Susanna Trossero

scrittrice

Il dolore di Melissa

Male d’amore: “Mai come quando amiamo, prestiamo il fianco alla sofferenza”. (Sigmund Freud)

Mi hai insegnato a mentire. A fingere. A muovermi nella segretezza prima con il terrore d’essere scoperta, poi con sempre più naturalezza.

Ero pulita, immacolata, e mi sono lasciata sporcare dalla tua convinzione che tutto ci è dovuto, che se desideri qualcosa devi provare a prendertela. Senza troppe storie, visto che la vita è una. Così dicevi e io ti ho creduto. Crederti mi ha resa complice della tua doppia vita, altro che una sola, e sono diventata brava quanto te, sebbene questa abilità non sia un vanto.

Il mio male d’amore tutto dentro le bugie che racconto a casa mia e che tu racconti a me quando dici che mi ami, che il resto non conta.

Non hai capito ancora che è proprio quel “resto” che tu fingi di ignorare ad avere la meglio su tutto e a farmi vergognare di me, di noi.

Il male d’amore sta dentro l’amore, non fuori. Non è altro che unione sbagliata, tutto qui.

A volte si soffre meno restando da soli, strappando un legame che strapperebbe noi.

Il resto, fosse anche il cuore ridotto a brandelli, si può ricucire.

Dammi tempo e vedrai.

Melissa Melassa

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Soffrire per amore

…è ovunque, ci circonda, ci frastorna e confonde, ci assale per la prima volta quando ancora giovanissimi restiamo senza fiato, o all’opposto riempiamo il vuoto con le parole sperando ci aiutino a capire. Ma da capire non c’è niente, niente. Ci arriviamo da adulti: è solo male. Male dentro e male fuori. Male d’amore. Ed è ovunque.

Quando l’ho scovato nei romanzi classici scritti secoli e secoli fa, ho compreso che ogni essere umano – in ogni tempo e paese – è fatto sì di carne e sangue ma anche di quel male che è mutilazione, delusione, rigurgito di fiele per assenze non digeribili. Insito nell’essere umano sempre ci sarà, facciamocene una ragione.

C’è chi non sa amare più di quanto ami se stesso e chi così poco si ama da farsi distruggere. Chi soffre in silenzio e chi fa soffrire, chi spera e chi delude ogni aspettativa…

Ne ho scritto sul mio “Lame e Affini”, ne ho scritto su “Adele”, ne scrivo da sempre ma è poca cosa rispetto a ciò che voi mi state raccontando. E così ho deciso di darvi voce qui sul mio blog o sulla mia pagina fb che parla di lettere,, anonimi viandanti che spazio mi chiedete, perché il male d’amore non sia sminuito né ridicolizzato bensì accolto, rispettato, compreso, letto o raccontato. Condiviso.

Mandatemi – anche in forma anonima – le vostre storie su maldamore_2021@virgilio.it e ogni volta che appariranno su questo blog saranno accompagnate dall’immagine di un cielo al tramonto: ogni male d’amore rappresenta la fine di qualcosa, ma anche l’attesa di un nuovo giorno mentre lui, il cielo, sta a guardare.

Vi aspetto

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Vacanze romane

Il risveglio, in queste mattine d’agosto, è sempre scandito da una routine rilassante e placida. Le auto si muovono in lontananza ripartendo all’incrocio in base ai paterni consigli dei semafori. E sono poche, finalmente, perché Roma va svuotandosi fino a diventare vivibile, quasi a misura d’uomo, ecco perché oggi pare che loro – i semafori – non impongano ma suggeriscano.

C’è un lieve manto sulla distesa di case e strade, una coltre che ricorda la nebbia sui laghi, e annuncia calura mentre i cani passeggiano al guinzaglio.

La Moschea di recente costruzione svetta a est, mentre a sud la Cupola di San Pietro si vanta della sua età che la rende superiore alla città stessa e per questo quasi magnanima.

Dall’alto, i platani sembrano cespugli e i cespugli quasi scompaiono; oggi qualcuno nascerà e altri se ne andranno, mentre vacanzieri ignari intaseranno le autostrade…

In questa calma cittadina che alla calma invita, c’è un che di rassicurante che vorrei sfruttare per sfrondare le mie ore da ogni “da farsi subito”, e riempirle di “lo farò domani”. Perché vacanza non è solo un albergo lontano da casa, ma uno stato mentale. Un liberarsi dalla quotidianità, dalla sveglia, da ritmi e incombenze, per vagare indolenti nel proprio ambiente trasformandolo in oasi di pace.

Uscire per riscoprire il piacere del silenzio al tramonto, l’afa allontanata dalla brezza serale; le cicale ancora allegre, le strade vuote.

Un aereo, il primo del mattino, porta via altre persone contribuendo alla mia ricerca di suggestioni che solo le cornacchie riempiono di voci.

Complici le varianti Covid e la pigrizia, mi godo la città inseguendo la noia, condizione attraente e sottovalutata. Ho gelati a sufficienza, buoni libri da leggere, la giusta compagnia e scarpe adatte per camminare. Per trascorrere un agosto nella capitale non necessito d’altro.

In pace con il mondo vi auguro buone vacanze, ovunque voi andiate o decidiate di restare. Ma ricordate:

“Essere in vacanza è non avere niente da fare e avere tutto il giorno per farlo”. (Robert Orben)

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No vax vs pro vax

Si attendeva d’essere migliori. Si contavano i morti come in battaglia e si diceva “tutto questo domani ci renderà meno distratti, più vicini gli uni agli altri, più attenti al prossimo e con il rinnovato piacere – o la scoperta – per le piccole cose”.

Io mi domandavo: perché non cominciamo subito, ad essere migliori? Perché attendere sempre “domani”?

Forse dentro di me la risposta l’avevo già. Sapevo. Sapevo che il piacere delle piccole cose e della vicinanza con gli altri lo devi avere dentro, e se non lo conosci non è una pandemia a risvegliarlo. Perché non è sopito ma spesso solo assente, sconosciuto. Chi lo aveva, chi lo provava o conosceva, lo ha custodito e protetto in attesa della “normalità”.

Tutto qui.

A distanza di poco meno di un anno e mezzo dall’inizio di questa guerra al virus degna di un romanzo di Stephen King, non siamo migliori affatto, e la “normalità” è ancora miraggio.

Adesso sui social ci si insulta per il green pass, non vax VS pro vax, e ci si deride, ci si offende, ci si minaccia, o ci si banna. Perchè adesso funziona così: se non voglio frequentarti ti banno. Ti dimostro che posso cancellarti, che per me non esisti.

“Chi non è favore del vaccino, chi non vuole vaccinarsi, non è più il benvenuto nella mia bacheca”. O, all’opposto: “Chi posterà commenti osannando il green pass non sarà accettato tra i miei amici!”

Fazioni. Trincee. Da entrambe le parti. Dunque è così che siamo diventati migliori. Eppure, eliminando fanatismi o pseudo ribellioni al sistema che “ci rende schiavi” (sento queste frasi dagli anni ’70), tutti gli altri sono spinti dalla medesima molla: la paura. E allora dove sta la diversità, dove il nemico, perché la rabbia?

Siamo uguali, facciamocene una ragione e deponiamo le armi. La paura ci rende simili, deboli, ma costruisce l’inutile forza per aggredirci l’un l’altro.

C’è chi ha paura del vaccino: è vero, non sappiamo molto sugli effetti che potrebbe produrre nell’organismo domani. Paura lecita. C’è chi, all’opposto, ha paura di non vaccinarsi: il Covid incombe, abbiamo perso i nostri cari, alcuni morti da soli, in casa, altri si stanno sottoponendo a rieducazione dopo intubazioni troppo lunghe, altri ancora descrivono calvari da terapia intensiva. Paura lecita.

C’è chi ha paura di essere contagiato da chi non ha paura del contagio, e c’è chi ha paura d’essere un esperimento per le case farmaceutiche. Paura, sempre paura. Che anziché accomunarci tutti, tutti ci allontana. Magari rendendoci anche sciocchi, basta leggere i pesanti insulti da entrambe le parti a entrambe le parti rivolti.

Poi c’è anche dell’altro: “Il green pass è un organo di controllo”. Ho letto anche dei paragoni con la stella degli ebrei. Hitler è stato riesumato. E ancora: “Il green pass ci rende schiavi, burattini, spiati e pilotati”.

Il telefonino, l’essere sempre in rete, il tracciamento, le mode, le indagini di mercato, la geolocalizzazione, i social, i movimenti con bancomat e carte di credito, i biglietti nominativi dei treni… e poi è il green pass che ci rende schiavi o controllati?

Ma giù manifestazioni come se piovesse: contro lo stato padrone, centinaia di persone si accalcano nelle piazze senza più proteggersi, altrimenti che ribellione è?

Da millenni, la paura che dovrebbe fungere da “strumento” di protezione, diventa in realtà il nostro peggior nemico levando lucidità, capacità di discernimento.

A chi dice “sei vaccinato, perché temi chi non lo è se credi nella tua scelta?”, vorrei rispondere che il vaccino non è la bacchetta magica, ma un’arma che ci aiuta nel proteggerci ed ha un margine di rischio più o meno basso ma esistente. E allora, tu che non sei vaccinato, sei il margine di rischio per chi al vaccino si è sottoposto. Allo stesso modo, chi è vaccinato non è con gli insulti che annulla negli altri la paura di un vaccino appena nato.

Siamo tutti sulla stessa barca, accomunati da timori e perplessità che tuttavia ci rendono nemici.

Non importa come la penso io: a fare ciò che reputo giusto per me nessuno mi ha convinta né io devo convincere nessuno. Ma non vogliatemene se vivo in pace anche in tempo di guerra: forse non sono un buon soldato, ma si può non esserlo e al contempo non sentirsi sudditi.

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Raffaella Carrà, regina della TV

In questi giorni si è tanto parlato di Raffaella Carrà, del suo successo, della sua carriera, della sua riservatezza e del suo impegno sociale. Foto, video, parole commosse, frasi d’addio e di cordoglio.

Ho letto, ascoltato, osservato ma in silenzio. Non ho fatto parte della massa non perché volessi distinguermi o sciocchezze simili, ma perché stavo riflettendo sulle meteore d’oggi e sulle regine della TV di un tempo che restano regine per sempre.

Mentirei se dicessi che ricorderò la Carrà per i suoi gesti d’altruismo, per la sua generosità o l’impegno civile. Questo suo lato in realtà era il meno visibile, mai ostentato o declamato per ottenere consensi. Quindi, senza le fanfare a cui siamo abituati, non ne sapremo mai abbastanza e ciò basterebbe a rendere questa donna degna di grande stima. Per esempio, soltanto ieri una donna argentina mi ha detto di quanto – lontano dai riflettori – Raffaella Carrà in quel paese fece per le donne vittime di maltrattamenti.

Io, come tanti insieme a me, non saprò mai abbastanza di questo suo lato nobile.

Sono altri, i miei ricordi. Nel 1970, in un televisore acquistato a rate, la vidi per la prima volta ballare nel programma “Io, Agata e tu” di Nino Ferrer. Fummo tutti colpiti da quell’ombelico scoperto e mostrato al pubblico con naturalezza. Qualcuno gridò allo scandalo, mio padre ne fu ammirato, mia madre imbarazzata perché “non è mica in spiaggia però!”. Io, bambina di 9 anni, fui affascinata da tanto coraggio. Perché diciamocelo, nel 1970 un ombelico mostrato in TV senza che ci fosse un costume da bagno a giustificarlo o la scena di un film, faceva un certo effetto! Alle gambe eravamo abituati, alle scollature anche, ma…

Ho questa immagine in bianco e nero di lei, come una foto impressa nella memoria. E, da quel momento, la giovane Raffaella divenne parte della famiglia perchè in ogni famiglia – e non solo italiana – si fece largo crescendo e guardandoci crescere .

Riservata, educata, garbata: una stella della TV sempre lucente a dispetto degli anni e delle rughe che non ha mai nascosto.

Ecco, ciò che vorrei dire è che è stata una vera Signora e se n’è andata con lo stesso garbo che le ammiravo.

Possiamo storcere il naso davanti alla televisione, tenercene lontani e preferire un buon libro. Ma certi miti li abbiamo avuti tutti e lei era uno di questi.

Ciao Raffa…

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