Susanna Trossero

scrittrice

La meraviglia dell’essere umani

Sono stanca.

Sono stanca perché caduta nella trappola dell’altrui crudeltà, nelle troppe storie, nell’orrore delle immagini. Perché è bastato cercare in rete una volta una certa cosa, e poi due e poi tre volte, per esserne sommersa quotidianamente. Tag: abbandono.

Adesso, quell’argomento, non lo cerco più: è lui che viene a cercare me e sono ancora storie, immagini, è ancora trappola da cui non ci si può liberare, un cilindro malefico da cui viene fuori la bruttura.

Sono stanca. Eppure, tutto ciò, ancora genera in me meraviglia.

Siamo andati avanti, dovremmo essere migliori, aver compreso fino in fondo il significato di umanità, altruismo, difesa dei più deboli. Ma i dati sono allarmanti: 130.000 sono gli animali abbandonati in un anno nel nostro paese, 80 mila cani e 50 mila gatti. In moltissimi di questi casi, vi sono dietro storie orribili: lasciati a morire dentro scatole di cartone ben sigillate, o dentro sacchi e via nella spazzatura. Altri denutriti e abbandonati per strada, altri con i segni di violenze subite, altri ancora rientrano nell’elenco delle “rinunce di proprietà”: non ho spazio / ne ho preso un altro perchè questo è vecchio / non riesco a volergli bene / voglio andare in vacanza senza di lui / è impegnativo / mi disturba… Poi ci sono quelli sequestrati perchè vittime di soprusi, maltrattamenti, orrori indicibili che solo a venirne a conoscenza non ci dormo più la notte.

Siete mai entrati in un canile? E in un gattile? Avete sentito quei miagolii? E i latrati? Avete guardato negli occhi quegli animali? E soprattutto: avete ascoltato i loro silenzi?

I volontari, gli operatori, fanno ciò che possono ma sono ben lontani dal miracolo di una vera seconda opportunità per tutti sebbene per fortuna ci siano molte storie a lieto fine. Ma anche dietro quelle, dietro le adozioni benedette, c’è qualcosa che mi meraviglia: l’insensibilità – se non addirittura il compiacimento – verso il dolore di questi esseri viventi da parte di coloro che li hanno abbandonati. Storie di menefreghismo, crudeltà, inciviltà. Atteggiamenti ostili verso chi è indifeso, e non storcete il naso dicendomi che potremmo aprire un dibattito sui femminicidi, sugli abusi su minori, sui trattatamenti riservati alle persone più deboli, sull’ostilità verso la diversità: non intendo organizzare una piramide con un ordine d’importanza: queste piaghe sociali non rendono comunque meno orribile il trattamento che noi “umani” riserviamo agli animali. Oggi, è a questo argomento che è diretta la mia meraviglia, non sminuitelo ve ne prego adducendo a “situazioni ben più gravi”… Provate a pensare che anche questo orrore va inserito tra le piaghe da curare, debellare.

Questo fa una società civile. Proviamo a ragionare per esempio su una frase della grande scrittrice Marguerite Yourcenar: “Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove gli animali agonizzano senza cibo e senz’acqua diretti al macello”.

Da dove cominciare, per cambiare le cose? Con il buon esempio: che i genitori insegnino il rispetto per ogni essere vivente ai loro bambini fin dalla più tenera età, mostrandolo loro stessi. Ogni essere vivente, lo ribadisco: dai loro simili agli animali. Che lo insegni la scuola, che lo facciano gli oratori, i centri sportivi. Che se ne parli nei luoghi di lavoro o durante gli eventi pubblici. Che l’indignazione salga, si estenda, coinvolga. Perchè le sanzioni arrivano sempre a cose fatte, quando ci si meraviglia dell’accaduto. Ma prima, molto prima, occorre provare ben altro tipo di meraviglia e insegnarla, incantandosi di fronte allo sguardo di un animale che si aspetta da noi semplicemente una carezza, una ciotola, una parola affettuosa. Si chiama cura, accudimento. Dovrebbe essere un fatto naturale se si decide di occuparsi di un animale.

Voglio ricordare che da oggi e come ogni anno, la Lega Nazionale Per La Difesa Del Cane ha lanciato la campagna #adottaunnonno, che in collaborazione con Nutrix Più offre una fornitura di cibo gratuita per il periodo di un anno a chiunque scelga di adottare dai suoi canili un cane over 10 entro il 31 gennaio. Ma se non si è pronti a non considerarlo un fatto momentaneo, un giocattolo, basta lasciar stare. Perchè un animale è famiglia, compagno di vita, di viaggio, arricchimento. Per sempre.

Meraviglia. Ed è un bene che la si provi davanti alla bellezza così come davanti a ogni bruttura, perché equivale a possedere ancora umanità.

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Al domani, ci penserò domani

E novembre se ne va ma niente si porta via…

Le foglie si sono arrese, gli alberi si denudano e mi domando perché accade sempre quando fa freddo e mentre noi ci rivestiamo dopo il calore dell’estate. Elucubrazioni senza senso dettate da una strana pigrizia mentale che libera il pensiero, lo spinge là dove non c’è mai tempo per farlo vagare.

Un’amica oggi mi ha fatto notare che tutti siamo utili e nessuno indispensabile, e che dovremmo più spesso ritagliarci degli spazi da riempire di piacevolezze o addirittura di dolce far niente, per sopravvivere alla vita che incalza e ricaricare le batterie.

E allora mi domando: che cosa mi piace, quando sono stanca? Cosa mi rilassa di più, cosa mi rasserena mettendo a tacere ogni elemento disturbante?

Guardare i tramonti dalla mia terrazza, per esempio. Ogni sera, gli spettacoli sono unici e irripetibili e sebbene possano instillare malinconia, il colore caldo che li avvolge – con quelle infinite gradazioni di rosso e arancio – cattura la poesia e mi induce a cercare parole per esprimerla.

Il tramonto è qualcosa che si strappa in cielo, che sporca l’azzurro prima del buio, e racconta di cose che finiscono ma predispone al nuovo perché spinge pian piano verso un giorno tutto da vivere. Si posa sulla città e all’interno di casa, sui giorni più belli che vorresti non finissero mai e su quelli peggiori, sui quali stende il suo pietoso velo, spegnendoli.

C’è uno strano rallentamento, al tramonto: per un attimo, un attimo solo, ho spesso l’impressione che qualcosa stia per fermarsi, e trattengo il fiato. Ma poi tutto riprende, i colori cambiano ed è il blu ad accendersi mentre penso che domani ci rivedremo e scatterò un’altra foto al miracolo della sera.

Questo è un periodo in cui è sveglio in me il guerriero che da sempre mi accompagna e, nel tramonto, mi poggia una mano sulla spalla e con me ritrova la bellezza della vita.

Al domani ci penserò domani.

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I colori che invitano a sognare

I fumi delle caldaie, svettano da un giorno all’altro diretti verso il cielo di città, a raccontare che l’inverno è arrivato sebbene in ritardo. Sì, è arrivato pungente, rigenerante, rumoroso come il vento che percuote o la pioggia che bussa contro le finestre. Speravo in un autunno più stabile, nei suoi colori più duraturi, ma ho appena fatto in tempo a immortalarne la magia ed eccolo cacciato via in malo modo. Una fotografia ferma qualcosa, ma riproduce ciò che già non esiste più: una espressione del viso, il movimento di un albero, le ombre di un particolare momento del giorno. La visione autunnale più struggente.

La luce della lampada, il pc sulle gambe, il divano e un po’ di musica in sottofondo a coprire l’impazzare di una vera e propria burrasca fuori dopo un tramonto che pareva quasi parlare, e per un po’ sembra d’essere in una dimensione dove non esite nulla che disturbi la quiete data dal ticchettio sulla tastiera. Le parole prendono forma e così i pensieri, leggeri e fantasiosi. A dire il vero oggi ho riflettuto su Proust, sulla memoria, sul tempo perduto che grazie ad essa viene restituito ma anche inevitabilmente modificato. Sulla ricerca della felicità che si compie guardandosi indietro quando guardare avanti fa paura.

“La realtà è il più abile dei nemici. Lancia i suoi attacchi contro quel punto del nostro cuore dove non ce li aspettavamo e dove non avevamo preparato difese”, dice Proust.

Penso a lui che ha trovato la vita nella scrittura e non viceversa, e mi domando come abbia potuto rinunciare ai colori autunnali per ben 15 anni, chiuso in una stanza senza neppure guardar fuori per un attimo, dove infinite gradazioni di giallo e nocciola raggiungono antri segreti dell’anima commuovendo. E invitando a scrivere per condividere, esternare, sognare.

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A colloquio con il cielo

A scuola mi dissero che il Monte Bianco è la montagna più alta d’Italia e di tutta Europa: 4.807 metri gli hanno regalato l’appellativo di Re delle Alpi, e si fa onore tra le 7 Vette del Pianeta!

Ne ammiravo le immagini sulle enciclopedie, sul libro di geografia, tra le figurine dell’album Tutta Italia ma anche su quelle di Tutta Europa, e mi domandavo se mai ci sarei salita in cima, a guardar giù le case e gli alberi farsi piccoli piccoli fino a scomparire.

Da adulta non ci ho più pensato, a volte è più facile girare il mondo che godere delle bellezze della propria terra, e non ho mai capito perché.

La settimana scorsa, in una di quelle decisioni dell’ultimo minuto, mi sono ritrovata proprio là, sulla Punta Helbronner del Monte Bianco, dopo una salita veloce e quasi danzante della capiente cabina di funivia. La bellezza di quelle rocce innevate, del silenzio da alta montagna, dello stordimento che in vetta può cogliere e che tanto somiglia a un vago mal di mare, mi hanno portata in una dimensione da sogno, in cima al mondo, con l’aria pungente sul viso e lo spettacolo tutto attorno che nessuna parola può davvero descrivere né foto rendere giustizia. “I monti sono maestri muti e fanno discepoli silenziosi”, diceva Goethe.

L’emozione che solo la natura sa elargire, è qualcosa che giunge dal profondo e nel profondo arriva, perché anche la montagna più imponente è un’opera d’arte, è anima e cuore, è voce che sussurra o minaccia, è ascoltatore muto a cui raccontare di te.

Sono stata felice, lassù. Non mi bastava guardare per catturare tutto, perché a chiudere e riaprire gli occhi qualcosa di nuovo mi appariva. E di grande.

Sono un’isolana, amo il mare, lo considero il mio elemento. Ma quello stare lassù, in cima al Re delle Alpi, mi ha fatto sentire un’eletta in pieno colloquio con il cielo.

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ArgoDiario: pagina 12

Ci ho messo un po’, a decidermi per questa pagina conclusiva. Mi sono presa del tempo, forse perché proprio il tempo del mio ArgoDiario è finito e mi ci ero abituata, un appuntamento per me prezioso e spero piacevole per voi che leggete.

Comunque sia eccoci al 4 ottobre, sesta e ultima giornata conclusiva della Fiera del Libro, cominciata con l’incontro a scuola di cui ho parlato ampiamente nella pagina precedente. Quell’incontro mi ha fatto “saltare” la consueta colazione d’autore, stavolta con la cara Claudia Aloisi, che per fortuna ascolterò nel pomeriggio. Oggi ho il piacere di rivedere Antonella Serrenti, amica, collega di scrittura, Argonauta! Pranziamo insieme ad alcuni ospiti ma finalmente nel pomeriggio ci godiamo il sole di Piazza Pichi facendo progetti letterari, il nostro gioco di squadra è oramai collaudato e allora perché non riprendere il discorso interrotto?

Più tardi, un interessantissimo appuntamento: l’autrice Claudia Aloisi, Francesco Cheratzu – socio e fondatore della casa editrice Condaghes – e Antony Lamolinara, premio Oscar e regista, il quale fa un annuncio pubblico molto emozionante: colpitissimo dal romanzo di Claudia “Flavia’s end” e dall’ambientazione tutta isolana (una storia ricca di misteri e colpi di scena che a breve avrà anche un atteso seguito) intende farne un film! “Ho già cominciato a scrivere la sceneggiatura – dice con il suo accento americano – e devo telefonare ai miei amici attori”… L’applauso e le parole di Eleonora Carta, padrona di casa di questo incontro, sono in grado di lasciare senza parole l’autrice, visibilmente emozionata. Sono cose che non succedono tutti i giorni, ma alla Fiera del Libro sì!

Di parole, bellissime, si riempie ancora la piazza: sono pronunciate dall’Assessore alla cultura di Iglesias Claudia Sanna e sono ricche di apprezzamento per tutto il lavoro svolto in questi giorni.

L’atmosfera è in effetti da ultimo giorno, ma la ricchezza di ogni momento che lo compone ci ricorda l’esistenza della FieraOff, ovvero tutta una serie di eventi e incontri che colmeranno dalla settimana prossima lo spazio che intercorre tra la fine della Fiera 2022 e la successiva edizione 2023, il cui tema è ancora top secret.

Alle 19 arriva Andrea Marcolongo, con la sua avvolgente Lectio Magistralis “De arte Gimnastica”. Le sue pubblicazioni sono sempre fonte di arricchimento, dense di passato e motivate dall’amore per i più grandi della letteratura, i quali ci hanno insegnato che “La cura delle parole non è altro che cura verso noi stessi e verso chi ci è accanto”

Oggi parla della sua più recente pubblicazione, “De arte Gimnastica – Da maratona ad Atene con le ali ai piedi” Editori Laterza, ma in una lectio che attraverso il libro racconta di sé, della sua personale risposta al “perché correre?”. Se lo chiesero i Greci, e in antichità le Olimpiadi erano l’unico momento in cui si deponevano le armi. E allora, si chiede l’autrice, perché non provare a pensare come pensavano i greci? Così sono cominciati i suoi allenamenti, così noi sentiamo le ali ai piedi ascoltandola.

La conclusione della serata è nei volti delle bellissime persone che ho incontrato per la prima volta durante i sei giorni della Fiera, in quelli degli amici più cari che sono venuti a trovarmi qui o che hanno partecipato agli straordinari eventi, nello staff, nei saluti a Marina e Filippo che mi hanno accompagnata e seguita in ogni singolo giorno, e nel brindisi di gioia e sollievo di noi Argonauti per il risultato ottenuto, mentre suonano i musicisti del Circolo Musicale Verdi mettendo in scena la favola sinfonica Il musicante di Brema.

Poi via le sedie, si smonta tutto, si va a cena, si ride felici con gli abbracci già pronti per qualche ora dopo, quando stringersi sarà un gesto po’ malinconico ma denso di sincero affetto, di gioia sotto il cielo isolano che è nero nero ma non spegne la luce della Meraviglia ideata, costruita, messa in opera da Argonautilus, associazione culturale ancora capace di sognare e regalare i suoi sogni a tutti.

Susanna

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