Susanna Trossero

scrittrice

La voce di un libro

Antonella Serrenti, Una giornata dall'aria anticaMi è capitato più volte, di essere invitata a scrivere una prefazione per il libro di un altro autore, ed è un piacere farlo soprattutto se ho avuto la fortuna di veder nascere il testo. Quando chi scrive si abbandona all’ispirazione e concretizza l’idea che lo ha avvolto nelle sue spire a mo’ di serpente tentatore, osservare o condividerne tutto il processo è davvero bello. Si discute di qualcosa che non esiste e che di lì a poco esisterà… Una nascita che affatica, a volte preoccupa perché si rivela difficoltosa, altre volte esalta perché funziona fin dalle prime battute, dal primo vagito!

Ho visto nascere la raccolta Una giornata dall’aria antica, edito dalla Graphe.it, e ho condiviso l’emozione della pubblicazione con l’autrice, perché nell’incredibile insieme di racconti che la compone ho subito creduto, da lettrice avida e selettiva quale sono. E, da scrittrice, credo fermamente nella bellezza e validità di questo libro… Le motivazioni stanno proprio nella mia prefazione, che dice:

«Quando Antonella Serrenti mi ha parlato di questo suo progetto, si trattava di un’idea appena abbozzata, di un qualcosa che stava racchiuso nei meandri della sua anima e che scalpitava per venir fuori.
Tuttavia, per molto tempo, non ha lasciato che il pensiero evadesse dal suo intimo e si riversasse sulla carta, perché intimamente troppo coinvolta nell’argomento, e io temevo che non lo avrebbe fatto mai.
Ma, per fortuna, un giorno è successo e tutto ciò che stava in lei è adesso in questo libro che vi apprestate a leggere.
Io l’ho avuto tra le mani che era un manoscritto appena nato, impregnato di pudore e lacrime, e mi sono subito resa conto che è molto di più di una raccolta di racconti; è la volontà di metabolizzare l’assurdità della guerra, è l’incapacità di comprenderla, è il ricordo di un maledetto novembre 2003, è il dolore per quel bambino che ha visto crescere, giocare sull’uscio di casa insieme a suo figlio, e che – indossata la divisa da soldato – non ha mai più fatto ritorno su quell’uscio. È il sollievo colpevole per il suo di figlio, tornato invece a casa.
È l’impotenza per tutti quegli altri bambini che vengono educati a uccidere da una cultura senza scampo, è la rabbia a lungo repressa per uno Stato che manda a morire ragazzi e ragazze lontani dal loro paese, in nome delle Missioni di Pace.
C’è così tanto, in questo piccolo libro, che ho faticato a leggerlo: mi sono imposta lunghe pause per via della commozione che a tradimento mi assaliva, così come accade quando si ha a che fare con l’anima di chi scrive e non solo con la sua fantasia.
Non credo di dover aggiungere altro, se non che considero questa terribile e bellissima raccolta un motivo di riflessione: ci sono perdite che non sono soltanto notizie al telegiornale, lutti lontani a cui assuefarsi, dolori degli altri; sono perdite di tutti e ci mutilano proprio sull’uscio di casa, là dove i nostri figli o quelli di altre madri, hanno giocato».

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Incontri

Incontri

Incontri. Non cibo per l’ego, non vanità, ma incontri.

Fin da giovanissima, ho scoperto la malia della conoscenza dell’altro. I pensieri, i sogni i segreti custoditi dalle altrui anime, sono ricchezza. Aprirsi al mondo, interagire, sospendere il giudizio, comprendere, cercare analogie (e sempre se ne trovano).

Empatia.

Ero la scrivana delle amiche, in quegli anni di emozioni nuove. Ci stavamo affacciando alla vita, non ancora diciottenni: passioni e romanticismi avevano la meglio, slanci e grandi amicizie, ma anche incomprensioni con gli altri. Così accadeva che alcune mie coetanee, prese da rabbia o emozione, non riuscissero a risolvere situazioni, a esternare le loro motivazioni o recriminazioni, a chiedere scusa o a mettere l’altro in condizioni di farlo. Insomma qui entravo in gioco io: mi spiegavano il problema e io tentavo di risolverlo scrivendo per loro conto delle lettere. Quanti problemi risolti o affrontati, quanti sono stati convinti a proseguire una storia, quanti a interromperla, quanti sono stati demoliti nel loro amor proprio e quanti attratti facendo leva sul loro ego, non lo ricordo, ma ricordo ciò che può fare una lettera, quale potere abbia.

Negli anni, la scrittura è diventata il mio vivere, il mio tempo, il mio nuovo modo di osservare e interagire con il mondo fuori di casa e con quello che vive dentro di me, e grazie a ciò ho conosciuto persone eccezionali.

Incontri. Dai nomi sconosciuti che sempre riservano grandi sorprese, a chi con il suo nome ha lasciato il segno per sempre, nel mondo delle parole.

Impossibile dimenticare gli sguardi struggenti delle donne di una casa protetta, vittime di violenze e abusi che ti tagliano fuori dal mondo. Donne con le quali ho condiviso il potere terapeutico della scrittura, la possibilità di rinascere esternando sogni che ancora meritano spazio e rispetto. Mai, dimenticherò i loro volti.

E indimenticabile è stato conoscere l’imprenditore rapito nel 1997 Giuseppe Soffiantini, organizzare con lui un mio evento letterario, ricevere dalle sue mani il diario di quei terribili giorni di prigionia in uno scambio per me importante.

Oppure… Bello, interagire con i bambini delle scuole elementari, ascoltare il loro entusiasmo mentre raccontano di libri letti lasciando stupefatti per la loro capacità di giudizio! E che dire dei ragazzi delle scuole medie, esuberanti e timidi al contempo, che mi hanno intenerita con le loro richieste di autografi, ma anche avvolta con quel raccontare di passioni e di libri. Alle superiori, dimostrando una forma di pudore per il loro scrivere, hanno preferito tacere agli incontri e scrivermi in privato, mostrando una fiducia che spero di aver meritato.

Emozionante, ascoltare la bellezza delle parole della nipote di Einstein, che racconta di sé e della storia della sua famiglia, tanto da trasportarmi nel suo mondo con poche semplici parole, durante la presentazione di un libro che racconta di diritti umani.

Affascinante conoscere Carla Vistarini, che come paroliera ha lasciato segno indelebile nella musica italiana, ma non solo. Una incredibile donna il cui sguardo è aperto e la vivacità intellettuale grandiosa! E quante storie ha da raccontare…

Grande è stata anche l’emozione legata al mio ricevimento di un pacchetto preziosissimo che arrivava da una scolaresca dell’Argentina, e conteneva una trentina di letterine scritte per il mio compleanno, vergate a mano, le cui bustine che le separavano l’una dall’altra erano state da loro costruite! Una leggenda del luogo narra che nel giorno del compleanno, alcuni adulti possano rivelare poteri magici, realizzando i desideri dei bambini. Unendo questa convinzione al fatto che reputano gli scrittori persone che di magia se ne intendono, mi hanno eletta “Hada de cumple”, fata del compleanno, e in ognuna di quelle letterine era custodito un desiderio rivelatomi nel mese in cui compio gli anni. Vi era chi mi chiedeva un violino, chi di realizzare il sogno di diventare dottore, ma anche chi mi pregava di far smettere di litigare mamma e papà… Mi sono commossa, sentendomi un’eletta per un simile dono.

Ma i doni sono tanti, se si lascia scorrere la scrittura come acqua limpida nel nostro mondo, senza trasformarla in strumento per cibare ego e vanità.

Incontri. Tutti sono speciali. Quello con la Graphe.it, che mi ha fatto conoscere un’editoria pulita, onesta, appassionata. Quelli che avvengono durante le presentazioni dei miei libri, quelli casuali tra persone attratte da una medesima arte, quelli che si fanno in blog che danno spazio alla bellezza dello scrivere, o quelli che mi è capitato di fare a scuola, mentre insegno scrittura narrativa. I miei Narratori Seriali, allievi adulti e appassionati, mi mancheranno questa estate oramai alle porte: in loro ho visto nascere o svilupparsi ancor di più una passione, quella della scrittura. Passione che li ha di certo accomunati, facendo nascere sentimenti d’amicizia e importanti condivisioni, ma che ha cibato me di aria pulita, di una freschezza avvolgente che spero mantengano per sempre.

Incontri.

Perché scrivere non è soltanto vedere il proprio nome stampato su di un libro. È anche provare a stamparlo sul cuore di chi ci incontra, sperando non si dimentichi più di noi.

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Ascoltare un libro

Adele, romanzo di Susanna Trossero e Francesco Tassiello

Manuali di scrittura, laboratori, corsi, seminari… Tutti vogliamo scrivere, tutti abbiamo qualcosa da dire o raccontare, ma… e se imparassimo di nuovo ad ascoltare?

Parlare è una necessità – diceva Goethe – ma ascoltare è un’arte. Leggere, è lasciarsi andare alle storie che altri ci raccontano, è saper stare da soli in mezzo alle parole, essere padroni del nostro tempo al punto di non ritenere perso quello dedicato al libro.

E quando incontri quello giusto, non lo dimentichi più, così come non dimentichi qualcuno che ha compiuto un bel gesto nei tuoi riguardi: puoi dimenticarne il volto o la copertina, ma ciò che ha fatto per te, la storia che il vostro incontro cela, quella verrà ricordata.

Eppure c’è ancora tanta gente che guarda al libro come a qualcosa di noioso, impegnativo… Non un oggetto del desiderio bensì un oggetto. Niente di più.

In tanti non sappiamo più sognare, eppure in tanti vogliamo scrivere.

Sarebbe bello, un mondo in cui la gente si riavvicinasse al libro, lo sfiorasse, lo sfogliasse così come se aprisse un forziere cercandovi dentro segreti e tesori. Ne troverebbe così tanti… E ricomincerebbe a scrivere con l’amore che ogni parola usata merita.

I miei “ragazzi” non più ragazzi, in classe hanno negli occhi un mare di storie; alcune faticano a venir fuori, altre smaniano per esser raccontate. Storie lette o scritte che si mescolano in quella sete di parole che li contraddistingue. Sono loro, per me lo scrigno; sono loro le mie letture del momento, perché scoprire altri “esemplari” della mia stessa specie mi fa vedere che non tutto è perduto.

È davvero così difficile vedere un libro come muro portante della casa? Non farlo, significa limitare l’apprendimento, dunque anche la nostra capacità di interagire, di scegliere, di giudicare, di sapere, di… scrivere!

Mi colpisce molto l’irriverente frase di Massimiliano Parente, che dice “Cogito ergo sum, ergo scrivo, ergo mi autopubblico, ergo mi autoleggo e chi s’è visto s’è visto. Stringi stringi: che bisogno c’è dell’editore? Mi pubblico io. Che bisogno c’è del lettore? Mi leggo io.” Dovrebbe divertirmi, eppure mi rattrista.

In questa realtà di scrittori a ogni costo e di non-lettori, ci vorrebbe qualcuno disposto a ricordare alla massa che “Una buona lettura, una lettura positiva, è quella che ti insegna a pensare da solo”. In realtà, questo qualcuno c’è, è messicano e si chiama Rogelio Guedea, la cui filosofia è non leggere domani quello che puoi leggere oggi.
Eccolo, un autore che può insegnare a leggere… A chi? A chi ancora non lo sa fare o a chi ne ha perduto il piacere per strada, per esempio. Perché il libro ci dice quello che nessun altra forma di comunicazione può, vuole o riesce a dire.

Il mestiere di leggere (Graphe.it ), è un testo così educativo, così pieno di vibrante passione che – ne sono convinta – potrebbe portare sulla “cattiva strada” anche un non lettore.

Anche il Daniel Pennac di Come un romanzo (Feltrinelli), mi è piaciuto molto; è provocatorio, forse meno intenso nello stile rispetto a Guedea, eppure con ottima mira scocca le frecce giuste, affrontando il tema degli adolescenti che non leggono e ringraziando gli adulti per tutto ciò. La paura dell’eternità di un libro, il problema del tempo, della voglia, dei contenuti pesanti… Preconcetti, scuse. Parole vuote.

Leggere… come vivere senza un libro sul comodino? Come, senza uno in valigia, sul divano, o uno in borsa da prestare a un’amica che stiamo per incontrare?
Sapere che si ha qualcosa di bello da leggere prima di coricarsi è una delle sensazioni più piacevoli della vita. (Nabokov)

Mi rivolgo a chi sul comodino ha solo il telecomando: perché non provare?

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Incontrarsi a… Santadi

Susanna Trossero e Antonella Serranti

Antonella e io firmiamo le copie del nostro libro sul pane carasau

Venerdì 11 marzo, alla biblioteca comunale di Santadi, grazie all’organizzazione de “Argo Nautilus”, verrà presentato il libro Il pane carasau. Storia e ricette di un’antica tradizione isolana, scritto a quattro mani da me e da Antonella Serrenti, e pubblicato dalla Graphe.it Edizioni. Se non conoscete Santadi, situato nel basso Sulcis al centro di una grande vallata, val la pena di visitarlo per diverse ragioni, una delle quali è la presenza di grotte meravigliose (le grotte di Is Zuddas), che potrete visitare accompagnati da una guida. Credetemi, si resta incantati dalle tante stalattiti, stalagmiti, nonché dai rari “fiori” di cristalli bianchissimi. E che dire delle tombe dei giganti, del tempio nuragico o di un evento suggestivo e unico che si tiene la prima settimana d’agosto e che attrae numerosi turisti, il Matrimonio Mauritano. Se siete curiosi, vi invito a leggere qualcosa in proposito:

Insomma, in questo piccolo e suggestivo comune sardo, il nostro libro ha trovato ospitalità e speriamo di poter non solo condividere le testimonianze in esso raccolte, ma anche di sentirne di nuove, grazie al pubblico che parteciperà all’evento.

Nell’attesa, vi lascio con un passo del piccolo saggio: si tratta del racconto di Lena, un’anziana signora che ci presenta la figura di una “Accabadora”…

“Durante quegli anni, la mia propensione a “ficcanasare” tra le cose dei grandi, mi diede modo di scoprire che esisteva al paese una strana figura: si trattava di una donna apparentemente come tutte le altre, una vedova proprietaria di un piccolo gregge di pecore, che filava la lana e partecipava attivamente alla vita sociale della comunità, ma che – quando necessario – era in grado di porre fine, pietosamente e con grande umanità, alle sofferenze dei più sfortunati, ovvero di coloro che per gravi malattie erano destinati ad una lunga e tremenda agonia. Ne compresi appieno il senso soltanto da adulta, elaborando il ricordo e traducendolo anche grazie alle parole di mia madre, ma ciò che ho impresso, come fosse una fotografia, è il corpo del mio zio pastore, dopo la visita della filatrice, adagiato dentro la bara tenuta aperta per l’ultimo saluto; vi era stato posto, di lato, un disco di pane carasau tagliato a metà, due mezze lune poggiate su un panno di lino bianco, perché le portasse con sé nell’ultima transumanza insieme ad una moneta nascosta nella tasca dei caltzones (pantaloni di orbace) necessaria a pagare il traghettatore delle anime. Per sua volontà, furono messe all’interno della cassa di legno, un paio di scarpe in più, le ricordo un po’ logore ma nessuno di noi ne possedeva due paia nuove! Le aveva chieste il giorno prima di morire, spiegando a sua moglie e a mio padre, che se al traghettatore la moneta non fosse stata sufficiente per pagare la traversata, lui avrebbe dovuto percorrere lunghissimi tratti a piedi.”

Ci vediamo a Santadi!

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I piedi non hanno radici

Piedi

Calpestare il mondo senza ritegno, o scoprirlo passo dopo passo, assaporando il nuovo e amando il vecchio, stupendosi di tutto ciò che ci è sconosciuto o accarezzando ogni sasso o filo d’erba che ci fanno sentire a casa.

Andare avanti senza voltarsi indietro o star fermi per vivere ancora un attimo nel passato, proseguire per inerzia o correre via da tutto, incapaci di fermarsi.

E ancora passi, passi che conducono lontano dal rassicurante consueto per spingerci verso terreni minati… Temerli e desiderare di proseguire: due opposti che si attraggono e si fondono, chiudendo lo stomaco. Il suolo si ammorbidisce regalando la sensazione piacevole della sabbia sotto i piedi, quel lento franare ancora lontano, intatta la luce negli occhi. Titubanza iniziale, poi passo spedito. Per il pentimento ci sarà tempo…

“Non ci sono radici ai nostri piedi, essi sono fatti per muoversi.”
(David Le Breton)

Oppure rallentamento improvviso, paura, fredda sensazione che accompagna ogni falcata, e ci si prepara al no del presente, spianando il terreno per i futuri rimpianti.

Adesso è da sola, che cammino. So che è giusto così, ma provo un piccolo strappo nel cuore. La magia è andata perduta. Nulla è successo, neppure una frase di troppo, niente da rimpiangere, nulla per cui darsi pena in futuro. Sono ancora qui, forte e inattaccabile ma fremente di vita non vissuta e tutto mi duole…” (Lame e Affini – Graphe.it)

Camminare eretti, il passo sinuoso, scrollandosi di dosso gli sguardi altrui con indifferenza, o nascondersi, procedere ripiegati su sé stessi nella speranza di non essere notati.

Passi. Quante e quali responsabilità hanno, i nostri piedi, quali incombenze e quali compiti, e quanto sono decantati in letteratura… Alda Merini, come pochi, ne ha colto la magia con poche significative parole…

Queste forze magnifiche dell’universo che entrano proprio nel loro corpo e lo traversano. Tali onde sono fantastiche, provocano anche dolore, e spesso i poeti camminano a piedi nudi per scaricarle: sono come delle antenne, capisce? Pensi che c’è stata una, in ospedale, che ha voluto mettermi le scarpe, e dal quel momento io non ho più scritto. Perché il contatto con la terra è fondamentale.”

Dove ci porteranno domani non ci è dato di saperlo, e allora felice cammino a voi, che vi lascerete guidare scalzi in un altrove che spero vi sarà amico.

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