Susanna Trossero

scrittrice

Esperienza culinaria o pentimento?

Effetti armonici, belli da vedere e da fotografare, cibi e colori che dipingono il piatto: gli chef stellati ci insegnano a presentare e impiattare in modo tale che a mangiare cominciamo usando gli occhi ed è con questi che diamo il primo morso.

Esaltare le pietanze incantandoci prima ancora di conquistarci con il gusto, è di certo un’arte, nondimeno da tempo mi sto rendendo conto che questa filosofia dell’arte nella presentazione va a braccetto con il… digiuno! Sarà capitato anche a voi di andare al ristorante e restare colpiti dall’effetto creato dal raviolo sul grande piatto bianco macchiato da pennellate di decorazioni e splendidi accostamenti di colore, dall’uso di petali e salsine o creme, foglioline o grani di questo e quello. Ma, a conti fatti, tra rametti, ciuffetti e gocce, il raviolo è uno, al centro del piatto. Uno. E, quel meraviglioso primo piatto, costa una fortuna. Perché dietro tanto minimalismo c’è arte, attento studio delle forme, maestria delle sfumature: il piatto non è semplice contenitore ma supporto, parte integrante di effetti cromatici, di esperienze sensoriali!

Fiori eduli, polveri colorate di ortaggi, scenografie e guarnizioni, purè variopinti, emulsioni e glasse: saranno loro a presentare il cibo, posandosi con grazia sul piatto di porcellana rigorosamente bianco e visibile. Visibile. Non un primitivo e disadorno contenitore sepolto dal cibo. Quindi, se i rigatoni alla cenere saranno tre di numero, non lamentatevi perché gli spazi vuoti sono importanti e la parsimonia paga.

In fondo si tratta di una esperienza, non di un pranzo al ristorante, non siate così rozzi.

E quando, una volta tornati a casa, lo stomaco brontolerà nel silenzio della vostra camera da letto, alzatevi in piena notte senza sentirvi in imbarazzo: in frigo troverete di certo qualche avanzo cucinato da mamma il giorno prima. Quella mamma che ci mette all’ingrasso ogni volta che dice “ho preparato due cosette” e che non ha mai sentito parlare di parsimonia in cucina.

Per pentirsi, ci sarà tempo.

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A caccia di semplicità

La Pasqua, la primavera, l’idea delle vacanze che fa capolino dopo i primi tepori, la fioritura che invita alla positività o al movimento, alla vita all’aria aperta…

Eppure tante cose sono andate perdute e per molti non sarà facile riconquistarle. Per esempio quella normalità che davamo per scontata, fatta di mezzi pubblici affollati, bar e ristoranti da frequentare, assembramenti per un concerto o una mostra o chissà quale evento, viaggi affrontati con leggerezza. Ecco, la leggerezza. Mi manca da morire. Non sto a raccontarvi se ho avuto il covid o no, se di covid ho perso qualcuno, o chi dal covid sto proteggendo e perché. Nessun discorso sui vaccini, né contro né a favore. Nessuna polemica. Sto parlando solo di una grande nostalgia per quella scioltezza d’azione di un tempo non lontano, che se applicata a questi due anni si trasforma in possibile sconsideratezza.

Era così bella, l’incoscienza. Milan Kundera sostiene che la leggerezza dell’essere è insostenibile; è una finzione, uno schermo dietro cui nascondere la pesantezza dell’esistenza, dice. Ebbene, ci fa comprendere però l’utilità di questo schermo, per riuscire a ritagliarci uno spazio all’interno del quale non soccombere al peso della vita.

La rivoglio, voglio trovare un nuovo modo per ricreare quello spazio. Abbiamo vissuto una non vita e ancora in parte la stiamo vivendo, e non intendo limitare il discorso alla mancanza di un aperitivo al bar. Mi sono mancati i sorrisi, gli abbracci, la libertà di vivere con le persone che più amo ogni situazione del quotidiano. Mi manca la primavera quella autentica, fatta di colori e nuovi fiori sbocciati dentro la testa a mo’ di progetti.

Mi manca ciò che siamo sempre stati quasi senza accorgercene, perché quella semplicità era parte di noi dunque non ci si faceva caso. Ma le cose semplici non tradiscono, non sanno ingannare, deludere, illudere. E sono il fondamento della serenità.

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Quando il male è fatto bene

Quando leggiamo qualcosa che ci disturba, ne siamo attratti. Ci dissociamo nella vita reale almeno quanto ce ne cibiamo nella narrativa o nella cinematografia, non è vero? E se un libro leva le farfalle dallo stomaco per strizzarlo con situazioni sgradevoli, lo suggeriamo anche agli amici, in quella forma di tam tam che ne prolunga la vita.

Chissà perché lo scrittore abile nell’elaborazione del negativo, cattura la nostra attenzione… Forse la spiegazione è quasi banale: c’è chi vorrebbe dire o fare le stesse cose dei suoi protagonisti ma teme il giudizio o la punizione e allora si immedesima con la fantasia, e c’è chi se ne dissocia a tal punto da starci male leggendole. In entrambi i casi, l’emozione vince. Non importa poi molto di quale emozione si parla – empatia o ribrezzo, invidia o disgusto – l’importante è suscitare qualcosa.

E allora imparate a metter via ciò che siete realmente e create protagonisti che agiscano contro la vostra morale, sospendendo il giudizio e sporcandovi le mani con quel fango che tanto cattura. Funzionerà.

Leggendo “Uto”, di Andrea De Carlo, ho provato dispiacere nel brano che descrive il concetto di famiglia: “Mi venivano in mente le alleanze di facciata e le strategie occulte e gli imbrogli e le simulazioni e i finti equivoci, le buone intenzioni e le cattive conseguenze, i sentimenti manifestati e gli impulsi repressi. Pensavo che ogni famiglia è una specie di associazione a delinquere, dove chiunque può legittimare i suoi peggiori difetti e dare un risalto senza proporzione alle sue qualità limitate”.

Meccanismi di amplificazione e smorzamento, li chiama. Fastidioso vero? Eppure… ecco, “eppure”.

Raccontate il male, siate il male, e soprattutto fate in modo che il male sia fatto bene: ecco la pillola di scrittura di oggi.

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Imparare a pensare

Passiamo il tempo a pensare anche quando siamo certi di non pensare. Fosse così facile non farlo, ma la nostra mente è in continuo movimento e non importa se ciò su cui ci stiamo soffermando è l’elaborazione dei massimi sistemi o il colore di una fragola, la mente è comunque in piena attività.

Personalmente riesco a liberarmi d’ogni pensiero osservando la natura, sebbene in realtà non è del tutto vero perché qualcosa dentro di me elabora le immagini e le traduce in suggestioni, le suggestioni in parole e – spesso – le parole in uno scritto.

Ebbene, è proprio così: la scrittura nasce da un pensiero o viceversa dà origine a un pensiero. Insomma, scrivere e pensare sono un tutt’uno e l’uno insegna l’altro a migliorarsi.

Ve lo spiego meglio nel primo di una serie di video che ho registrato per voi appassionati di scrittura e lettura, video scaturiti dal desiderio di aiutarvi in qualche modo e nel mio piccolo a migliorare la qualità dello scrivere. Come sapete sono una insegnante di scrittura narrativa, una editor e correttrice di bozze, nonché una appassionata di storie da raccontare, e a mia volta tanti anni fa mi sono cibata anche io di innumerevoli consigli e suggerimenti. Ancora adesso non ne faccio a meno, perché ritengo che ci sia sempre tanto da imparare e volerlo fare significa amare davvero ciò a cui ci si dedica.

Spero di esservi d’aiuto con le mie “pillole di scrittura” e fate tesoro delle parole di Malala Yousafzai: “Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti.”

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