Susanna Trossero

scrittrice

Incontrarsi per parlare di scrittura

Susanna Trossero

Siete pronti a rimettere in moto? Rigenerati dalle vacanze o ancor più stanchi di prima, è arrivato il momento di lasciar spazio al vostro lato artistico, prima che la normalità prenda il sopravvento e vi sentiate soffocare dagli impegni.

Mi rivolgo agli amici di Roma e zone limitrofe: vi propongo un corso/laboratorio di scrittura narrativa particolarmente ricco ma non così impegnativo dal punto di vista pratico poiché non richiede molte lezioni settimanali, bensì diluite nel tempo: un solo incontro alla settimana della durata di un’ora e trenta, per ventiquattro lunedì… come vi sembra?

Intanto vediamo i principali temi trattati:

Perché scrivere? L’immaginazione / Vocazione, talento, tecnica / L’importanza della lettura / Il racconto e il romanzo / Come sviluppare la creatività / Imparare a scrivere, descrivere, mostrare / Allenamento costante: il quaderno delle idee e le recensioni / Le regole: tecniche e strategie / Le parole e la punteggiatura: far parlare un testo / Incipit e trama / La voce narrante / I personaggi / I dialoghi / Documentarsi: ambientazione, epoche, atmosfere / Credibilità e coerenza / I cinque sensi nella scrittura / Generi di scrittura / Spaventare il lettore / L’autobiografia / Il diario in letteratura / La scrittura come terapia: espellere per rinascere / Le lettere mai spedite / Scrivere una fiaba/ La parola fine e la revisione del testo / Farsi pubblicare.

Durante le lezioni verrà riservato uno spazio alla lettura degli esercizi da voi svolti, allo scopo di evidenziarne punti di forza o eventuali lacune.

Il corso è promosso dall’associazione culturale FO.RI.FO. che opera da trent’anni nel campo dell’educazione degli adulti e propone una grande varietà di materie il cui elenco è consultabile sul sito www.forifo.org ; quest’anno si accettano anche giovanissimi (ragazzi di età non inferiore ai sedici anni).

Come vi ho detto, la durata del corso di scrittura narrativa è di 24 settimane, gli incontri si svolgeranno ogni lunedì a partire dal 17 ottobre, dalle ore 17 alle ore 18,30, nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Viale Vega”, in viale Vega 91 Ostia (a pochi metri dalla fermata “Stella Polare” – trenino Ostia Lido) Il costo è di euro 191,00 più 9 euro di quota associativa (se preferite il versamento può essere effettuato in due soluzioni).

Per informazioni sull’iscrizione e sulle modalità di pagamento, potete consultare il sito di FO.RI.FO. alla pagina delle iscrizioni oppure contattare la direttrice dei corsi Professoressa Lai, al numero 339 2756008 o via mail all’indirizzo dir.corsiforifo@gmail.com.

Le iscrizioni sono cominciate oggi 12 settembre e i posti sono limitati, ci vediamo in classe, vi aspetto!

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Quante facce ha, l’estate

Quante facce ha l'estate?

Ultimi giorni d’agosto, e sebbene l’estate sia ancora tra noi questa data significa molto un po’ per tutti… Le ferie sono finite, il lavoro riprende, i progetti rimandati a dopo le vacanze ci invadono la mente con la pretesa d’essere concretizzati (“non hai più scuse”, incalzano), le finestre di scuole e università stanno per spalancarsi sulla via.

Accade ogni anno, niente di nuovo.

Tante cose sono successe, in bene e in male, sotto un sole prepotente. Il terremoto del centro Italia ha inghiottito la vita e il quotidiano di paesi e famiglie, lasciandoci attoniti davanti alle immagini della televisione. E quando i numeri sono diventati storie, è stato ancora peggio.
La solidarietà è ciò su cui ci si dovrebbe soffermare adesso, quella concreta che ha molto da insegnare a tutti noi e che mi ha commossa, mentre sui social network si polemizzava contro chi si è preoccupato di salvare non solo la gente ma anche gli animali sepolti sotto le macerie. Chi ha mosso le sue rimostranze, non ha sentito di quante persone sono state ritrovate sepolte dalla loro stessa casa mentre tenevano abbracciato il loro cane o gatto, nel disperato tentativo di salvarlo. Non ha ascoltato le parole di chi supplicava “cercate il mio cane, vi prego” o di chi piangeva tenendo abbracciato un gatto perché solo lui gli era rimasto.

Non so perché in molti abbiano pensato che chi si preoccupava di un animale non si stava preoccupando degli uomini, sappiamo tutti che non è così e dobbiamo soltanto ringraziare chi si è prodigato riuscendo a salvare tante vite.

L’estate calerà il sipario anche su questo, più silenziosa e discreta degli uomini.

Un’estate senza pioggia per buona parte del nostro paese, cosa che davanti alla mia finestra ha mostrato foglie morte in largo anticipo.

Un’estate in cui persone a me care hanno intrapreso la loro personale battaglia per riacquistare la salute, con la forza e il coraggio necessari a vincerla in attesa di una stagione migliore.

Un’estate di incontri avvenuti senza che io dovessi viaggiare, perché l’Argentina ha fatto capolino alla mia porta regalando aria di luoghi lontani e una lingua che adoro.

Un’estate in cui il libro Il pane carasau ha dimostrato a noi autrici (Antonella Serrenti ed io) che ci sono libri che proseguono il viaggio anche a distanza di qualche anno dalla data di pubblicazione: ospitato da uno stabilimento balneare in Sardegna (il Penelope Beach di Giancarlo Melargo) ha catturato i turisti ed ora ha uno spazio nelle loro librerie.

Un’estate di code ai caselli autostradali o affollamento agli aeroporti per tanti, e per altrettanti un agosto di “vacanze sì – vacanze no” dovuto al timore degli attentati o per la crisi economica che ancora miete le sue vittime.

Un’estate che ha accompagnato il mio scrivere appollaiata sul divano di casa, con il condizionatore acceso e una scorta di gelati nel frigorifero. Perché a volte si può forse dire “per le vacanze c’è sempre tempo”, in nome di qualcosa che ci preme di concludere.

Ma è anche un’estate che mi ha condotta in uno dei tanti ospedali a lunga degenza a trovare una persona anziana, luogo dal quale sono entrata sana e uscita con un grande malessere in corpo per quanti stavano là, da soli, imboccati dal personale di turno all’ora dei pasti.

Lamenti, solitudine, due infermieri per ogni quarantacinque pazienti, i parenti in vacanza e uno stato fisico degenerativo che parla di conclusione, di cerchio che si chiude.

Quante e quali facce ha, l’estate?

Quale autunno ci aspetta invece, è un’altra storia… C’è ancora un po’ di tempo, per scriverla insieme.

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Quando la terra ha fame

Terremoto

Da tempo, mi domandavo che cosa scrivere per far resuscitare questo mio blog trascurato. Quale sarebbe stata l’ispirazione, o l’idea, o la riflessione che ne avrebbero interrotto il silenzio cominciato con la bella stagione. Ma mai avrei immaginato di dover parlare ancora della terra che trema. Né mai lo avrei voluto.

Sì, ha tremato la terra, e non è la prima volta che purtroppo la sento come cosa viva, che respira, trema e inghiotte, risputa e ancora inghiotte. Che non si ferma. Vibrazione interminabile, cupa come quel vago suono ovattato sotto i piedi. Vertigine, batticuore, e più tardi ancora e ancora, fino all’alba. Gli uccelli notturni che tacciono, un poco di vento, le voci degli abitanti del quartiere che scendono in strada. Io no. Ho paura di accendere la televisione, mi vesto, guardo le stelle tremolanti, le finestre accese dall’inquietudine nel cuore della notte. È viva, la terra. Sono certa che anche questa volta, ha inghiottito qualcuno. Ricordo una notte bolognese e la fuga, ma anche ciò che successe ad altri all’Aquila e più indietro nel tempo, in tanti paesi. Le vacanze siciliane di una cara amica che passò la notte per strada, mentre tutto pareva volesse crollare. Un’altra mia amica che tanto tempo passò in una tendopoli con i suoi figli, dopo il terremoto del modenese.

E così la accendo, la televisione. La provincia di Rieti, frazioni cancellate, Amatrice, Accumoli, Arcuata. Nomi che non conosco, poi Norcia, Castelluccio di Norcia e mi torna in mente la foto dei fiori, la magia di quel luogo visitato poche settimane fa. Un messaggio sul telefonino, da Perugia. Anche là tutto trema.

In tv immagini di perdita: la casa, per i più fortunati, e molto di più per chi scava sperando di sentire ancora una voce.

Io non ho parole, i giornalisti ne hanno fin troppe. E fin troppe, anche questa volta ne hanno quelli a cui piace dire: non sarete soli. Politici e chi per loro. Io sono stata a L’Aquila, due anni dopo il terremoto. Anche a loro avevano detto “non siete soli”, e guardate due anni dopo che cosa ho trovato, che cosa ho scritto e fotografato…

Ho anche notato, in tv, il numero di conto corrente necessario a chi vuole donare un aiuto. Anche questo è già successo e fu uno scandalo: i soldi raccolti non arrivarono mai a destinazione. Non è un punto di vista, ecco i fatti qui ben raccontati.

Sono triste per ciò che è accaduto e per ciò che aspetta tutti coloro che in questo momento si tengono la testa tra le mani, hanno le narici piene di polvere, nelle orecchie il rumore dei crolli.

E allora preferisco pensare con ammirazione a tutti quelli che sono corsi là a dare una mano, a scavare, ad abbracciare, a confortare. E a chi sta rispondendo all’emergenza sangue. Il resto non è niente: parole, promesse, show televisivo.

A volte, il silenzio può molto di più di una promessa.

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Storie da rubare

storie da rubare

Sono gli occhi, a colpirmi. Insomma, non proprio gli occhi ma gli sguardi. All’andata, sulla tratta Ostia-Lido – Porta San Paolo, sono perduti in chissà quali pieghe del cuscino, rimaste ancora là tra le ciglia o dentro la testa. Al mattino, ci sono facce lavate di fresco, aliti di caffè, dopobarba dozzinali e libri da cominciare. E io, che faccio questa tratta per rubare storie, osservo non più assonnata ma attenta a cogliere sfumature che svelino qualcosa di interessante… Un amore finito o appena cominciato, un rimpianto, una stanchezza nuova o un progetto che crea aspettative dilatando le pupille. I discorsi sono vivaci solo tra studenti, ventate di primavera, freschezza non ancora appannata dal viaggio quotidiano, perché la giovinezza è già viaggio e non si avvede di binari né di posti in piedi. Gli altri, i pendolari, sono silenziosi, a quell’ora. Hanno già vissuto la difficoltà del parcheggio alla stazione, il ritardo o la sensazione di aver sbagliato abbigliamento, che non ci sono più le mezze stagioni.

La signora elegante, le perle alle orecchie, è prossima alla pensione e guarda il nero come fosse un intruso. Lo guarda, e non importa se è ben vestito e ha l’aria curata, magari è un ingegnere, ma è nero e si sa che quelli arrivano con i barconi per farci saltare in aria. Con quegli occhi così severi, lei di certo era una ribelle, da giovane. Ha fatto impazzire suo padre e andava sempre controcorrente, che quelle quando “maturano” sono le peggiori. Storie. Mi piace spiare quei visi a me estranei per inventarle. Ho un taccuino per prendere appunti, sono una ladra.

Lui è già sudato di buon mattino e controlla il telefono ogni due minuti. Lei non gli ha dato la buonanotte ieri, era distratta e forse ora si fa bella per qualcun altro. La fronte è lucida, è troppo vestito per queste caldane da gelosia ossessiva, ma non può rimediare e si agita sul suo posto a sedere conquistato a fatica. Non reggerebbe a stare in piedi con tutti quelli che ti sfiorano o ti si poggiano contro. Eppure, in quella orda di pendolari e soffocato dal pensiero di lei che se la spassa, trova modo e voglia di guardare con cupidigia le due ragazze straniere che sbadigliano e controllano le fermate perché ancora non hanno capito a che altezza sta Piramide. “È il capolinea, non potete sbagliare”, vorrei dir loro, ma così finirebbe la storia e non è ciò che voglio. Mi piace memorizzare l’aria dubbiosa, l’incertezza nei gesti, la difficoltà che rende la loro vacanza più intrigante e adrenalinica.

C’è un uomo intorno ai quarant’anni che tiene tra le mani una cartella. Verifica di continuo che al suo interno ci sia tutto: carte che hanno l’aspetto di qualcosa che conta. Immagino stia andando in ospedale a cercare risposte al suo male, ma sua figlia ha pregato i medici di non dire tutta la verità, di ingentilirla almeno un poco, per lasciarlo tranquillo. Eppure lui tranquillo non è perché ha capito più di quanto avrebbe voluto. Sta in piedi, oscilla ad ogni curva e più che sperare teme. Lo dicono i suoi occhi e quando incontrano i miei gli sorrido. Un giorno, quando ricorderà questo momento, anche io farò parte della storia, perché lo avrò fatto sentire meno solo.

Non voglio perdermi i respiri né i sospiri, le parole o i silenzi, lo sferragliare e i cigolii.

Porta San Paolo, capolinea, ma tanti erano già scesi a Eur Magliana.

Vado in centro, a passare le ore in attesa del momento giusto per tornare indietro. Anche là, per la strada, c’è tanto da rubare.

Ma è nel ritorno che trovo più suggestioni: la stanchezza, l’alienazione, la smania di raggiungere qualcosa o qualcuno dopo tanta lontananza, il sollievo perché anche stavolta la giornata è finita, la capacità di rilassarsi tra le pagine di un libro o con giochini sul telefonino, senza perdere di vista le fermate. I saluti sui social ora sono d’obbligo, e i sorrisi quando arrivano le risposte e i “mi piace”. Storie.

Da raccontare, immaginare, inventare, sognare. Da rubare.

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Verità o menzogne

Verità o menzogne

Realizzare un’intervista con il proprio padre che non c’è più: conoscerlo così bene da immaginare le risposte, intuire lo stato d’animo, o immedesimarsi a tal punto da sentirlo realmente vicino…

Entrando nella piccola camera a due letti ho quasi il timore di profanare qualcosa e mi vergogno un po’ del mio registratore tascabile. L’aria è quella di tutti gli ospedali: malinconica, eterna, odorosa di disinfettanti e paura; il lento ciabattare nei corridoi, una tv a basso volume, le infermiere che si raccontano l’un l’altra della sera precedente, quella trascorsa fuori da là, magari con gli amici in pizzeria.

Lui sembra assopito, tanto magro da somigliare a un bambino. Molto presto non ci sarà più, non c’è più tempo.

“Papà, sei sveglio?” quasi sussurro.

“Sei tornata… sì, sono sveglio. Cos’è quello?”

Gli spiego che si tratta di un piccolo registratore, che serve per ricordare le cose.

“Ricorderesti comunque, la tua memoria è proverbiale!”

Sorride stanco, e gli chiedo se se la sente.

“Sì, ormai te l’ho promesso, no? Qual è il tema?”

Verità e menzogne… Glielo dico e mi risponde:

“Non è troppo complicato? Per uno che ha fatto solo le scuole elementari per colpa della guerra è già tanto capire quello che legge” e indica un quotidiano ripiegato sul letto. Sorrido pensando che è già menzogna, perché è lui – gran lettore – che mi ha insegnato a scrivere senza alcun errore quando avevo solo cinque anni.

“No, tu sei un genio papà… ma perché adesso, in questo letto, hai deciso di mentire con noi?”

“Le cose non dette, Susanna, sono più facili da ignorare. Non si tratta di vere bugie ma di omissioni: non si dice e non si nega. Quasi si dimentica”.

“Ti fa star meglio con te stesso?”

“Mi fa sentire ancora vivo. Non potrei sopportare di vederli qui tutti a provare pietà senza più curarsi di nasconderlo; di che si parlerebbe? Dovrei fare raccomandazioni, dare disposizioni, rassicurare. Te l’immagini? Io che già ogni sera, dopo che l’infermiera di turno mi rimbocca le coperte e cambia il flacone della flebo, gioco a scacchi con la morte illudendomi ancora di poter barare…”

“Eppure tu lo sai che noi tutti sappiamo…”

“Sì, ma non siete certi che sappia io, così continuate a recitare a mio beneficio e quasi ci credete, a questa mia imminente guarigione! È così bello sentirvi fare dei progetti che includono anche me e giocare al vostro gioco, mentre fuori piove e io frugo tra i miei ricordi per ritrovare quell’odore di terra bagnata che mi piace tanto”.

“Che cosa provi?”

“Stanchezza, rimpianto per le cose che non farò in tempo a vivere, per le persone che non avrò il piacere di conoscere, per le parole che avrei potuto dire e non ho detto. Anche paura… La paura dei vinti. È diversa da quella che provavo da bambino mentre Cagliari veniva bombardata. Quella è la paura di chi sa di avere una via di scampo ma non conosce la strada per arrivarci, la paura di chi vuole combattere per la sopravvivenza ma non ha certezze. A me, il cancro ha tolto quelle stimolanti scariche di adrenalina e in cambio mi ha dato certezze: non ho alcun dubbio riguardo al mio futuro. La guerra non ti toglie i sogni e le speranze, questo male invece sì e ti porta a mentire per avere l’illusione di sopravvivere da sano almeno un attimo in più”.

“Sarebbe meglio affrontarla e condividerla con noi, la verità… me lo hai insegnato tu, ricordi?”

“Sì, e voglio che tu lo tenga bene a mente. Io, la mia verità ce l’ho davanti, in un corpo smagrito, nei dolori che stanno aumentando, negli occhi arrossati di tua madre. In qualche modo, sottrarsi a questo non è sottrarsi alle proprie responsabilità: è cercare un equilibrio tra la sofferenza e il tentativo di non sciupare gli ultimi giorni mettendola al centro di tutto. Io credo ancora in ciò che ti ho insegnato, ora più che mai, questo tu lo sai non è vero?”

“Sì, lo so, così come so che se tu ti aprissi con noi potresti alleggerirti di un peso che invece ti ostini a portare da solo”.

“Punti di vista. Ricordati che ho poco tempo, e davanti ai miei conti alla rovescia mattutini, tutto assume una dimensione più vaga. Pesa molto di più non andar per funghi, non sentire il profumo dei sughetti di tua madre, non saperti serena per causa mia. Sarà più facile per tutti voi ricordare le mie fesserie, le battute divertenti, piuttosto che inutili e imbarazzanti piagnistei. E sarà più facile per me lasciarvi soli”.

“Che posso fare per te, papà?”

“Stai ancora registrando?”

“Sì”.

“Puoi ricordare questo: menti agli altri solo quando hai il coraggio sufficiente per affrontare la verità con te stessa”.

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