
Quando ero ragazzina, le madri nei momenti di relax e con la bella stagione si affacciavano alla finestra. Ne vedevi spesso, ti facevano ciao con la mano, guardavano lontano inseguendo i pensieri o svuotandosi da essi in un momento di tranquillità e riposo dalle incombenze. Affacciarsi alla finestra era un po’ come raggiungere le piccole magie dell’esterno, stare in osservazione contemplando la semplicità delle giornate primaverili, le rondini, il cielo, i disegni candidi delle nuvole che a volte erano conigli, altre musi di cane, altre ancora strani fiori. Assorbivano il rassicurante vociare dei figli che stavano su pattini a rotelle o biciclette, proponevano merende inascoltate, sorridevano ai vicini o esternavano all’aria malinconie segrete che solo l’aria avrebbe custodito per sempre.
Qualcuno ha detto che le porte hanno un che di riservato ma le finestre no, si spalancano sul mondo che fuori ci racconta storie o ce le ispira, e tanti hanno scritto di questi grandi varchi che ricollegano al fuori portandolo dentro:
“Finché esisteranno finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà.” (Amélie Nothomb)
Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra, talvolta vediamo la vita nell’aria. E la chiamiamo polvere. (Stefano Benni)
Quando le finestre diventano quadri, allora è estate. (Fabrizio Caramagna)
Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo dalla finestra io sto lavorando? (Joseph Conrad)
Io, da giovanissima, cercavo fuori dalla finestra della mia camera il significato dell’amore: credevo di conoscerlo ma ne stavo appena scoprendo lievi sfumature, la superficie che subdola ammalia mentre il sotterraneo malessere ne inquina la bellezza. Non ci sono gli strumenti ma tutto è nell’aria, l’istinto lo coglie e immagazzina, poi l’esperienza farà il resto. Seduta a cavallo del davanzale mi ponevo domande senza ricevere risposte, sul letto giaceva il diario in attesa, tenuto chiuso da un lucchetto che ne decretava l’inviolabilità. Dedicavo mie poesie dal discutibile valore letterario alle voci fuori, alle corse sudate, ai giochi di gruppo che di lì a poco sarebbero stati abbandonati. Stavo ad un passo dall’altrove ma ancorata all’innocente presente. E mentre mia madre alla finestra pensava, io alla finestra crescevo.
Queste giornate d’aprile di glicini in fiore hanno parte di quell’odore lontano eppure sempre vicino al cuore. Non vorrei tornare indietro perché crescere è strano, confonde le idee, e il vero bello sta nell’attimo prima che accada. Ecco, se potessi ancora una volta tornare alla giovinezza vorrei riassaporare quel momento lì, in sella alla bicicletta, a cantare una stupida canzone di Marcella Bella con tutta la voce che avevo in corpo e senza conoscere imbarazzo. L’attimo prima. L’attimo prima di tutto. Magrissima, con il futuro talmente da immaginare che sembra inesistente, qualcosa di cui solo i grandi hanno coscienza. E ti puoi permettere di preoccuparti soltanto del giorno dopo, con la prof che riderà delle tue collanine indossate per colpire il compagno di scuola.
Adesso la casa è silenziosa. Assente di madre, padre, figlia adolescente. La guardo e non sarà mai più la stessa.
Quando quelle finestre sono aperte, il dentro cerca fuori qualcosa che non trova. E il fuori porta dentro acute nostalgie.



Il silenzio accompagna quell’inevitabile lasciarsi andare notturno, quando solo il latrato di un cane lontano o una tortora insonne danno segni di vita.