamo elaborando, sull’origine della parola che stiamo per trasferire su un foglio, sui processi mentali a lei collegati.

Come dice la Dottoressa, “Non si tratta di esaltare il passato a scapito delle nuove frontiere che la tecnologia può farci conoscere, ma di riconoscere alla scrittura a mano la sua utilità evolutiva”.

No, non smettiamo di scrivere a mano. Non facciamo che anche questa affascinante pratica sia dimenticata in virtù del progresso.

E, se non sapete ricreare la giusta atmosfera per ricominciare, regalatevi un taccuino e una penna, poi quando tutti dormono, e la vostra casa è immersa nel silenzio, scrivete un pensiero con la sola luce della candela a illuminare il foglio. Vi accorgerete di quale magia sia, e ne rimarrete incantati. Provateci, poi condividete le vostre impressioni. Con gli amici, con i vostri affetti più importanti. E, perché no, con me.

“Posso scrollarmi di dosso tutto mentre scrivo; i miei dolori scompaiono, il mio coraggio rinasce”. (Anne Frank)

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Il mio fiore all’occhiello

Ultimo giorno di scuola, e l’aula si svuota dei sorrisi, delle condivisioni, delle mille idee e di tutta quella creatività e vivacità intellettuale che – ne sono certa – per molto tempo resterà nell’aria. E non saranno le finestre aperte sulla primavera a disperdere quell’immenso bagaglio che ho avuto l’onore e il piacere di respirare anche io.

Ogni luogo conserva un poco di ciò che lo ha abitato, delle storie che ha conosciuto, degli stati d’animo o dei sogni.

Sì, sogni. Perché chi scrive, è ancora capace di sognare.

Non si tratta del mero desiderio di una pubblicazione, io parlo di ben altri sogni, di qualcosa di molto più profondo che in qualche modo emerge da ogni pagina e che in ogni pagina resta per sempre, anche quando il sogno cambia o cambia chi lo aveva dentro di sé.

Non tutti siamo capaci di rileggere, dopo anni, ciò che anima e fantasia hanno regalato al foglio bianco: rivedersi nudi dopo esser stati capaci di rivestirci dell’armatura a noi più congeniale, significa non dimenticare. Ignorare. Fingere che mai sia accaduto.

È uno specchio, la scrittura: non sempre rimanda l’immagine che più ci fa star meglio. Ma quel non dimenticare è importante: non dobbiamo ignorare chi siamo o siamo stati poiché ci sarà sempre d’aiuto per comprendere appieno chi vorremo essere domani.

Di armature, in classe, ne ho viste cadere; volti e nomi grazie a ciò sono e saranno sempre in me tatuati.

Un corso di scrittura è anche questo: condividere parole che vanno al di là della carta e che neppure sono state realmente pronunciate né mai scritte.

È andare oltre le lezioni, gli esercizi, le correzioni, le risposte alle domande. È vivere mescolandosi agli sguardi e al mondo interiore di persone che speri di non perdere per strada.

È un fatto intimo che sebbene in parte diviene “pubblico”, intimità crea mentre le stagioni scorrono veloci fuori dai vetri.

Quando arriva l’ultima lezione, in me il ricordo della prima è ancora fresco: ciò significa che mi mancherete, ma a tutti voi – e mi rivolgo ad ogni classe – chiedo di non smettere di vivere in quell’angolo privato che necessita di tempo e spazio. Ne vale la pena, e credo lo abbiate capito ascoltandovi l’un l’altro, commuovendovi o divertendovi.

Suscitare emozioni è lo scopo e voi tutti, ognuno a suo modo, lo avete saputo fare.

Per me, siete già degli scrittori.

Il mio fiore all’occhiello che mai appassirà.

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Un fidanzato in affitto!

Le foto: cambia il modo di scattare quelle “ricordo”, ma resta immutato il desiderio di immortalare momenti o viaggi.

In giro per Roma, vedo tutti impegnati con i selfie ad ogni passo e sotto qualunque monumento, dunque apparentemente sembra che non sia più necessario avere qualcuno che ci scatta una foto.

Eppure, forse non è così e c’è chi si è posto il problema tentando di ovviare ad alcuni inconvenienti.

Mettiamo che non abbiate compagnia durante la vostra vacanza nella capitale;

mettiamo che non vi vada a genio fermare i passanti per chiedere cortesemente di scattarvi una foto (magari correndo il rischio che scappino con il vostro telefono cellulare nuovo di zecca!);

mettiamo che i selfie non vi vengano poi così bene;

mettiamo che vogliate far impazzire d’invidia colleghi e amici al ritorno dalla suddetta vacanza romana (durante la quale vorreste postare non banalissime foto ma scatti d’autore)…

Che fare?

Qualcuno si è inventato “Instaboyfriend Rome private tour”: un pacchetto turistico al momento destinato solo alle donne single, le quali affittano “compagnia” allo scopo unico di avere accanto qualcuno che scatti loro delle bellissime foto professionali da condividere nei social. Insomma, questa sorta di “fidanzato/guida turistica” altro non è che un fotografo indispensabile per ottenere molti like (su viaggiamo.it ulteriori informazioni)

Il sito Ilfattoinedito.com così commenta l’iniziativa:

“I fidanzati-fotografi seguono le turiste tra i vicoli di Roma, per consentire a queste di “vivere come una modella per un giorno” ed ottenere immagini da condividere su Instagram”.

Il costo non è esattamente irrisorio, ma l’articolo ci fa sapere che l’ideatore rassicura le vacanziere:

“Roma Experience” sottolinea che ne vale davvero la pena visto che il “fidanzato in affitto” è migliore di un fidanzato vero. L’Insta-boyfriend, infatti, non si lamenta perché ci guadagna, è lì solo per la turista e quindi non si distrae, ma soprattutto è un fotografo professionista che non farà arrabbiare la “fidanzata” a causa di qualche scatto poco riuscito”.

Che dire… a me pare piuttosto bizzarro, per usare un eufemismo, ma a quanto pare oramai neppure uno scatto con alle spalle il Colosseo può essere lasciato al caso: che nessuno ne mostri uno più bello del nostro o perderemo punti preziosi! E i fidanzati veri? Se li avete, lasciateli a casa: sono oramai fuori moda.

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Meno bisogni, più felicità: parola di Giulio Verne

Chi non ha mai letto “L’isola misteriosa” di Jules Verne batta un colpo!

Non amavo molto i libri avventurosi, da ragazzina. Ero più una bambina da Piccole donne, Le piccole donne crescono, La piccola Dorrit e così via. Oppure, passavo direttamente a romanzi come Dracula di Bram Stoker.

Però, imbattermi in Giulio Verne e restarne folgorata fu tutt’uno, lo ammetto.  Al tempo, non colsi il messaggio tra le righe e mi dilettai semplicemente a immedesimarmi in un naufragio e nelle conseguenti difficoltà/avventure da vivere insieme ai protagonisti ma… Metterci mano da adulti è tutt’altra cosa.

Intanto, come superi le prove della vita? Il naufragio di relazioni umane, di progetti di vita o lavorativi, le avversità che ti attendono oltre la porta di casa?

Giulio Verne mette in primo piano l’intelligenza in un genere letterario che già al tempo era stato sperimentato da altri autori, basta ricordare Defoe con il suo Robinson Crusoe.

Ma in questo caso, Verne aggiunse alla storia un tocco da maestro: l’analisi della natura umana e il senso del bene o del male. O, ancora, il valore del progresso.

Lo so, la parola progresso – se pronunciata a proposito di un romanzo pubblicato per la prima volta nel 1875 – in pieno 2019 può far sorridere, eppure…

Sapete che le tecniche di sopravvivenza utilizzate dai naufraghi nel romanzo di Verne, oggi sono studiate nei corsi e percorsi per uomini duri? A ben leggere il romanzo con la dovuta attenzione, potremmo mettere insieme delle dritte da perfetto manuale di sopravvivenza, appunto.

Quattro uomini e un ragazzo, dopo essere sfuggiti alla guerra, alla prigionia e usciti indenni dalla caduta della mongolfiera sulla quale viaggiavano, approdano su un’isola e là si devono ingegnare, mostrando al lettore di oggi qualcosa di molto particolare…

Non è forse vero, per esempio, che la grotta nella quale trovano rifugio è posta così in altro da anticipare il concetto di grattacielo e di ascensore? Sebbene il tutto sia piuttosto rudimentale, si notano oggi soluzioni al tempo piuttosto innovative e originali, altro che capanne di paglia!

Vale la pena leggere i classici (e L’isola misteriosa di Verne lo è), di andare oltre le righe per scovare  inaspettate perle o soluzioni narrative più vicine ai nostri giorni che al tempo della pubblicazione di queste opere.

Non è forse vero che “Meno comodità si hanno e meno bisogni si hanno, meno bisogni si hanno e più si è felici”?

E poi, non è male – ancora oggi – incontrare il capitano Nemo, o lasciarsi coinvolgere dalla tipica struttura dei romanzi avventurosi, dove la corsa contro il tempo è elemento importante ma altrettanto importanti sono i messaggi contenuti tra le righe.

In questo, oltre a questioni ecologiste (è giusto sottomettere la natura ai propri bisogni?) o la psicologia di personaggi così differenti posti a subire un dramma che li accomuna, troviamo una visione positiva di momenti in realtà piuttosto negativi. Ovvero: si può sopravvivere alla distruzione di ogni certezza soltanto rimboccandosi le maniche. Distruzione uguale ricostruzione.

Ricominciare anche quando lasciarsi andare è quasi lecito e soprattutto molto più facile.

Direi che senza dubbio, una iniezione di positività come questa è utilissima anche in tempi come i nostri, non trovate?

Un classico, a dispetto dell’anno di pubblicazione, non è mai datato.

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