Susanna Trossero

scrittrice

Non domani: oggi

Sono passati diversi giorni dall’ultimo post e diverse cose sono successe… Conoscete anche voi quei momenti in cui l’isolamento e il silenzio sono necessari a fare ordine nelle emozioni contrastanti che a volte le circostanze regalano o infliggono.

Il 29 ottobre era per me una data temuta: il primo anniversario della morte di mia madre. Non mi capacito del tempo già trascorso, io che ancora non ho compreso fino in fondo che lei non c’è più, non nella forma a cui ero abituata fin dal mio primo giorno di vita, quella della voce familiare, degli abbracci, della sua gioventù mentre crescevo e mi impartiva lezioni severe, e della vecchiaia che me l’ha resa figlia e ha ammorbidito certe sue rigidità educative. Non è stato facile per me decidere di organizzare una messa per commemorarla: temevo di riviverne il funerale, come spesso accade in queste circostanze. Invece…

Invece gli amici più cari, i familiari, la sorpresa di un bellissimo coro di voci femminili che hanno cantato per lei, il piacere di rivedere persone che per me contano e contavano per mia madre… Tutto questo e l’affetto dimostratomi è diventato lanterna. Guidandomi nel buio della mancanza ha portato luce attraverso le presenze, e per questo calore sarò sempre grata e sempre mi sentirò fortunata.

Il 29 ottobre è dunque passato, e non posso dire “in modo indolore” ma in una maniera dolce e ricca sì, ed è stato sorprendente, un effetto che non avevo messo in conto.

Nel frattempo, mentre i colori fuori cambiano regalando suggestioni autunnali, è partito il nuovo corso di scrittura terapeutica e, come sempre, mi appaga il clima che in questi piccoli gruppi si crea grazie a condivisioni che questa magica arte crea in modo del tutto spontaneo. E mentre suggerisco agli allievi di dedicare almeno 10 minuti al giorno per scrivere ciò che si sta provando, per esternare un disagio, per mettere nero su bianco una riflessione, per raccontare a loro stessi come si sentono o per regalare al foglio bianco un bel momento rendendolo immortale, finisco per ricordare anche a me stessa di continuare a farlo anche io, rinnovando il piacere di uno spazio privato in cui esistere in altra maniera.

Voglio camminare, nei prossimi giorni, tra foglie che cadono e temperature incerte, sotto il sole o aspettando la pioggia, flaneur di città conosciute e non. Voglio andare per boschi o prendere il tè con un’amica che da tempo non vedo, voglio osservare, ascoltare, vivere con una intensità che spesso le incombenze fanno dimenticare.

Credo sia proprio quella, l’intensità che dovremmo riconquistare: non ha prezzo, è alla portata di tutti e la si può riacquisire in ogni circostanza, luogo, età.

Sì, ma non domani: oggi.

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“Piena di te è la curva del silenzio”

Aprendo il cassetto dei ricordi, ho riesumato la fontanella d’acqua dolce situata a metà strada tra la mia spiaggia preferita e la casa dell’infanzia, a Carbonia. Si andava a Porto Pino, a sud ovest della Sardegna: distesa di sabbia bianchissima e fine come farina, pineta, acque cristalline, laguna, dune meravigliose. Il mio paradiso in terra insomma, e si passavano le giornate in pieno beato relax: mia madre prendeva il sole oppure organizzava succulente merende e io e mio padre ci inventavamo giochi e avventure. Osservavamo le battaglie tra granchi, costruivamo castelli di sabbia e dighe, raccoglievamo conchiglie per decorarli, facevamo lunghe passeggiate, o stavamo a curiosare tra i pescetti delle lagune. Questo quando non stavamo immersi in acqua, tra lumachelle di mare e mitre, a godere di quell’acqua trasparente.

Durante il viaggio di rientro, odorosi di salsedine e con la stanchezza tipica delle lunghe giornate di mare, ci si fermava proprio alla fontanella, che in realtà era una grossa vasca in pietra rettangolare che fungeva da abbeveratoio per animali e il cui getto d’acqua era continuo. La sosta era imposta da mia madre, necessaria a lavar via la sabbia dai piedi prima di andare a casa, “Altrimenti poi sporcate tutto”, diceva. Ci si arrivava che il sole stava tramontando e il cielo mandava striature di rosso.

Stasera, 9 febbraio, il cielo regala le stesse striature. Ogni anno, in questa data, di solito soffia un vento cattivo così come quel lontano 9 febbraio in cui mio padre ci ha lasciati, vinto da un male impietoso a soli 56 anni. Ogni anno, il medesimo vento soffia gelandomi il cuore, ma stranamente in questo 9 febbraio per la prima volta tutto è immobile e il tramonto è bellissimo. Ogni cosa mi riporta alla fontanella e non al lenzuolo bianco di quella notte. E di bianco, oggi, dal cassetto dei ricordi è affiorata solo la sabbia della mia Sardegna. Lo considero un regalo, che rende questo anniversario meno triste. Forse perché quest’anno lui e mia madre si sono riuniti, non so. Mi piace considerarlo un loro dono, un segno che stanno bene ovunque adesso siano.

Piena di te è la curva del silenzio.
(Pablo Neruda)

Acquarello di Franco Pretti

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