Susanna Trossero

scrittrice

Il valore di una cicatrice

Dal 1 gennaio 2021, la Fondazione BRF (Istituto per la Ricerca in Psichiatria e Neuroscienze) ha aperto un osservatorio permanente che monitora i suicidi – tentati o purtroppo riusciti – in Italia. Già di per sé questo è spaventoso, poiché sta a significare quanto il fenomeno sia allarmante e in crescita. Per fare un esempio: nell’intero anno 2023 si contano 888 suicidi più 833 tentati suicidi.

Nello stesso anno, 7000 persone si sono rivolte a Telefono Amico Italia per gestire pensieri suicidi: i volontari rispondono dalle 9 del mattino a mezzanotte al numero 02 2327 2327.
Ci sono però anche altre due modalità per chiedere aiuto: il servizio di chat WhatsappAmico (324 011 7252) e la mail, accessibile attraverso la compilazione di un form anonimo sul sito www.telefonoamico.it. Si garantisce riservatezza, anonimato, un importante supporto e tempo per confrontarsi e non lasciare che un gesto così definitivo prenda possesso di situazioni risolvibili. Non sentirsi soli è un primo passo.

Molte più informazioni e dati si trovano su questo sito.

Imparare ad affrontare, accettare e gestire le delusioni, le frustrazioni, le mutilazioni che la vita elargisce a piene mani, è certo un punto di partenza e non deve rappresentare un tabù ammettere le proprie vulnerabilità, niente di cui vergognarsi

Sul testo di Albert Camus intitolato “Il mito di Sisifo” – un saggio che si colloca a metà strada tra letteratura e filosofia – si legge che cominciare a pensare è cominciare ad essere minati… E ancora: Uccidersi è confessare: confessare che si è superati dalla vita o che non la si è compresa. Ma Camus scrive inoltre che La speranza non può essere elusa per sempre e può impossessarsi anche di coloro che volevano liberarsene.

Non è dunque patetica, la speranza, non è ridicola nel momento in cui non si basa su pretese assurde. Speranza non significa che tutto necessariamente si rimetterà a posto, significa però che si può e si deve ricominciare, vivere in un’altra maniera e tante ce ne sono da scoprire. Tra le macerie vi sono sempre pezzi rimasti intatti, su cui fondare un nuovo inizio. A metterli insieme forse all’inizio non sarà un bel vedere: di certo molti non combaceranno perfettamente ma finiranno per avvicinarsi un poco di più giorno dopo giorno, e i segni che resteranno evidenti ricorderanno che abbiamo vissuto.

L’arte dei giapponesi di riparare oggetti rotti unendone i pezzi mediante una tecnica artigianale che fa uso di una lacca naturale, mescolata a polvere d’oro o d’argento, conferisce al danno qualcosa di prezioso, in un senso filosofico: resilienza e bellezza dei difetti, valore di una cicatrice. Dell’oggetto o dell’anima. Si chiama Kintsugi.

Nelle statistiche lette sul suicidio, ho scoperto che il tasso più alto e tra quelli della mia generazione. Eppure, proprio a noi, è stata insegnata l’arte del Kintsugi da genitori che neanche sapevano cosa fosse ma che con il loro esempio ce l’hanno mostrata. E allora perché?


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