Susanna Trossero

scrittrice

Vi va di leggermi?

Sì, mi ero distratta. Ho scoperto in questi ultimi anni quanto sia bello insegnare scrittura narrativa, quanto lo sia conoscere persone che alla scrittura si abbandonano rivelando capacità inaspettate. E così, tra lezioni e correzioni di bozze, lunghi editing e letture di manoscritti, il tempo è volato senza che mi rendessi conto che i progetti nel mio cassetto di narratrice si andavano moltiplicando.

Ancora una volta, la Graphe.it mi ha ricordato quanto sia bello vedere il proprio nome su di una copertina e siamo pronti per la nuova pubblicazione. Stavolta però, si tratta di qualcosa che mi coinvolge particolarmente perchè basata su una storia vera, che mi appartiene e mi è cara. La troverete racchiusa in un piccolo libro che potreste usare come strenna natalizia, perché spesso a Natale basta un piccolo pensiero per diffondere un grande messaggio.

Per ora non vi dirò altro, ma sappiate che io stessa nello scrivere questa storia mi sono più volte commossa, non mi vergogno a dirlo. La mia speranza è che questa nuova pubblicazione possa aiutare a capire che… No, non devo, non posso aggiungere altro. É troppo presto.

Ma non lo è per mostrarvi il video che presenta il libro, la cui uscita è prevista per il prossimo novembre 2021, libro che è possibile prenotare fin da ora:

Un altro Natale | Racconti di Ferdinando Paolieri e Susanna Trossero (Graphe.it)

Grazie per avermi aspettata e spero di incontrarvi nelle future presentazioni: il vostro calore durante gli eventi letterari che mi riguardano, mi è mancato.

A presto!

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Buon Natale

Buon Natale

Il Natale è uno stato d’animo dal quale lasciarsi trasportare, liberando l’infanzia che sta ancora dentro di noi a dispetto di tutto.

Il Natale è un’aria che si alimenta con il calore dell’affetto e con il bisogno di credere ancora nelle lucine colorate, in tutto ciò che brilla. Comete di abbracci, ricongiungimenti, i problemi fuori dalla porta. Un’illusione, certo, ma di illusioni – nel quotidiano – chi può farne a meno?

“Senza le illusioni non ci sarà mai grandezza di pensieri, né forza, impeto e ardore d’animo, né grandi azioni che per lo più son pazzie”, scrisse Giacomo Leopardi…

Sì, il Natale degli adulti è forse un’illusione, ma è qualcosa che ci portiamo dietro e dentro da quando eravamo bambini, disposti a credere che qualcuno avrebbe realizzato i nostri piccoli sogni: chi l’omone barbuto vestito di rosso, chi il piccolo Gesù Bambino. Formulavamo un desiderio ed eccolo materializzarsi sotto l’abete di plastica: bello no? Addirittura facile!

Il Natale è un rimpianto, una nostalgia, e personalmente mi ricorda che per essere davvero più buoni, più vicini ai nostri cari, o per fare un regalo a qualcuno, si può colorare di rosso anche un qualunque giorno dell’anno, facendolo brillare di voci e abbracci, di gesti gentili e di parole o azioni che non si dimenticano.

Perché il Natale sia sempre e ancora uno stato d’animo da cui lasciarsi trasportare.

Buone feste a tutti voi che passate di qui!

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La primavera dentro casa

Il tempo scorre anche durante “gli arresti domiciliari”, e chi più chi meno lo colma di qualcosa che possa aiutare a viverlo senza tutto quel buio che fuori ci attende. Buio raccontato dai telegiornali, dai social, dalle testimonianze, foto, video, che da giorni ci sovrastano e destabilizzano.

Come passate le vostre giornate? Oggi nella mia c’era – oltre alle normali incombenze domestiche – un po’ di sport rigorosamente tra le 4 mura, un thriller da leggere nel primo pomeriggio al sole della mia terrazza, telefonate, il pane fatto in casa, e l’idea per un racconto di Natale che voglio scrivere. Sì, di Natale. Perché voglio pensare a una festa che trabocchi di abbracci, unione, banchetti, uscite a comprare i regali, luminarie… Una festa vera che arriverà e che di certo ci troverà cambiati non solo nelle abitudini.

Oggi non farò bilanci, non pubblicherò dati e numeri perché dati e numeri mi tolgono il respiro. Oggi voglio pensare che da qualche parte ci sono fiori colorati, che il sole era caldo, che la primavera è alle porte anche se l’inverno sta preparando i suoi ultimi colpi di coda. Voglio pensare ai papà che ogni 19 marzo ricevono sorrisi speciali.

La paura non aiuta ma va esorcizzata con piccole cose, perché le grandi non stanno andando bene. Scoprite piaceri semplici, non fatevi annientare. E se il cuore sembra troppo grande dentro il vostro petto, scrivete: molti di voi ancora non hanno idea di quanto aiuti a rivedere i colori della primavera. A sentirla dentro casa visto che fuori non si può. E a scacciare il buio che tutti ci avvicina mentre da tutti ci allontaniamo per sopravvivenza.

Un abbraccio virtuale da una delle tante finestre illuminate della sera,

Susanna

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Saracinesche chiuse

Saracinesche chiuse

Un fiume in piena, lo scorrere del tempo.

Inarrestabile, ha già lasciato dietro di sé il Natale e tutte quelle giornate di festa in cui ancor più si corre: acquisti, pranzi e cene da organizzare, doni da impacchettare, addobbi, incontri, telefonate…

Dopo i grandi festeggiamenti – almeno per i più – con orge di cibo e tanta compagnia, adesso ci si appresta ad affrontare concretamente progetti, promesse, buoni propositi. Il 2019 fa parte del passato e va a sommarsi con tutti quegli anni precedenti vissuti in attesa di quello successivo: sì, siamo sempre in attesa di qualcosa che deve arrivare, e spesso guardiamo al passato con occhio severo e accusatore (quando non malinconico o nostalgico).

Il primo gennaio mi sono regalata una passeggiata in piena solitudine. Era mattino, il cielo terso, i rami nudi degli alberi immobili, non un alito di vento.

Mi è piaciuto, il silenzio dopo tanti botti, voci, e auto che vanno via, saluti dalle finestre, musica dalle terrazze.

Una pace irreale, di saracinesche chiuse, di persone ancora sotto le coperte, di energico freddo sul viso. Soltanto un uomo che fumava il sigaro, una lavatrice in moto, lontana, che riportava a un quotidiano normale, consueto. E dei piccioni in cerca di briciole.

Il 2020, per quelli della mia generazione appare quasi come un film di fantascienza; faccio parte di coloro che ricordano “Spazio 1999” o “2001 odissea nello spazio”, per intenderci. Comunque sia, è davvero arrivato e a guardarle bene – quelle saracinesche chiuse per la via deserta – mi sono chiesta se sia giunto il momento per tutti noi di considerare gli anni passati e densi di “avrei dovuto” o di “non avrei dovuto”, bagaglio da metter via una volta per tutte.

Far sì che ieri divenga quartiere di serrande abbassate, e trasformare l’oggi in vero punto di partenza, ma non per sperare in un domani migliore – altrimenti cominceremmo ad attendere il 2021 – bensì per vivere meglio l’oggi.

Ecco, mentre tutti ancora dormivano io a questo pensavo, ispirata dalla magia del silenzio e dai negozi chiusi.

Mi piace, camminare da sola. E guardare l’oggi pensando che è lui, il vero futuro.

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Un aldilà per i sentimenti

Oggi pensavo a chi passerà il Natale da solo. Ma non a chi ha subito mutilazioni a causa di lutti, bensì a tutti quelli che hanno perduto qualcuno in altro modo: la fine di una storia o di un matrimonio, un figlio che se ne va sbattendo una porta, una frattura in famiglia… Lutti anche questi, ma avvenuti non a causa del destino avverso. Lutti subiti o inferti, ma derivati da una scelta. Sentimenti che parevano tutto, trasformatisi in niente.

Dove vanno a finire i sentimenti, quando muoiono?

Nel pieno della loro presenza si mostrano forti, indistruttibili, avvolgono mente e cuore, capaci di farsi strada ovunque e contro ogni previsione… Cambiano la vita, i sentimenti, e se si è fortunati la rendono più ricca e degna di essere vissuta. Ai meno fortunati creano devastazioni interne, innescano battaglie, stravolgono convinzioni e razionalità.

Insomma, sono potenti, i sentimenti. E li si reputa eterni, mentre invadono tutto il nostro essere. Eterni, vitali. Diventano addirittura indissolubili da noi, bisogni impellenti che al solo pensare di doverne fare senza, soddisfatti o no che siano, ci manca l’aria.

Poi, e accade fin troppo spesso, per taluni muoiono. Una luce che si spegne, una presenza che diventa assenza, più niente.

Dove vanno a finire?

Nel ricordo, per alcuni. Conosco persone che non dimenticano mai ciò che è stato, a dispetto di come è andata a finire. Rammenteranno comunque le vibrazioni nello stomaco, il subbuglio nel quotidiano, l’abbraccio di una sorella, la risata di una madre, l’intimità di un’amicizia, o della volta che uno sguardo ha detto più di mille parole. E manterranno intatta la bellezza di quella forza prima che si trasformasse in qualcosa di blando, addirittura sgradevole. Prima che la luce si spegnesse.

Coloro che ne sono capaci, che sanno ricordare il bello, hanno un angolo del cuore in cui è sempre autunno, e sotto lo strato di foglie cadute custodiscono segretamente nomi e fotografie di volti indimenticabili e indimenticati, tasselli che compongono nostalgie e rimpianti. Malinconie piene di “se soltanto” e di “avrei dovuto” cementate dentro, in una stanza privata.

Per altri invece, spenta la luce tutto scompare come se non fosse mai avvenuto. Un nome che niente è più in grado di riesumare, un luogo speciale divenuto di nuovo e semplicemente un luogo. Una canzone le cui parole lasciano indifferenti o un profumo che non raggiunge la memoria.

É strano, anche amaro. O forse vitale. O magari addirittura normale.

L’irrequietezza dell’essere umano, spinge sempre verso nuovi sentimenti da sperimentare, nuove ascese che fanno dimenticare l’assenza di vere ali grazie alla capacità di riprendere il volo, sempre e comunque. A volte anche ridimensionando qualcuno di cui non si poteva fare a meno.

Oscar Wilde ha detto che “C’è sempre qualcosa di ridicolo nei sentimenti di chi non si ama più”. È così triste, così privo di rispetto per ciò che un tempo è stato, non è vero?

Chissà se c’è un aldilà per i sentimenti che muoiono. Se ci osservano da là prendendosi gioco di noi, degli abbracci sepolti, e di quelle eternità promesse e dimenticate o rimpiante.

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