
Me lo ricordo, quel fruscio di conchiglia poggiata all’orecchio.
Vivevo al mare e di mare. Estate, inverno, stagioni intermedie… E la conchiglia che mio padre mi porgeva perché ne ascoltassi la voce, sebbene diversa era sempre la stessa. Perché il messaggio era il medesimo: un sussurro indimenticabile che se chiudevo gli occhi mi portava sotto il mare, da dove proveniva.
Sì, sotto il mare si sente quella voce, e basta andar giù trattenendo il respiro per ascoltarla. Suggestioni del padiglione auricolare che insieme a una conchiglia funge da cassa di risonanza e pare quasi il flusso del sangue, se ti è capitato di fare quel particolare esame ecografico che te lo fa udire all’esterno.
Però, quando ascoltavo quella musica, non pensavo a esami diagnostici ma a chissà quale messaggio mi stava mandando il fondale marino. Mio padre fissava la mia estasi sorridendo, ed è stato terribile cercare oggi quel suono portando una conchiglia all’orecchio, chiudere gli occhi ritrovandolo all’istante e tornare ancor più indietro a scovare fantasie di stelle marine e sassetti lucenti.
I sensi, a metterli in moto, restituiscono ogni cosa.
Quasi ogni cosa.
Per questo è stato terribile raggiungere quel tempo leggero: c’era il suono, la suggestione, le fantasie, ma riaprendo gli occhi non ho trovato lui, mio padre, a sorridermi.