
Dopo aver fatto pace con l’AI e aver ammesso la mia tecnofobia, oggi sto riflettendo su qualcosa che quelli del mio tempo hanno sempre visto e vissuto come normalità: la lettura di un giornale.
Mi capita di prendere i mezzi pubblici – treni- metro – autobus – e ciò che vedo abitualmente è il capo chino e un cellulare in mano, in tutti i passeggeri. Io in genere li osservo, cerco delle particolarità, mi immagino la loro storia, a volte prendo appunti in un quadernetto dalla copertina variopinta perché penso abbiano qualcosa di insolito su cui valga la pena soffermarsi. Sono nate delle storie, nei miei brevi viaggi. Quando invece i percorsi sono lunghi, allora mi estraneo e leggo un libro. Me lo porto dietro, devo sentirne il peso in borsa e la consistenza tra le mani, l’odore se lo avvicino alle narici o l’eco in me quando lo ripongo prima dell’arrivo, qualunque sia la meta.
I giornali in realtà è da un po’ che non li leggo. Molte edicole stanno chiudendo (dal 2010 ad oggi 7 su 10 non esistono più, in 20 anni chiuse oltre 15 mila!) o si sono trasformate in punti multiservizi, e comunque il sistema di informazione cambia e stiamo cambiando noi. La distribuzione del giornale inteso come cartaceo è in costante calo e secondo alcuni monitoraggi, nel nostro paese ci sarebbero già 2000 comuni oramai senza una edicola, così come ve ne sono con una soltanto.
Ecco perché, giorni fa, ho sentito l’esigenza di fotografare una sconosciuta che in treno leggeva un giornale. Ha catalizzato il mio sguardo sia perché è oramai una insolita visione, sia perché era giovane e a dire il vero non me lo aspettavo. Ho dovuto resistere all’impulso di andare a parlare un po’ con lei, di avvicinarla per conoscerla: di questi tempi è facile insinuare inquietudine. Poi però me ne sono rammaricata, forse invece avrei dovuto farlo.
Ma scovare chi non sta navigando tra notizie veloci, titoloni trabocchetto e fake news o argomenti sensazionalistici, mi ha fatto pensare a qualcuno che necessita di una pausa. Di una immersione lenta, morbida, rilassante eppure concentrata e senza distrazioni. Leggere un giornale è una pratica che ancora mi capita di vedere nella mia cittadina isolana, dove alcuni stanno seduti sulla piazza a scorrere le notizie e magari a commentarle con vicini di panchina. Quando ero ragazzina, all’edicola sotto casa ho divorato fumetti al calduccio di una stufetta elettrica, poi adolescente ho fatto compagnia ad una amica che ci lavorava, cibandomi di fotoromanzi Lancio, e poco più grande ho conosciuto un ragazzo che mi aiutava a trovare tra le varie riviste argomenti inerenti a ricerche scolastiche. Tanti sono gli aneddoti legati all’edicola di legno del mio quartiere, tante le tappe legate alla mia crescita, tutto riemerso per via della passeggera del mio stesso treno.
Ho provato una piacevole sensazione che forse può apparirvi eccessiva, eppure ho annoverato questo banale incontro tra i piccoli miracoli di una giornata qualunque sui mezzi pubblici, e quando la passeggera è scesa – prima della mia fermata – un po’ mi è dispiaciuto.
“La preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale. Ci permette di situarci quotidianamente nel nostro mondo storico“. (Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Scritti e bozze, 1799-1808)