Susanna Trossero

scrittrice

Ottobre è un po’ come il lunedì

OttobreOttobre, decimo mese dell’anno: l’autunno è oramai inoltrato, gli alberi si spogliano del “vecchio” e tutti noi ci apprestiamo al consueto cambio dell’armadio, riscoprendo i capi d’abbigliamento che ci proteggeranno dal freddo.

E diremo a tutti quant’era bella l’estate, dimentichi di quante volte sotto la cappa dei 40 gradi abbiamo sognato l’inverno!

Le stagioni si susseguono portandosi via il tempo, ma considero il mese di ottobre quasi una fase di stallo dell’anno, poiché c’è nell’aria una sorta di attesa: che arrivi l’inverno, che si stabilizzi qualcosa negli studi o nel lavoro, che un progetto vada in porto.

Ottobre, è un po’ come il lunedì, o come il nuovo anno alle porte. Un mese in cui ancora tutto è possibile, che ci regala i giorni dell’adattamento a ciò che verrà o al vecchio da cui l’estate ci aveva distolti.

Ottobre ha dato una festa;
le foglie sono venute a centinaia
sorbi selvatici, querce, e aceri,
e foglie di ogni nome.
Il sole srotola un tappeto,
e ogni cosa è grande.
(George Cooper, Festa di ottobre)

31 giorni d’ambra e silenzi, di ruggine  e calma apparente ricca di nostalgiche suggestioni, di brevi pomeriggi in cui tutto accade in sordina.

Nella notte del 28 poi, le lancette dell’orologio si sposteranno di un’ora indietro accorciando le giornate sempre più, ma… Sapete che quasi 5 milioni di cittadini dell’Unione Europea hanno detto la loro sull’abolizione di questo cambio d’ora?

Il risultato è che il 76% è favorevole all’interruzione del consueto passaggio tra l’ora legale e quella solare.

Tuttavia sembra ci sia la possibilità concreta che, dal 2019, ogni paese possa scegliere autonomamente di adottare o l’ora solare o quella legale, ovviamente per tutto l’anno. Ovvero, niente più cambiamenti.

Per decidere che cosa scegliere (più ore di luce o più di buio?) ci sarà tempo fino ad aprile, tuttavia ancora la riforma non è stata approvata, dunque vedremo che cosa succederà in futuro.

Voi come la pensate? Che cosa scegliereste, se aveste voce in capitolo?

Mentre ci pensate, io attendo il 28 ottobre per dormire placidamente un’ora in più.

Sogni d’oro, popolo della rete!

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Pasolini: di lui si parla fin troppo ma lo si legge pochissimo

Pier Paolo Pasolini

Mi sono ritrovata tra le mani il libro “Liberi di amare – grandi passioni omosessuali del ‘900”, di Laura Laurenzi, una sorta di album di ritratti impregnati di vulnerabilità, sentimenti profondi, di solitudini a due o di storie che diventano fortezze.

Tra i vari protagonisti del libro, dalla penna della giornalista emerge un Pasolini “diverso”, o meglio più completo, poiché l’autrice si sofferma non soltanto sull’uomo autodistruttivo, pieno di eccessi o fin troppo discusso, ma anche su quello sentimentale, innamorato per esempio di sua madre.

“L’odore della povera pelliccia di mia madre è l’odore della mia vita”.

È lei, dopotutto, l’unica donna che abbia mai amato davvero, senza riserve, con tutto se stesso.

Sembra che qualcuno addirittura li scambiasse per fratello e sorella, quando camminavano insieme per la strada e lui – nel suo profondo desiderio di morte – diceva di dover “disgraziatamente” vivere per sua madre, e lo faceva quasi in simbiosi, come raccontato da persone che lo conoscevano bene.

La stessa Dacia Maraini, ricorda che quando viaggiavano insieme, lui ovunque si trovasse cercava subito un telefono per poterla chiamare e se lei era stanca, lui era stanco, se lei aveva mal di testa veniva anche a lui. E se lei era triste, la tristezza si impadroniva anche di suo figlio…

“Tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù. Ho passato l’infanzia schiavo di questo senso,
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio essere solo. Ho un’infinita fame d’amore,
dell’amore di corpi senz’anima.
Perché l’anima è in te, sei tu,
sei mai madre e il tuo amore è la mia schiavitù.”

Nel testo “Liberi di amare”, è intenso anche il ritratto di un Pasolini che ama con tutto se stesso e per tutta la vita qualcuno che lo ricambia con un sentimento differente ma non per questo meno importante.. Qualcuno che lo ha amato addirittura come un figlio, e che ancora oggi – con tutti capelli bianchi – sa di non poterlo dimenticare. È Ninetto Davoli.

Quando Pasolini è morto ho capito. Mi sono fermato a riflettere e ho realizzato di chi ero amico, e quanto lui fosse geniale. E io fortunato. Odio però le commemorazioni, le ricorrenze, i dibattiti, la gente che si mette in mostra, i discorsi ufficiali. Di una persona bisognerebbe parlare quando è viva, prima che sia tardi: Paolo lo diceva sempre. E di lui si parla fin troppo, ma lo si legge pochissimo.

Si è detto tanto, di Pier Paolo Pasolini, e ho letto con avidità la lettera di Oriana Fallaci che ne rivela – spesso crudamente ma non senza affetto – le mille sfaccettature della sua personalità. Una lettera scritta dopo il 2 novembre del 1975, notte in cui lo scrittore fu ucciso.

Chissà lui, se avesse potuto, in quale modo e con quali parole avrebbe risposto alla sua amica Oriana…

Lettere, sempre lettere, un’ossessione e delizia per l’umanità intera, ed io non ne sono immune.

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I bambini felici

Un prato tra i palazziNon è poi così lontana da noi, l’Olanda.

Non da ciò che un tempo eravamo, quando nei quartieri si vedevano i bambini giocare, andare in bici, inventare con semplicità infiniti modi di passare il tempo, rigorosamente in gruppo e all’aperto.

Quei bambini tornavano a casa spesso luridi, di certo affamati, e alla sera il sonno non tardava a venire. Un piacere vederli crollare a letto prima ancora di dar loro la buonanotte.

Questo fanno ancora i bambini olandesi, e questo pare non facciano più in molti altri paesi compreso il nostro, l’Italia.

Il Centro di Ricerca dell’Unicef ha reso noto – circa un anno fa – che i bambini più allegri e soddisfatti del mondo vivono appunto in Olanda.
Il sorprendente risultato riassume l’analisi di 26 indicatori di benessere, che vanno dal livello di istruzione alla stabilità economica, dalla salute all’ambiente in cui si vive, dall’assenza di fenomeni come il bullismo al dialogo costante con i genitori.

Un paese, l’Olanda, in cui pare non sia di casa la pressione scolastica, il deficit dell’attenzione, i problemi di salute mentale, la depressione infantile.

Per capire perché il 95% dei bimbi olandesi si definisce felice, potremmo leggere I bambini più felici del mondo. Il metodo olandese per un’educazione libera e senza ansie, pubblicato da Bur. Le autrici, Rina Mae Acosta e Michele Hutchinson, ci spiegano quanto in quel paese la semplicità nel vivere sia stata salvaguardata dal mondo degli adulti.

Chiarezza nelle regole, moderazione nei consumi – anche alimentari – e un’educazione all’essere prima che all’apparire, una famiglia aperta al dialogo e alla condivisione, capace di lasciare che i bambini se la cavino anche da soli. Una famiglia insomma, che insegni loro a sapersi muovere in modo autonomo, a esser liberi di coltivare ed esprimere fantasia, opinioni, idee.

I bambini felici sono quelli che trascorrono del tempo all’aria aperta – spiega il testo – e hanno amici con i quali sperimentare, confrontarsi, apprendere o insegnare.

Dormono un numero di ore sufficienti, hanno dei compiti da svolgere, degli incarichi anche in seno alla famiglia, perché il concetto di impegno o responsabilità non gli sia sconosciuto.

Bambini sicuri, con una buona autostima, ma anche giocosi e gioiosi, vivaci.

In questa classifica della felicità infantile che vede al primo posto gli olandesi, i bambini italiani stanno al ventiduesimo posto.

Possiamo ancora ignorare questo dato e fingere che vada tutto bene?

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Corsi di scrittura narrativa: si ricomincia!

Corsi di scrittura narrativaSono ricominciate le iscrizioni per i corsi di scrittura narrativa da me tenuti per circa 8 mesi alla Fo.ri.fo, nelle aule dell’Istituto Comprensivo Statale Viale Vega a Ostia, ed è giunto il momento come di consueto, di porsi la fatidica domanda: Perché scrivere?

Scrivere per instaurare un rapporto di complicità con noi stessi, per lasciarsi andare al desiderio di prendere la realtà e scomporla, trasformarla, reinventarla a nostro piacimento e – a conclusione di tutto il processo creativo – catturare un lettore!

L’obiettivo di questi corsi/laboratori di scrittura narrativa, è quello di ricordare a chi è attratto dalla materia che un dono, una passione o un desiderio, devono necessariamente essere affiancati da disciplina, costanza, tenacia, dedizione… ovvero regole e impegno!

Il corso di 1° livello, si terrà ogni mercoledì a partire dal 17 ottobre dalle ore 17 alle ore 18,30.

Parleremo di Vocazione, talento, tecnica; i segreti per sviluppare e nutrire la creatività; l’importanza della lettura; imparare a scrivere, descrivere, mostrare. L’immaginazione. Lo stile. Le regole, la punteggiatura. La scrittura come terapia: espellere per rinascere. L’incipit e la trama. La voce narrante, i personaggi, i dialoghi. Credibilità e coerenza in una storia. Documentarsi: ambientazione, epoche, atmosfere. I cinque sensi nella scrittura. Scovare gli errori: la lettura a voce alta. I sinonimi e i contrari: caccia alle ripetizioni.

Questi e altri argomenti, faranno parte delle 24 lezioni; inoltre sono previste esercitazioni scritte, necessarie a riconoscere limiti, difetti, ma anche qualità di ognuno nell’arte del raccontare.

Il corso di 2° livello invece, si terrà ogni lunedì a partire dal 15 ottobre dalle ore 18,30 alle 20.

Seppur rappresentando il proseguimento del precedente, è aperto anche a chi non ha frequentato gli incontri del primo livello ma già possiede una certa dimestichezza con la narrazione di una storia. Inoltre, superato lo scoglio della tecnica e acquisita “confidenza” con l’arte del narrare, giunge il momento di imparare a divenire autonomi anche in merito alla correzione dei testi. Verrà dunque proposto agli allievi il lavoro di editing sugli elaborati dei compagni, per stimolare ognuno a riconoscere limiti o punti di forza dell’altro.

Questi alcuni tra i temi che tratteremo durante le 24 lezioni:

Come inizia un romanzo. Il tema di una storia. Approfondimento su vari aspetti della narrazione. Lo schema drammatico. Raccontare l’azione. La vendetta come protagonista. Dignità e principi morali nei protagonisti. Persone e stereotipi. L’epifania – apparizione – nella scrittura. Il sogno/racconto. Il personaggio comico e la comicità. Il blocco dello scrittore. Analisi di alcuni generi letterari: i libri per bambini; la letteratura young adult; il reportage. La scrittura pubblicitaria. Fare un’intervista. Scrivere per il teatro. Scrivere per la tv: la fiction, l’intrattenimento. Il linguaggio del fumetto. Il linguaggio del cinema; come scrivere una sceneggiatura. La revisione di un testo: arricchire o sfoltire. Come farsi pubblicare: riflessioni e informazioni sull’editoria. Il blog come allenamento alla scrittura.

Un anno scolastico stimolante, ben tre stagioni di storie e parole ci attendono. E ci attendono nuove amicizie e condivisioni, nonché volti conosciuti che continuano imperterriti a frequentare i miei corsi con passione e allegria!

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Vincere alla lotteria

L'angelo della porta accanto

Quante volte ci domandiamo che cosa serve perché uno scrittore raggiunga il maggior numero di lettori?

Come vedete, non ho usato la parola successo perché la ritengo fuorviante.

Oggi successo è uguale a presenza in tv, ampi spazi in libreria (magari una vetrina con esposte venti o trenta copie tutte insieme), e io vorrei invece riferirmi a quel tam tam di lettori che mette in moto qualcosa di magico.

Non mi piace chi acquista un libro da regalare a Natale basandosi sulle tempeste mediatiche; mi piace invece chi prova ad ascoltare le voci di chi quel libro lo ha letto o va a caccia di recensioni on line per saperne di più. Se poi addirittura lo leggesse prima di regalarlo sarebbe fantastico, ma anche una pretesa quindi fingete che io non lo abbia detto.

Ebbene, divagazioni a parte sul mio personale concetto di successo, che cosa serve a uno scrittore per essere talmente apprezzato da lasciare il segno?

Un buon prodotto, diremmo tutti.

Talento.

Una storia che funziona e che ci coinvolga.

Insomma, un lavoro ben fatto è la chiave.

Ma… e se invece non fosse così? Da qualche giorno sto rileggendo un romanzo di Stephen King che mi colpì molto quando venne pubblicato la prima volta, mi pare intorno al 1984. Si tratta de L’occhio del male, in realtà firmato al tempo con lo pseudonimo di Richard Bachman. Gli appassionati del grande King sanno che con questo nome firmò cinque romanzi compreso questo, e intendeva proseguire ancora, probabilmente con Misery. Gli fu impedito da un commesso scaltro che – conoscendo lo stile di King – indagò fino a riuscire a curiosare in un contratto firmato a nome King sebbene riguardasse Bachman. Insomma, fatto due più due la clamorosa notizia fu pubblicata dai giornali e Bachman… morì.

Stephen King, con questa storia dello pseudonimo si era divertito a giocare un po’ anche per vedere se uno sconosciuto che arriva in libreria senza clamore (lo aveva preteso lui dall’editore), può ripetere il successo già ottenuto dal vero autore.

Il punto è questo: i romanzi di re Stephen hanno venduto nel mondo un numero portentoso di copie, sono stati corteggiati da grandi registi e amati dai lettori. Ma Richard Bachman ha sì raggiunto un numero dignitoso di copie vendute, ma insignificante rispetto ai numeri fatti dal vero autore. Mi seguite?

Per essere più chiari: in America, 28.000 copie vendute de L’occhio del male firmato Bachman, sono diventate in un attimo 280.000 quando si è saputo che l’autore era in realtà Stephen King.

E allora, leggendo la sua riflessione in merito a tutto ciò, mi domando se non abbia ragione a pensare che il successo non necessariamente derivi da un buon prodotto: c’è dietro anche tanta fortuna. King ha raggiunto il successo con le sue prime pubblicazioni, Bachman è rimasto nell’ombra. Il talento però era lo stesso.

Non vi lascia pensierosi?

E se tutto fosse davvero soltanto legato al caso? Se fossero il caso o la fortuna a decretare che milioni di persone possiedano il tuo libro sul comodino e ne parlino con gli amici consigliandolo, oppure che bivacchi per un po’ in libreria seppellito da tanti altri titoli e poi

finisca al macero?

Personalmente, queste riflessioni del re del brivido, hanno colpito nel profondo.

È il lavoro che ti porta alla vetta o è tutto solo una lotteria?

Richard Bachman, ha gettato la spugna dopo esser stato smascherato, lasciando questa domanda insoluta, ma… voi, lettori o scrittori che siate, che risposta dareste?

Vi aspetto.

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