Susanna Trossero

scrittrice

La parola del giorno: Confini

Vi capita mai, seguendo un film o una serie, di sentire una parola qualunque del vocabolario che all’improvviso non è più una delle tante ma vi si insinua dentro? Si installa da qualche parte senza alcuna discrezione tanto che non la si può ignorare a lungo, qualsiasi cosa facciate nel frattempo lei è là in cima ai pensieri. Anzi, riesce a provocarne, di pensieri, mettendo in moto qualcosa che preme per essere sviscerato oppure riesumando vecchiume da soffitta, di quello che si accumula ma non riusciamo mai a buttar via.

La mia parola di oggi è… Confini.

Confini. Il vocabolario dice che si tratta, in generale, di linee o zone che separano e allo stesso tempo mettono in contatto due aree (geografiche, politiche, amministrative e così via). Una sorta di linea di demarcazione insomma che si estende, tra le tante possibilità, anche in campo psicologico: “i confini definiscono e proteggono l’identità individuale”.

A volte, il sentirsi invasi non viene percepito subito nella sua totalità bensì elaborato come sensazione sgradevole spesso messa via per quieto vivere. Potrebbe addirittura provocare disagio insinuando un senso di colpa per ciò che si prova.

Eppure… Differenziare noi stessi come singoli individui dagli altri, non è un atto di egoismo. Porre un confine tra la nostra realtà e quella di un altro protegge da frustrazioni, impone un certo riguardo per ciò che vogliamo o non vogliamo. Porre dei paletti, in definitiva, per far sì che le richieste/pretese/aspettative degli altri, non espresse in modo palese ma palesemente insinuate in noi, non diventino prevaricazione. Certamente il discorso si fa duplice, ovvero anche noi dobbiamo rispettare i muri di cinta altrui, e il discorso si fa ampio inserendo una nuova parola: rispetto. Quello reciproco, intendo. Tuttavia la parola di oggi è “confini”, quelli che sbiadiscono giorno dopo giorno per via di un compromesso, del quieto vivere, del desiderio di accettazione o ancora della salvaguardia di un legame affettivo di vecchia data oppure in nome della comprensione per aspetti caratteriali dell’altro.

Illuminante una spiegazione trovata su Psicoadvisor: “Si crea quindi una sorta di gioco di ruolo in cui l’invasore ritiene normale che l’altro funga da strumento, da mezzo per realizzare i propri scopi”.

E così, da un momento all’altro, guardando un film, la parola emersa dal mucchio ha inserito nella mia lista di cose da fare la ridefinizione dei miei confini. Non rigidamente, nessuna armatura: la mia naturale empatia e la mia indole accogliente non me lo permetterebbero né lo vorrei perché un eccesso in tal senso porta inevitabilmente all’isolamento. Ma neppure in maniera labile: il difendersi da intromissioni non gradite o manipolazioni contribuisce a una naturale difesa dei propri spazi e a una sana capacità di saper dire “no”.

Individuare chi ha superato la linea di demarcazione forse fino ad oggi confusa o poco netta, non sarà difficile. Il difficile sta nel lavoro di pulizia che ne consegue.

Confini, non armature.

Perché… “é nel rapporto con il proprio sé che si sviluppa il rapporto con il prossimo” (Erich Fromm)

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Io mi cibo di te, tu di me

Cibo

Tutto, è cibo per qualcun altro.

Si ciba del succube colui che cerca qualcuno da sopraffare e, sazio, si bea con gli amici.

La bellezza di una donna insicura, si ciba della mancanza di avvenenza di altre e si ciba di attenzioni l’innamorato che teme l’abbandono, e necessita di conferme costanti.

Di che cosa si ciba lo scaltro, se non dell’ingenuo che suo malgrado facilita mosse scorrette…

Dove c’è un debole c’è un forte con denti di vampiro e insaziabili appetiti, e là dove c’è un timido ecco arrivare il morso dell’arrogante!

Quante e quali invisibili situazioni, si annidano nel banale quotidiano, dove si allestiscono silenziosi banchetti che sembrano suddividere il genere umano in due distinte categorie: l’affamato, e colui che sfama. Nondimeno, come disse Peter De Vries, “L’ingordigia è un rifugio emotivo: è il segno che qualcosa ci sta divorando.” E allora, siamo davvero sicuri che il divoratore non sia egli stesso cibo?

Erich Fromm, nel suo “Avere o essere” così si pronunciò:

“In contrasto con bisogni fisiologici come la fame, che hanno precisi limiti di soddisfazione, legati alla fisiologia dell’organismo, l’ingordigia mentale – e ogni avidità è mentale, anche se la si soddisfa tramite il corpo – non ha un limite di sazietà, poiché il suo esaudimento non colma il vuoto interiore, la noia, il senso di solitudine, lo stato di depressione che invece dovrebbe vincere.”

Quanta fame e quanto cibo cela la famiglia, quanta e quanto tra gli affetti più cari o alla base di un legame; bramosia di difficile controllo, che rende cannibali anche gli insospettabili.

Rapporti a due, appena nati o collaudati, in cui proprio l’insicuro è colui che più morde e il più paziente diviene cibo per quieto vivere…

O le madri ingombranti, ingorde di sé stesse che – mai sazie – sbranano i figli considerati un intralcio.

I padri padroni, che divorano figli da loro mutilati senza averne mai abbastanza, o quelli assenti, troppo presi a cibarsi del loro stesso egoismo.

E i figli, famelici e voraci, dai continui bisogni insoddisfatti…

“Eppure ognuno uccide l’oggetto del suo amore,
da ognuno sia questo saputo:
v’è chi lo fa con sguardo amaro,
e chi con una lusinga,
il vile con un bacio,
l’animoso con la spada!”
(Oscar Wilde)

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