Susanna Trossero

scrittrice

Se le madri fossero immortali…

Da giovani ci era impossibile pensare che anche le nostre madri lo fossero state. Immaginarle piene di sogni e progetti, magari alle prese con la prima cotta o tra gli amici, o magari pensarle a scrivere una pagina di diario, confidare un segreto a un’amica…

Ogni generazione si autoconvince di possedere in tasca ogni soluzione, di essere custode di verità assolute, di risposte ad ogni dilemma. Quanta presunzione…

Le madri diventano persone quando noi figli perdiamo l’arroganza della gioventù: in quel momento finalmente si rilassano, non devono più temere di non saperci guidare, attendere il nostro rientro per dormire finalmente in pace, oppure osservarci per capire se ci stiamo mettendo nei guai. Possono tirare un sospiro di sollievo, smettere di recitare la parte e deporre le armi della severità e delle regole a tutti i costi. Ed è proprio allora che le conosciamo davvero: in un dialogo tra adulti noi ci nascondiamo meno e loro ci ascoltano di più, senza timori. Ci si apprezza a vicenda, ci si abbraccia tra simili. Perché, che ci piaccia o no, noi alle nostre madri somigliamo davvero tanto, a volte troppo, non è vero? Le abbiamo combattute, ed ora che i ruoli si invertono e da figlie diventiamo noi le loro mamme, nasce una tenerezza nuova, mai provata in gioventù.

Cambiano tante altre cose, nel tempo… Siamo noi a domandare se hanno mangiato, se si coprono al freddo, se dormono a sufficienza. Siamo noi a spiegar loro come funzionano le cose, che cosa significa una frase, quanto tempo deve passare prima di far questo o quello.

E il loro calendario, una volta contrassegnato dai compleanni, ora è una tabella di medicinali da prendere, da non dimenticare!

Nasce una nuova forma di rispetto frammista a malinconia crescente, al timore di perderle, quelle madri che tanto criticavamo in gioventù. E se ritroviamo una loro foto, magari scattata quando avevano soltanto 15 anni, ci sembra incredibile che li abbiano avuti anche loro, tanto tempo prima di noi. E che fossero così belle!

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Soffrire per amore

Un certo sorriso

Giorni fa, per strada, ho incontrato un libro abbandonato al suo destino: Un certo sorriso di Françoise Sagan, edizione I Garzanti del 1966.

L’autrice mi è sempre piaciuta, me la fece conoscere una cara amica prestandomi Bonjour tristesse e Le piace Brahms?, nel tempo dei banchi di scuola, e anche stavolta ho letto il romanzo tutto d’un fiato!

Sulla copertina c’è scritto che si tratta di un sommesso e patetico racconto d’amore, e mi sono domandata quanti di noi ne abbiano provato uno…

Sommesso: il vocabolario dice “che mostra debolezza, umiltà, sottomissione”, ma è su “patetico”, che mi sono soffermata.

“La notte, la testa tra le braccia, schiacciavo il corpo contro il letto, come se il mio amore per Luc fosse stato una bestia calda e mortale che avrei potuto così, con ribellione, schiacciare tra la pelle e il lenzuolo. E poi la lotta incominciava. Il mio ricordo, l’immaginazione, divenivano due avversari feroci. Ciò che era stato, ciò che sarebbe potuto essere. E, senza respiro, quella ribellione del corpo che aveva sonno, dell’intelligenza che si disgustava”, racconta la protagonista del romanzo di Sagan.

Si dice di chi è patetico che sia piagnucoloso, imbarazzante, che mostra sentimentalismi e disperazione eccessivi, e così via.

Ma adesso, guardiamoci tutti allo specchio e neghiamo – se ne abbiamo il coraggio – di quella volta che proprio lo specchio rimandava una nostra immagine dimessa, sfatta, dagli occhi febbricitanti per il grande sconforto. Non è patetico amare, ma ci si sente patetici quando è qualcun altro a smettere di amarci. Un tradimento senza eguali.

Basta regaire, dicono le persone di buon senso”, ma sospirare e affliggersi è più facile, direi più naturale, perchè negarlo. Ve lo ricordate, quando vi è accaduto? Riuscite a rivedervi senza alcun imbarazzo?

Dovreste, perchè soffire per amore è cosa di tutti, anche dei più cinici che mai lo racconteranno ad anima viva ma che lo hanno fatto eccome!

Un medico, uno psicologo, spiegherebbero che il fatto di soffrire per amore va a risvegliare le stesse aree del cervello che si mettono in moto quando si prova un dolore fisico. Si può realmente provare un dolore localizzato simile a quello del cuore che si spezza. Insomma, il sistema nervoso centrale elabora nello stesso modo dolore fisico e psicologico. Dunque inutile vergognarsene, prima o poi passa, no?

Nel frattempo, possiamo tuffarci in dolori da romanzo, dove scrittori e scrittrici ci fanno sentire a casa, anche se meravigliosamente patetici.

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Buon Natale

Buon Natale

Il Natale è uno stato d’animo dal quale lasciarsi trasportare, liberando l’infanzia che sta ancora dentro di noi a dispetto di tutto.

Il Natale è un’aria che si alimenta con il calore dell’affetto e con il bisogno di credere ancora nelle lucine colorate, in tutto ciò che brilla. Comete di abbracci, ricongiungimenti, i problemi fuori dalla porta. Un’illusione, certo, ma di illusioni – nel quotidiano – chi può farne a meno?

“Senza le illusioni non ci sarà mai grandezza di pensieri, né forza, impeto e ardore d’animo, né grandi azioni che per lo più son pazzie”, scrisse Giacomo Leopardi…

Sì, il Natale degli adulti è forse un’illusione, ma è qualcosa che ci portiamo dietro e dentro da quando eravamo bambini, disposti a credere che qualcuno avrebbe realizzato i nostri piccoli sogni: chi l’omone barbuto vestito di rosso, chi il piccolo Gesù Bambino. Formulavamo un desiderio ed eccolo materializzarsi sotto l’abete di plastica: bello no? Addirittura facile!

Il Natale è un rimpianto, una nostalgia, e personalmente mi ricorda che per essere davvero più buoni, più vicini ai nostri cari, o per fare un regalo a qualcuno, si può colorare di rosso anche un qualunque giorno dell’anno, facendolo brillare di voci e abbracci, di gesti gentili e di parole o azioni che non si dimenticano.

Perché il Natale sia sempre e ancora uno stato d’animo da cui lasciarsi trasportare.

Buone feste a tutti voi che passate di qui!

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E se la smettessimo di giudicare?

Moana Pozzi

Sono ricascata nel silenzio.

Ogni giorno un pensiero mi coglie all’improvviso, e penso che valga la pena condividerlo con altre persone, quindi mi ripropongo di postarlo qui sul mio blog e ci ricasco: il tempo passa ed io resto muta. Magari non in casa – quello mai – ma mi perdo nella realtà mentre altri si perdono nel virtuale.

Eppure oggi, proprio la rete mi ha fatto venire una gran voglia di riflettere con voi su qualcosa che mi frulla nel cervello.

Ho letto i commenti ad un post gentile, su fb. C’era una foto di Moana Pozzi e si parlava di fascino e intelligenza, non del suo lavoro di pornodiva o altro, quello neppure veniva citato (né demonizzato, né santificato). Si è scatenato un inferno: “State osannando un pessimo esempio per i vostri figli, siete solo dei pervertiti!”; “Offendete le donne scienziate o astronaute”; “Mi fate schifo, quella era una poveraccia dedita alle orge!”; “Vergogna, parlate di intelligenza ma una vera donna non potrebbe mai somigliare a lei”; “Ha girato film porno terribili” (li hai visti eh?).

Questi, i commenti meno cattivi e offensivi, gli altri non li voglio riportare, ma erano indignati e “urlati” a gran voce (sappiamo tutti che l’uso del maiuscolo è indice di toni poco amichevoli).

Perché tanto livore? Posso non condividere le scelte di qualcuno, ma se non ledono niente che mi riguardi o mi appartenga non mi interessa giudicarle o demonizzarle. Quando vedo tanta rabbia – pensate agli omofobi che aggrediscono i gay, per esempio – mi vengono dei pensieri bizzarri: forse chi la manifesta a questi livelli è disturbato dalle proprie frustrazioni? Forse fatica a tener segrete le naturali inclinazioni, o i propri desideri mai realizzati?

Magari non sono poi così tanto bizzarre, le mie conclusioni/ riflessioni: mi sono divertita a leggere una notizia di pochi giorni fa, quella sull’eurodeputato estero noto per le severissime posizioni conservatrici, per i suoi giudizi morali… Colto dalla polizia in piena orgia con 25 uomini. E allora mi domando: se tu hai queste inclinazioni naturali, perché fare la guerra a chi come te le ha ma non le nasconde? Un omofobo adesso messo alla berlina, il quale definisce il “fatto” come un infortunio. Chiede ai suoi elettori di giudicare il suo operato e le sue posizioni morali, il resto è un incidente di percorso. Ci avrebbe guadagnato in dignità se avesse chiesto scusa non ai suoi elettori ma a tutti coloro che ha giudicato e demonizzato.

Forse, anziché perdere tempo a guardare il giardino del vicino, dovremmo avere il fegato di osservare meglio il nostro: magari tutte quelle piante che consideriamo infestanti o pungenti come ortiche alle quali diamo la caccia, che nascondiamo per poter vantare il nostro pollice verde e “immacolato”, potrebbero farci felici più delle finte orchidee che teniamo vicino ai nani da giardino.

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Se stai cercando qualcosa…

Arcodamore

Tante volte, nelle mie lezioni di scrittura, ho predicato sulla capacità di un romanzo di interferire con la vita mostrandoci nuove vie, o allargando gli orizzonti di quelle che già stiamo percorrendo e crediamo di conoscere. Un argomento trattato, sviscerato, discusso, corredato di esempi e arricchito dai punti di vista dei miei allievi.

Eppure, ogni volta che incappo in un brano, in una frase, in una riflessione compiuta da un personaggio inesistente nella realtà, è nella realtà che tutto si insinua riuscendo a stupirmi ancora e ancora.

In queso autunno appena cominciato ho incontrato la capacità di Grazia Deledda di raccontare lo stravolgimento di un sentimento di troppo, quello che tutti prima o poi abbiamo provato o sentito da altri. Il momento in cui ne siamo consci per la prima volta, quando la paura ha la meglio e le vibrazioni interne ci rendono umani. Poi c’è il momento successivo, quello in cui ci lasciamo trasportare dalla fantasia e viviamo sogni che ci rendono più vivi, forti, unici e imbattibili. Infine arriva il vento del dubbio, del disagio, e ciò che appariva magia, possibilità, si trasforma in pensiero disturbante e pericoloso, sbagliato, da combattere e dimenticare. Un pensiero proibito pronto a trasformarsi in rimpianto.

Canne al vento racchiude tutto questo in un brano molto breve eppure ricchissimo, denso, avvolgente. Un brano d’altri tempi – questi sono tempi più “espliciti” nelle descrizioni” – ma che non risulta datato e si trasforma in lama pronta a penetrare a fondo, che se non si sta attenti colpisce parti vitali.

Uno scrittore molto più attuale, Andrea De Carlo, mi ha invece catturata con una vecchia pubblicazione, Arcodamore, grazie alla quale ho compreso alcune cose che riguardano persone a me care. Ho ritrovato in riflessioni del personaggio principale, spiegazioni a comportamenti e sentimenti che non riuscivo del tutto a “decodificare” in persone reali. La nuova via di cui parlavo all’inizio, l’allargare orizzonti, l’usufruire della letteratura per capire meglio la vita o gli altri.

Funziona, e so bene che chi legge cerca sempre qualcosa: trovarla è un connubio tra fortuna e capacità. In genere, quando cominci un libro, hai già deciso che cosa ti serve o perchè lo hai scelto; con Canne al vento cercavo l’insegnamento di un classico, con Andrea de Carlo una storia da cui farsi catturare. In entrambi i casi ho trovato molto di più. Nuova linfa, approfondimenti sul vivere, risposte a dei perchè, le parole giuste per esprimere un pensiero che già era in me, o la scoperta di qualcosa di nuovo mai messo in preventivo.

Leggere è approdare in un altrove che spesso è già in noi ma che necessita di spinte per emergere. O, appunto, di parole giuste per essere raccontato.

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