Susanna Trossero

scrittrice

Alla ricerca del tempo perduto

Delitto e castigo… E se fosse questo il titolo giusto per una autobiografia? Questo il modo giusto per presentarla?

In questi giorni, con i miei allievi, si riflette sul passato, sulla necessità di riesumarlo quando limita e inquina il presente impedendo al futuro di arrivare, o su quella di lasciarlo chiuso in uno dei tanti cassetti della memoria perché ha già svolto il suo compito, il cerchio si è chiuso e ogni conseguenza è stata metabolizzata. Riesumare un fantasma, quando non necessario, mette in moto l’atto del rimuginare creando nuovi pensieri ossessivi. “Cosa fatta capo ha”, sostiene il mio allievo Damiano da sempre, e l’efficacia di questa saggezza popolare può essere applicata quando non serve fare il contrario, sono anche io d’accordo.

Si parla di lettere, di diari, di ricordi, di incontri, si condividono storie di quando eravamo ragazzi scoprendo che questi racconti svolgono addirittura funzione di indagine sociologica e forse, se riportati sulla carta, regalano memoria storica di un tempo andato del quale è bene lasciar traccia per comprendere meglio il presente.

Due sono i corsi di questo mese, oramai partiti e arrivati a metà strada: quello sulla scrittura terapeutica e quello sulla scrittura autobiografica, che ne fa parte. E finisco anche io per riesumare qualcosa, nel percorso di chi mi segue, coinvolta dalle storie altrui che divengono di tutti.

Oggi, appena finita la lezione, mi sono sentita malinconica. Ho rivisto le radici della mia personalità e ho trovato intollerabile questo veloce passare del tempo. Tempo che ci regala saggezza, esperienza, capacità di giudizio, risposte alle domande, ma a quale prezzo? Mancanze, mutilazioni, una nuova stanchezza, ricordi che sbiadiscono e altri che si sono tatuati nel cuore.

Questo scorrere del tempo, in che modo lo ha percepito mia madre? Il mio diventare donna dopo essere stata per tanto tempo la sua bambina, come lo ha vissuto mio padre?

Alla ricerca del tempo perduto.

Tappe. Tappe obbligatorie, dense di significato, comprese sempre troppo tardi. Non ho rammarichi per il non compiuto, né rimorsi per il compiuto, ma sento struggimento e nostalgia per i frammenti dimenticati per strada. Forse è questo diventar grandi: perdere qualcosa di sé.

Voglio la testa tra le nuvole, stasera. Voglio lo sguardo penetrante di Cinzia, la risata cristallina di Ornella, le poesie di Nenè, le merende di zia Mafalda, le lenti grosse di Valeria e il suo maglione a righe, il finto miagolio dei compagni di giochi sotto le finestre, i cugini la domenica, il diario personale fitto fitto di parole stenografate perché nessuno degli adulti potesse decifrare, Phil Collins e gli Inti Illimani, gli occhiali Lozza e il mangiadischi, Drupi che spiega cosa significa essere sereni. E voglio me al tempo di tutti loro, di tutto questo, così stupidamente inconsapevole di avere tutta la vita davanti, unico bene prezioso che da ragazzi si dà per scontato quasi fossimo immortali.

A volte, un corso di scrittura è questo che fa: provoca emozioni, resuscita ciò che non c’è più, restituisce esperienze sensoriali fatte di suoni e profumi.

Comincia ad arrivarmi qualche messaggio WhatsApp dagli allievi e capisco che tutto questo non sta succedendo solo a me che ho fatto lezione ma anche a loro, e trovo sia bellissimo.

La scrittura è uno strumento di comunicazione, offre la possibilità di far sentire la nostra voce interiore, spesso trascurata per distrazione. Ci ricorda che pensare emotivamente ci rende unici, forse migliori. Di certo più profondi.

Adesso vado a leggere i vostri messaggi, i vostri racconti. E a dirvi, in risposta, quanto vi sono grata. Restiamo un altro poco insieme, sulle nuvole.

Alla prossima.

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Cosa siamo diventati, noi “adulti”?

23 aprile scorso, giornata mondiale del libro: utilizzarla per promuovere la lettura – io che leggo tantissimo e che amo scrivere – mi è parsa una buona idea. Mattina di sole, Roma mi sorride finalmente, impossibile stare a casa, no? Così, armata delle migliori intenzioni, decido di portare in giro qualche copia dei miei libri e di regalarne ai passanti con un sorriso e un “felice giornata del libro”. Un gesto gentile, simbolico, in una ricorrenza come questa.

Ed ecco che il tutto si trasforma in una indagine sociologica che mi ha lasciata a dir poco perplessa, e che vorrei condividere con voi.

 All’uscita di una metropolitana frequentatissima, io cammino per recarmi a un appuntamento e nel frattempo comincio la distribuzione a caso, tuttavia prediligendo chi – in mano – un libro lo ha già, perlomeno per avere la certezza di scegliere amanti della lettura.

Ebbene, i giovanissimi esultano felici, ringraziano e si aprono in sorrisi cordiali, facendo gruppo per sfogliare subito l’inaspettato regalo.

Gli “adulti”… Che è successo, agli adulti? Sì, noi adulti, e metto anche me nel mucchio perché non sono esattamente una ragazzina: che cosa siamo diventati?

Non appena porgevo loro il libro e sorridendo dicevo: “Un piccolo regalo per lei, felice giornata del libro”, istintivamente tutti  indietreggiavano di un passo, quasi a volersi difendere, e poi con espressione torva in volto dicevano cose come “No guardi, non è proprio il momento” oppure “No, non posso, mi dispiace” e ancora “No, lasci stare, non ho tempo” e poi il consueto “No, non mi serve niente”. Se notate, tutti esordivano con un no. No a un pensiero gentile, no a un regalo, no ad un gesto carino e simbolico. Io dicevo “non importa” e proseguivo rasserenandoli così sulle mie non malvagie intenzioni.

Tuttavia, a quel punto, ho continuato a fermare persone mature non tanto per masochismo quanto per comprendere se si trattava di casi isolati, o se mi trovavo davanti al comportamento abituale di coloro che gli “anta” li hanno superati.

Provate un po’ a indovinare? Nessuno ha accettato l’omaggio.

È questo dunque, diventar grandi? È diffidare sempre e comunque? È non accettare “caramelle” dagli sconosciuti? È non credere più che qualcuno possa compiere un gesto gentile senza chiedere qualcosa in cambio? È perdere totalmente la capacità di godere di una piccola cosa?

Funziona così solo in caotiche e aggressive città, oppure ovunque?

Quante cose vanno perdute, rispetto a quelle guadagnate, crescendo?

Con rammarico per tutti coloro che non sanno più dire grazie, vi lascio alle mie domande sperando che qualcuno abbia voglia di dire la sua. Un abbraccio per niente adulto,

Vostra Susanna

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