Susanna Trossero

scrittrice

L’intelligenza: che cosa è?

Vi capita mai, fissando il cielo sopra di voi, di lasciar andare i pensieri senza interferire? A volte si mescolano tra loro senza logica, altre formulano parole non messe in preventivo, altre ancora si uniscono alle nuvole trasportate dal vento perdendosi, oppure arrivano a generare domande o – se siete fortunati – addirittura risposte.

Ieri, con il naso all’insù, di colpo mi sono domandata cosa sia l’intelligenza.

Un tempo la associavo alla cultura: più cose sai più sei intelligente. Ma incontrare qualcuno che possedeva una memoria fotografica e una conseguente cultura enciclopedica, se dapprima mi ha fuorviato poi dopo nel tempo mi ha fatto giungere alla conclusione che la cultura con l’intelligenza può anche non avere un briciolo di attinenza. E, senza volerlo, sono arrivata alla medesima conclusione di Eraclito, anche se ci ho messo più tempo. Dunque l’intelligenza non è abilità, ognuno ha le proprie in fondo.

Il termine deriva dal latino “intelligere” e sembra si riferisca alla capacità che una persona ha di capire le cose, più che di saperle, giusto? E io ho capito. Bene. Ma non sono andata oltre visto che ancora mi domando cosa sia veramente l’intelligenza. Che ne dicono in proposito, i grandi pensatori?

Bertrand Russel disse che “il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”. E non è l’ultimo arrivato, visto che nel 1950 vinse il Premio Nobel per la Letteratura.

Interessante il punto di vista di un altro grande, il filosofo Kant, il quale scrisse qualcosa il cui senso mi invade: “Si misura l’intelligenza di un individuo dalla qualità d’incertezze che è capace di sopportare“. Qui mi soffermo da ieri. Perché in fondo credo che l’intelligenza equivalga al saper stare al mondo, e in questa capacità è insita quella dell’adattamento: all’ambiente? Agli altri? Alle circostanze? Quindi si deve valutare anche l’interazione con gli altri, il saper usare le esperienze come lezioni di vita in cui persino l’errore è il benvenuto perché ha tanto da insegnare.

Troppa carne al fuoco. Troppe risposte a una sola domanda. Ma forse non c’è un’unica risposta universalmente valida, conseguenza del fatto che non esiste una unica forma di intelligenza. O si?

Mi sono incartata. Mi venite in aiuto?

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La comodità del non pensare

Mi lascia sempre perplessa l’incapacità di troppi di scindere l’opinione dal fatto. Certo, chi ci garantisce che la tale cosa che ci viene raccontata non sia un’opinione personale, scaturita da infiniti fattori e influenze, piuttosto che un fatto reale, indiscutibile, concreto? O viceversa, naturalmente.

Forse la volontà di ragionare, di documentarsi quando possibile, di comprendere, di liberarsi da schemi a favore di un’apertura maggiore. Oppure, più semplicemente, di ascoltare la scomoda voce dell’intelligenza. Non sappiamo più farlo?

Fin troppo spesso, per inseguire un’idea, un sogno non concretizzabile, o un indottrinamento, diventiamo ottusi sfiorando il fanatismo. Perdiamo la vera capacità di giudizio, l’obiettività necessaria a staccarci da una massa.

Mi fa paura. Mi fa paura perché credo che altrettanto spesso non ce ne avvediamo. Il più intelligente, colto, lungimirante, sospende il giudizio barricandosi dietro “nozioni” e alibi necessari a non mutare un’idea che più non ha ragione d’essere. Fossilizzato nel pensiero datato, ammuffisce nella banalità e muore, seppur restando vivo. Perché sei morto, se non sai più fare un passo indietro e dire a te stesso che qualcosa in cui volevi disperatamente credere non esiste.

Siamo stati “educati” fin da piccoli a non pensare, almeno da adulti cominciamo a farlo.

Elucubrazioni mentali che mi strattonano, mentre cammino solitaria nei pressi di Castel Sant’Angelo, in quel punto in cui si vede svettare austera la Cupola di San Pietro.

L’aria si è rinfrescata, i sampietrini sono lucidi come vorrei fossero sempre i miei pensieri. Speriamo bene.

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