Susanna Trossero

scrittrice

Il vivere crea bisogni

A volte basta l’introduzione di un libro, per dar voce a ciò che risulta essere la conclusione di un personale ragionamento. Nel mio caso il libro è “Perché la sofferenza”, di J.Konrad Stettbacher, psicoterapeuta di Berna.

L’introduzione, curata dall’autore stesso, così recita:

“Ogni essere umano che abbia almeno una volta potuto provare quanto sia prezioso un comportamento protettivo, comprensivo e creativo, e quanto sia piacevole una convivenza pacifica e appagante, vorrà conservare questa possibilità di vita e impegnare le energie di cui dispone per realizzarla. Tuttavia non siamo evidentemente ancora arrivati a questo punto”.

Convivenza pacifica e appagante… Tutto ciò deve riguardare la nostra piccola isola felice e le nostre relazioni interpersonali – amicizia, amore, legami affettivi di vario genere – ma anche il rispetto per il luogo che ci ospita e per i rapporti anche meno profondi o approfonditi. Nella vita, così come nella letteratura, esistono personaggi principali ma anche secondari, comprimari o comparse. Così come esiste l’ambiente che ospita le nostre storie e il nostro vivere.

Questi giorni riflettevo sul fatto che ognuno di noi è un forziere: contiene tante cose all’interno, dalle più belle che spesso lasciamo emergere a quelle inenarrabili che cerchiamo di celare ai più, ma con le quali si fanno comunque i conti.

Siamo davvero chi diciamo di essere? E coloro su cui scommetteremmo, sono davvero ciò che noi pensiamo siano? Quante maschere indossiamo a seconda delle circostanze?

Mi sono trovata nella condizione di non capire cosa penso, una volta appurato che alcune delle persone che io nella vita ho reputato integre e tutte d’un pezzo, in realtà erano più deboli e confuse di quanto io credessi. Forse, ammettere le nostre vulnerabilità accettandone il prezzo, ci rende comunque migliori anche se giudicabili. In fondo, essere se stessi accettando le conseguenze significa anche sostenere l’infelicità che l’essere se stessi può provocare, negli altri ma anche in noi. Eppure, in questo caso la verità è una forma di rispetto. Costa, tuttavia essa stessa genera rispetto.

Lo psicoterapeuta su citato, sostiene: “L’unico senso del soffrire sta, a mio parere, nel dissolvere la sofferenza. Questo significa cercarne e identificarne le radici per poter impedire sofferenze future”.

Metterci in primo piano e dissolvere ogni remora o timore prendendo in mano i nostri reali bisogni, è egoismo o salvezza per noi e per chi ci sta accanto? Si tratta di salvezza per entrambi?

L’autoconsapevolezza, forse dovrebbe affrancarci dall’eterno bambino che in noi resiste e teme di non essere considerato buono. Ma mancanza di chiarezza che impedisce di orientare se stessi in una nuova e non preventivata situazione, non rischia di disorientare ancor di più?

Tu che mi dicesti “Non so se riuscirò a leggere il tuo libro sul male d’amore perché mi fa paura”, non avresti dovuto avere più paura del taciuto? Non avresti forse dovuto scavare seppur faticosamente, per trovare la tua, di verità? O è proprio la nostra verità a decidere se emergere o no in base a quanto siamo in grado si sopportare… Lei forse sa. Sa molto più di noi che la educhiamo, la edulcoriamo. Ancor più: la imbavagliamo.

Quando la coscienza insinua il dubbio che “volere” rappresenta un pericolo, ecco che nasce la necessità di placare. Ma quanto può durare questa finzione senza che tutto si sgretoli, in noi o all’esterno…

Storie.

Storie d’altri che diventano mie per un senso d’appartenenza dettato dall’empatia, a volte destabilizzando, a volte completando, a volte dando vita a un post impregnato di domande senza risposta, proprio come questo.

Sì, sono confusa. Il vivere crea bisogni. Il soddisfarli sempre e comunque non sempre è trasformabile in virtù. Il non farlo, non sempre è considerabile ipocrisia.

C’è qualcosa, nel mezzo? Forse sì: una trappola.

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