
A volte ci sono dei periodi in cui ci si sente senza una vera direzione. Indolenza, forse, oppure confusione mentale o ancora incapacità di individuare quale dei tanti progetti ci appartiene davvero e merita di essere realizzato.
Forse, il punto principale è trovare la risposta a una domanda netta: cosa mi manca? Cosa vorrei in questo momento?
Ci ho pensato, oggi e la risposta è arrivata da sola, formatasi nella mia testa con estrema naturalezza: che la gente fosse meno arrabbiata. E non mi riferisco a terribili fatti di cronaca, alle illogiche logiche della guerra, o a situazioni cruente. In questo caso c’è di che essere angosciati senza cercare spiegazioni.
Io mi riferisco alla vita di ogni giorno, quella fatta di situazioni apparentemente “normali”. L’anziano in un negozio che viene maltrattato dalla commessa perché non sa come si manda una mail dal telefono, la coppia che sbraita tra la gente perché al supermercato non è vero che l’olio è in offerta, le due ragazze alla stazione che deridono e insultano un uomo per via del suo maglione rosa, l’operatore di uno dei tanti call center che sfodera il suo repertorio di parolacce se non ti interessa ciò che ha da offrirti.
E i social… oh, i social…
I commenti su Sanremo in molti gruppi si basavano sulle orecchie a sventola di Pilar Fogliati, su quanto è grasso Tiziano Ferro, su quanto è inadeguata Laura Pausini, sul bacio a stampo tra due donne che in pieno 2026 fa inorridire e provoca insulti, su Raf che si è rifatto ed è ridicolo… Io cercavo commenti sulle canzoni per capire cosa piace oggi alla gente, pensate un po’.
Leggo di un saluto affettuoso e solidale ai ragazzi della Brigata Sassari, schierati lungo la Blue Line – linea che separa il Libano da Israele – in un momento così delicato, e vado ai commenti per capire se si sa qualcosa di più, ma anziché trovare calore e solidarietà, leggo tante frasi come “Peggio per loro, hanno scelto quella vita”, “Lo fanno per soldi se poi non tornano a casa pazienza”, ma anche “e che fanno di straordinario? Bastava restare a casa”, e via discorrendo.
Potrei continuare ma non ha senso. E così ho capito perché mi sento frastornata. Perché da sempre non mi trovo a mio agio con la rabbia. Con chi urla – usando la voce o una tastiera – con chi insulta, con chi vede solo il marcio o il marcio cerca, con chi ha da ridire su tutto e tutti. Con chi si approccia agli altri cercando di prevaricare o sottomettere, trasformando il rapporto con le persone in una battaglia, e vivendo costantemente su un ring. Ma questa modalità è oramai la più usata.
Ho conosciuto di recente numerosi tentativi di manipolazione, fosse anche nelle piccole cose, e ho capito fino in fondo che discutere, cercare di far capire, far notare incongruenze o invitare alla calma, è tempo perso.
Sto pian piano facendo pulizia, ma puoi farlo nel tuo orticello, là dove puoi dire “vengo in pace” e far entrare solo chi viene in pace come te. Ma nella vita di ogni giorno tra la gente, là è impossibile evitare rabbia e livore. La incontri al supermercato, nel traffico, allo sportello di una banca o sul tuo stesso marciapiede.
E così ti pare di non avere una direzione, ma soltanto perché in qualunque direzione vorresti incontrare più sorrisi che ghigni. Più “non lo so” che custodi della verità.
Non fateci caso, a volte capita a tutti di avere una serata “strana”, poi arriva l’abbraccio di chi ti ama, una telefonata da chi ti è caro, i messaggi dei tuoi meravigliosi allievi che ritroverai al prossimo corso, rivedi la foto di un viso amico o un gatto per strada ti fa le fusa, e ricordi che c’è anche dell’altro. Molto altro. E che l’isolamento non è la soluzione, lo è però far pulizia laddove si può.
E voi, state organizzando le pulizie di primavera?
