Susanna Trossero

scrittrice

Buon Natale

Quanta gente si è riversata per le strade della capitale, in questi giorni. Un fiume inarrestabile e tante buste tra le mani, la corsa agli ultimi acquisti prima di prendere posto a tavola. Oscar Wilde disse “A tavola perdonerei chiunque“, ma Cicerone fu ancora più incisivo: “Il piacere dei banchetti non si deve misurare dalle squisitezze delle portate, ma dalla compagnia degli amici e dai loro discorsi“.

Che cosa è, il Natale? Per molti è oramai una questione commerciale, per altri è rimasta una festività religiosa, per i più è legato alle riunioni familiari e al calore della tavola imbandita, e dunque quando le sedie si svuotano la malinconia strangola levando il respiro. Ma quando tutte le sedie sono occupate sono il tintinnare delle posate o il vociare dei bambini a riempire ogni stanza…

Ho bellissimi ricordi, legati al Natale, e forse questo me lo rende ancor di più un giorno nostalgico, ma è anche vero che si possono mantenere con noi coloro che non ci sono più proprio facendo ciò che amavano: cucinare, addobbare, inpacchettare, brindare, abbracciare, stare insieme.

Ecco: stare insieme. Il Natale in fondo è proprio questo, una occasione per stare con chi ci è caro, o per stare – così come ho letto oggi – proprio dove desideriamo essere.

In questi giorni sono accadute tante cose differenti, belle e meno belle, ma tutte mi hanno regalato spunti di riflessione di uguale importanza. Ma ho ricevuto tanto calore, dolci pensieri, pacchetti inaspettati (grazie Jennifer!), ho curato le mie piante, il mio uomo e i miei amici, e ho anche compreso l’importanza di stabilire netti confini quando necessario, senza per questo provare amarezza.

Le relazioni sociali rappresentano per me da sempre un pilastro fondamentale per vivere appieno ogni cosa e sempre lo saranno: gli altri siamo noi ed è attraverso gli altri che ci conosciamo a fondo e che impariamo a dare per il puro desiderio di farlo, e ricevere mantenendo intatto lo stupore.

Sono grata alla vita per gli innumerevoli doni ricevuti e per i nomi che sempre più numerosi abitano il mio cuore, ecco cosa dirò al Natale ed ecco perché potrei anche non trovare sotto l’albero pacchetti da scartare.

Il mio grazie di oggi 24 dicembre, va a tutti coloro che mi hanno insegnato a restare un po’ bambina perché nel cuore sia sempre festa, in particolar modo i miei genitori che in tempi di privazioni e guerra costruirono aquiloni disastrati in una povertà vera ch’era ricchezza sconfinata.

Non so come sarà il vostro Natale, il tempo che passa forse tante cose modifica, ma spero per tutti voi – che siate soli davanti a una serie tv o con i vostri cari seduti a una tavola imbandita – che possediate nel cuore i vostri personali pacchetti. Perché il tempo non sia solo scandito da trilli di sveglia, scadenze, incombenze, inutili attese o solitudini ammassate in un centro commerciale.

Che ogni singolo giorno sia un pacco da scartare e mai più sia da incartare e riporre il suo contenuto.

Buon Natale

Susanna

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La casa che brilla di libri e lucine

La casa brilla di sogni dell’infanzia, con il villaggio di Babbo Natale, lucine colorate, l’abete, le candele rosse e oro, gingilli e ricordini di feste passate regalati dagli amici più cari. E adesso?

E adesso si prova a non vedere tra i finti aghi verde scuro ciò che manca. Quei giorni lontani, le voci, il tintinnare di bicchieri del servizio buono, il campanello che suona e porta tutti gli altri commensali, l’auto degli zii al parcheggio, il luna park proprio sotto casa che manda i dischi di Raffaella Carrà…

Ecco, si prova a non vedere. E a non sentire.

Si riparte da qui, contando non le mancanze ma le presenze che ancora scaldano il cuore e fanno sentire amati, fortunati, ci fanno esistere ora come allora, tra le luminarie e la corsa ai regali.

Mi guardo attorno e la casa mi piace, è tana, e quei giochi di luce qualcosa sanno ancora restituire. In nome del passato e di ciò che ho avuto, voglio un presente di colori anche per chi non c’è più. E sarà ancora Natale, lo prometto. A loro e a me.

In questi giorni, per esorcizzare la malinconia, mi sono tuffata in quell’altrove che i libri mi sanno dare e mi sono ritrovata tra le mani un vecchio romanzo degli anni ’70, “Forse non sei così importante” di Marica Razza ((Trevi Edizioni), uno stile che sfiora il flusso di coscienza ma con una perfetta cura delle parole. La voce narrante offre una sincerità spiazzante che tocca tanti aspetti del privato, dai sentimenti al sesso, dalle aspettative all’evasione, solitudine e ricerca.

Frasi bellissime, elucubrazioni incisive, dubbi in cui ritrovarsi, coinvolgimenti e motivi di riflessione, nonché una disturbante visione dell’omosessualità filtrata dagli anni in cui è affrontata. Da leggere di sicuro.

Invece non sono riuscita a proseguire il romanzo “Domani nella battaglia pensa a me” di Javier Marìas (Super ET) perché troppo… denso. Non so come spiegare con altre parole. L’inizio mi ha colpita e per un po’ ho proseguito perché la situazione era particolarissima e mi incuriosiva, ma nonostante la indiscussa capacità narrativa di un autore pluripremiato, ad un certo punto mi sono sentita annegare tra le parole e lo stesso effetto visivo delle pagine – dopo il punto non va mai a capo – contribuiva a non darmi respiro. Non so se e quando riprenderò questo romanzo, ma per il momento ho rinunciato in favore di “Gelosia” di Camilla Baresani (La Nave di Teseo), avvincente storia da cui non riesco più a staccarmi! Ma non vi dico altro, anche perché al momento sono a metà strada.

Aggiungo però che questo è un libro che mi fa riflettere sui rapporti umani e sulle mille sfaccettature che ci differenziano gli uni dagli altri, e mi rendo conto che più si cresce meno si è disposti a nutrirci di ciò che non ci sfama. In fondo è giusto: dopo tanto vagare alla ricerca di persone che parlano la nostra stessa lingua e dopo la gioia di averne incontrate, diventiamo selettivi nei legami più profondi, d’amore o d’amicizia, e smettiamo di aver voglia di spiegare.

Libri, vita vera, luci di Natale. Oggi ho mescolato tutto insieme così come si fa davanti a un’amica con la quale si sta prendendo un tè, non è vero?

Il mio è alla vaniglia, e il vostro?

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Sentirsi naufragare

Quando è stata l’ultima volta che vi siete sentiti naufragare?

Io al rientro dalle vacanze, quando mi sono resa conto che per la prima volta non dovevo fare “quella” telefonata… Sì, quella di tutta una vita, che serve a rassicurare una madre: sono arrivata a casa, mamma.

Sì è stato un buon viaggio.

Tranquilla non sono stanca, sto bene.

Ma certo, mangerò, ho appena fatto la spesa…

Riti.

Avrei voluto questa “incombenza”, ma ho sentito nell’urgenza dell’abitudine il vuoto dell’assenza. Un altro pezzo perduto per strada, una struggente malinconia mentre imbarcavo acqua e mi sentivo affondare nella mancanza.

Una mancanza è fatta di tante tappe, e questa è stata l’ennesima alla quale abituarsi: il primo Natale senza quell’abbraccio, la prima Pasqua senza l’ovetto, il primo compleanno senza quel “Io non voglio disturbarti quindi appena ti svegli chiamami tu così ti faccio subito gli auguri”, e poi raccontarci delle piantine che sono fiorite, scambiarci ricette, cucinare l’una per l’altra, spettegolare al tramonto, ricordarle le medicine… Stavolta è stata la non telefonata al rientro. Quante tappe, quanti “non più” che si sommano e si sommeranno fino a diventare condizione normale. Ma ci vorrà ancora molto perché tutti questi appuntamenti oramai annullati diventino bagaglio e il bagaglio da disfare a fine vacanza non preveda interruzioni per “quella” telefonata.

Intanto il lento naufragar non mi è dolce, caro Leopardi, tu che a scuola ci insegnasti l’estasi del pensiero e usasti il mare come metafora. No, io ho imbarcato acqua sul serio, semplicemente. Ma, come sempre, ho raggiunto di nuovo la riva ed eccomi qui a scriverne, nel mese dell’uva buona e dei quaderni di scuola.

E voi, voi per cosa di recente siete naufragati? E quale zattera vi ha riportati a riva?

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Impossibile non rimpiangere la bellezza

Cara vita passata,

quante tracce hai lasciato in me e quante ne lasci in tutti noi… E quando il tempo trascorso ci allontana dall’infanzia, quando l’adolescenza dura un attimo, e la gioventù se ne va, ecco che la nostalgia bussa alla porta mettendo in moto sensazioni e malinconie che proprio la gioventù non conosce.

La Pasqua era il momento in cui – così come a Natale – si organizzavano i pranzi di famiglia e arrivava anche lo zio più grande con la nave, e i cugini più piccoli di me tutti pronti a far festa. Cara vita passata, nella mia famiglia non c’erano discussioni, recriminazioni, non si covavano rancori e nulla c’era di irrisolto tra gli adulti. C’era soltanto la voglia di stare insieme, di condividere il momento e il cibo, di scoprire le sorprese dell’uovo di Pasqua (ciondoli, sempre ciondoli), di giocare a nascondino sotto casa, di finirla in bellezza con la Colomba ricca di mandorle e canditi mentre i “grandi” prendevano un amaro lamentandosi puntualmente di aver mangiato troppo.

Cara vita passata, che bella famiglia ho avuto. Troppi non ci sono più e il tempo che passa alimenta quella nostalgia che speravo proprio il tempo mitigasse.

La Pasqua – così come il Natale – non era per noi un fatto religioso, inutile negarlo: era una scusa. Una scusa per sederci tutti attorno a un tavolo e per far tintinnare posate e bicchieri.

Cara vita passata, ho fatto parecchi errori di scelta e valutazione, lo so. Ma tu nel farmi dei regali mai hai sbagliato qualcosa, e non posso che ringraziarti di cuore, in questa Pasqua 2024, per i doni ricevuti. Si sono trasformati in ricordi e mancanze, certo, ma così avviene quando incontri la bellezza: impossibile non rimpiangerla.

Non mi manca l’infanzia, non rincorro la giovinezza, ma vorrei riavere un’ora di quel tempo per risentire le voci amate e la leggerezza del cuore, per annusare in un abbraccio il dopobarba di mio padre, per scorgere tra lui e mia madre sguardi complici. O per guardare in alto, fuori dalla finestra della mia cameretta, e scovare tra il vento che spinge via nuvole bianchissime, l’atmosfera che nessuno può mai ricreare.

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Per Natale regalate abbracci

«Ci sarà tempo per pentirsi, dici a te stesso, perché sotto sotto lo sai che ti pentirai, ma non ti interessa. È addirittura bello, soccombere».

Pentirsi o andare avanti pronti a pagare il prezzo che verrà? Meglio un pentimento che un rimpianto, forse. Lo dice Enea, altro testimone del mio “Il male d’amore” che in realtà è di tutti voi: di chi si è offerto di partecipare mettendosi a nudo, di chi lo leggerà, di chi si sentirà meno solo incontrando riflessioni d’altri che forse gli appartengono, e di chi proverà empatia pur vivendo una bellissima storia d’amore.

Natale è oramai alle porte, e se è vero che non è mai un giorno di festa a cambiare le cose, è anche vero che il 25 dicembre regala l’occasione di riunirsi per passare un po’ di tempo insieme ai nostri cari, tempo che a volte ci sembra impossibile da ritagliare per via del lavoro, delle distanze, delle incombenze, di stanchezza e chissà che altro. Mi piace pensare che in questo giorno particolare, sia data la possibilità a chi si sente solo di provare il calore di un abbraccio, e spero non ne sarete avari perché gli abbracci non costano nulla eppure fanno tanto bene (e dovremmo averne una scorta da dare e da ricevere tutto l’anno!).

Oggi io voglio abbracciare Alma, che sogna di vedere le lacrime trasformarsi in nebbia e che ha tantissima positività dentro, nonostante tutto. Perché, a volte, “La vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti” (Soren Kierkegaard).

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