Susanna Trossero

scrittrice

Febbraio

Che bella, questa atmosfera da primavera anticipata… Stanno fiorendo le mimose, il tepore nelle ore centrali della giornata ci fa tenere il giubbotto sotto braccio, e gli odori sono già cambiati.

Già. Gli odori. Ogni epoca della vita ne ha di suoi e quando avverto profumo di fiori nell’aria, ritorno alla giovinezza, quando si usciva a respirare a pieni polmoni l’idea che il tempo del mare si stava avvicinando.

Quando le giornate si facevano più lunghe e la temperatura più mite, provavo una strana sensazione interiore, una astratta speranza, come quando qualcuno ti fa una promessa e tu ci credi e resti in attesa che si avveri. Ecco, una bella e tiepida giornata, così mi faceva sentire.

Oggi, febbraio cominciato da poco, il sole è calato sulla stessa sensazione, riapparsa dopo tanti anni. E covo l’astratta speranza che un sogno stia per realizzarsi, sebbene non riesca a dargli forma concreta o a individuarlo nel mucchio di quelli non ancora concretizzati.

So bene che domani guarderò ancora la pioggia sui vetri, e sarà ancora freddo e buio fuori, siamo appena a febbraio, l’ho detto, ma le lacrime sulle mimose oramai fiorite non basteranno a limitare il tripudio di giallo, o il candore assoluto delle margheritine di città, che sbucano da ogni dove incantandomi.

Sono tutti doni, questi. Regali calpestati, dimenticati, che ci provano ogni anno a bussare al nostro sguardo.

Io gli aprirò, e voi?

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La primavera dentro casa

Il tempo scorre anche durante “gli arresti domiciliari”, e chi più chi meno lo colma di qualcosa che possa aiutare a viverlo senza tutto quel buio che fuori ci attende. Buio raccontato dai telegiornali, dai social, dalle testimonianze, foto, video, che da giorni ci sovrastano e destabilizzano.

Come passate le vostre giornate? Oggi nella mia c’era – oltre alle normali incombenze domestiche – un po’ di sport rigorosamente tra le 4 mura, un thriller da leggere nel primo pomeriggio al sole della mia terrazza, telefonate, il pane fatto in casa, e l’idea per un racconto di Natale che voglio scrivere. Sì, di Natale. Perché voglio pensare a una festa che trabocchi di abbracci, unione, banchetti, uscite a comprare i regali, luminarie… Una festa vera che arriverà e che di certo ci troverà cambiati non solo nelle abitudini.

Oggi non farò bilanci, non pubblicherò dati e numeri perché dati e numeri mi tolgono il respiro. Oggi voglio pensare che da qualche parte ci sono fiori colorati, che il sole era caldo, che la primavera è alle porte anche se l’inverno sta preparando i suoi ultimi colpi di coda. Voglio pensare ai papà che ogni 19 marzo ricevono sorrisi speciali.

La paura non aiuta ma va esorcizzata con piccole cose, perché le grandi non stanno andando bene. Scoprite piaceri semplici, non fatevi annientare. E se il cuore sembra troppo grande dentro il vostro petto, scrivete: molti di voi ancora non hanno idea di quanto aiuti a rivedere i colori della primavera. A sentirla dentro casa visto che fuori non si può. E a scacciare il buio che tutti ci avvicina mentre da tutti ci allontaniamo per sopravvivenza.

Un abbraccio virtuale da una delle tante finestre illuminate della sera,

Susanna

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Allergici all’acqua?

Sembra che nel mondo occidentale, tutti siamo allergici a qualcosa, quasi fosse un’epidemia, un virus contagioso che ci trasforma in vulnerabili a pollini, alimenti, animali, tessuti, farmaci, sostanze d’ogni genere!

Guardatevi intorno: starnuti, occhi gonfi, sfoghi della cute, difficoltà respiratorie… Se qualcuno di voi appartiene alla mia generazione, ricorda senza dubbio che in classi numerosissime difficilmente c’era un numero rilevante di alunni allergici ai pollini, per esempio. Ragazzini che in primavera non potevano stare nel cortile della scuola senza star male: io non ne ricordo, addirittura, e voi?

Allergie le cui conseguenze possono addirittura essere pericolosissime, mentre ciò che le causa – magari una margheritina di campo – ci appare come dolce annuncio della stagione più promettente dell’anno.

I dati parlano chiaro: un terzo degli adulti, e metà della popolazione infantile, sono colpiti da allergie di vario genere! Perché? Che cosa è cambiato?

I ricercatori canadesi sono arrivati a una conclusione allarmante: ci laviamo troppo! Questa ipotesi fu “lanciata” a mo’ di bomba già in passato, nel 1989, quando si arrivò alla conclusione che troppa igiene indebolisce il sistema immunitario, poichè non fa più fronte a batteri, infezioni, virus. In pratica non è più allenato a difendersi e questo è il risultato.

Un bel problema, visto che in Italia si spendono diecimila miliardi l’anno per l’acquisto di saponi,  detergenti, prodotti per la cura e la bellezza del corpo!

La pagina del Corriere.it del 17 aprile 2017, riporta una dichiarazione dello scrittore Mauro Corona (del quale io apprezzo tantissimo lo stile), il quale sosteneva di farsi più o meno una doccia al mese per preservare la pelle da seccature e risparmiare le risorse idriche.

E siccome ogni cosa fa moda o tendenza, la questione è stata battezzata in America con il nome “Unwashed” e con lo stesso nome è sbarcata in Europa, ma se state storcendo il naso eccomi qui a darvi una brutta notizia: avete presente alcuni tra i sex simbol più noti?

Dunque, vediamo… Russel Crowe, Colin Farrell, Brad Pitt e Johnny Depp. Ebbene, hanno aderito alla nuova tendenza!

È davvero così nuova? I medici dell’Illuminismo vietavano ai loro pazienti i bagni frequenti: “i pori della pelle si aprono permettendo alle malattie di insinuarsi nel corpo e mietere vittime!”

Mi sconcerta, oggi, il non trovare mai una via di mezzo. In fondo, anche in natura l’igiene del corpo è praticamente un dovere/piacere al quale non ci si sottrae. Avete mai osservato un gatto dopo che ha mangiato anche una piccola porzione di cibo? Procede immediatamente al rito della toeletta, dalla durata incredibile! E i roditori? E gli uccelli, che si bagnano, lisciano le penne e compiono addirittura piccole simpatiche evoluzioni nell’acqua? O le scimmie, che tra l’altro si aiutano l’un l’altra nel curare l’igiene?

Da una parte l’allarme degli scienziati, dall’altra quello dello spreco d’acqua, e nel mezzo l’uomo sempre e comunque capace di trasformare ogni cosa in tendenza, moda.

Ancora mi domando come mai il buon senso mai si sia trasformato in tendenza. Un sapone meno aggressivo, e limitare lo spreco d’acqua con piccoli accorgimenti che – se seguiti dalla massa – contribuiscono enormemente a contenere i consumi, per esempio.

Oppure, arrendiamoci a ripristinare abitudini vittoriane, compresa quella delle elaborate parrucche notoriamente abitate da pulci e pidocchi. Però almeno così non si beccavano l’influenza per via dei capelli bagnati, no?

Io, dal canto mio, forse controcorrente e sfidando il sistema immunitario, proseguo ad amare la doccia quotidiana, anche perché:

“Praticamente a tutti, mentre si stanno facendo una doccia, viene in mente un’idea. È la persona che esce dalla doccia, si asciuga e fa qualcosa a riguardo che fa la differenza.” (Nolan Bushnell)

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La primavera in ogni stagione

La primavera in ogni stagione

Muti pellegrinaggi nel solito viale alberato che solito non è mai perché varia, e non tanto nelle stagioni che si susseguono quanto nel mio sguardo che osserva.

Sono le percezioni, più che gli occhi, a cogliere differenze. C’è il mattino che bagna di brina i corti fili d’erba, o l’ora di pranzo che scalda le panchine. C’è il pomeriggio del lombrico sul marciapiede, o il tramonto che pare un malinconico addio. Rami rivestiti di rosa o tronchi ruvidi e spogli, cartacce che prendono quota con il vento a strattonare, o giochi abbandonati tra aiuole mal curate.

Lo stesso viale, infinite variazioni: anche una strada può mutare d’umore ed io che la calpesto ascoltando il garrire delle rondini, vorrei saper imprimere ogni piccola sfumatura in quaderni segreti, da sfogliare domani per dar voce al tempo che passa.

Vorrei.

Vorrei.

E di vorrei è piena la via, tanti ne celano le finestre chiuse, le auto nascoste, le borsette delle signore, le voci lontane.
I miei, quale forma hanno mai? Che cosa, io davvero vorrei?

Vorrei continuare a restare ammaliata da un raggio di sole sul viso, attratta dal volo di un insetto, intenerita dal muso di un gatto, divertita dalla voce di un bambino, contagiata dalle risate dei ragazzi, scaldata da una tersa giornata o affascinata da un tuono in lontananza.

Vorrei.

Ma una nuova stanchezza è ciò che scorgo in questa umanità che arranca. Espressioni tese, contrazioni esistenziali, intenti avvolti da nebbia che offusca. E temo l’inevitabile influsso negativo, la perdita di quella primavera che mio padre, da bambina, mi educò a riconoscere in ogni stagione.

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Pappagalli di città

pappagalli di città

Sebbene l’aria mattutina sia sempre piuttosto frizzante, e le sciarpe non si siano ancora trasformate in inutili accessori, c’è qualcosa nell’aria che fa pensare alla primavera. Non so bene se si tratti di uno stato mentale che la chiama a rapporto per necessità, o se piuttosto si tratti invece del colore del cielo, oggi così luminoso, e del profumo così diverso che proviene dalla terra o dall’aria tutt’attorno…

Il tappeto di margheritine non è ancora stato intessuto, gli alberi sono spogli, nessuna fioritura dei glicini di via Margutta, non il garrire delle rondini, eppure qualcosa è cambiato e se ne sono accorti quegli strani pappagalli abitatori dei platani romani e golosi di datteri: sono arrivati in gruppo, qui sotto le mie finestre, e cantano festosi nel compiere evoluzioni e piroette, regalando un’immagine vacanziera, da paese tropicale. Macchie d’un verde acceso, si posano sugli alberi potati da un giardiniere solerte, e il rosso vivace del becco ricurvo picchetta qua e là in cerca di tesori da gustare.

Mi incanto sempre davanti agli animali, di qualunque genere o razza essi siano… non esistono al mondo soggetti più interessanti o affascinanti da fotografare. Eppure, qualcuno già avverte che questi pappagalli “stranieri” – ma oramai romani di adozione – potrebbero riprodursi in modo eccessivo, minacciando le coltivazioni fuori porta.

Potrebbero.

Taluni si sono addirittura rivolti ai vigili urbani per lamentarsi del volume del loro canto, che sale nel primo pomeriggio e al tramonto, dichiarando di non sentir bene ciò che dice la tv.

Nel frattempo, immettiamo quantità industriali di gas di scarico, ci dilettiamo con l’inquinamento acustico da clacson e marmitte, regaliamo al nostro corpo valide ragioni per ammalarsi, e siamo sempre più grigi nel volto e nell’anima.

I pappagalli in città credo siano l’ultimo dei problemi, nonché il primo allegro motivo per rivolgere lo sguardo verso l’alto e sorridere (ci riusciamo ancora?), senza necessariamente discutere di scie chimiche.

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