
Che strane giornate, queste. Strane perché inaspettatamente ricche non tanto di fatti quanto di condivisioni, spunti di riflessione, mente attiva e in fermento grazie agli altri. Perché è proprio vero, gli altri siamo noi e ci sono necessari per allargare orizzonti, esplorare il nuovo, addentrarci in punti di vista differenti, trarre nuove conclusioni.
lunedì 14 ha preso vita il salotto letterario on line di cui con allievi storici e nuovi ventilavamo la possibilità da tempo. La scelta di collegarci ha fatto superare i limiti della distanza facilitando le cose, e sebbene questo sia frutto di progressi tecnologici, la tematica affrontata lunedì era a questi legata e si è discusso di intelligenza artificiale.
In merito sono piuttosto confusa: faccio parte di una generazione che ha visto la tecnologia entrare a far parte del quotidiano con una tale velocità che l’iniziale rifiuto è stato forse inevitabile. Chi mi conosce sa bene che ho abbandonato il Nokia da pochissimi anni, per fare un esempio.
In realtà io non temo la tecnologia ma l’uso che ne facciamo, la dipendenza che lo stare connessi insinua in tutti noi. Il problema della AI secondo me è che in un tempo che ci vede far prevalere l’informazione sulla conoscenza, anziché usufruire di qualcosa ci facciamo sostituire. Il cervello si sta impigrendo, cerchiamo soluzioni facili, e a dirla con le parole del critico Bernardelli forse é oramai quasi del tutto compromessa la capacità di discernere contenuti validi da immondizia in rete, con la tecnologia che anziché semplificarci la vita ha amplificato il caos e con quell’essere sempre connessi che fa preferire ai nativi digitali l’interazione via social piuttosto che in presenza.
Leggo di pubblicità che promettono la stesura di un romanzo in poche ore grazie alla AI e non vedo un lavoro semplificato né grandi possibilità: vedo una mancanza. Sì, una mancanza: di quell’idea che fa capolino, di quell’entusiasmante stato di trance che ti fa cercare uno spazio privato in cui scriverla, elaborarla, arricchirla, andare a caccia della parola giusta. E quando la frustrazione del non riuscire a trovarla tiene il cervello attivo, ebbene quello si chiama ragionamento, valore del pensiero critico, collegamento, lavoro sulla memoria, esplorazione. Parlo soltanto di scrittura perché è ciò che in questo momento mi sta a cuore, ma è l’intera vita a risentirne perché come ha detto uno dei miei allievi in tono semiserio “ho provato a interagire con la AI e a filosofeggiare su tanti argomenti fino ad arrivare a Dio e mi sono reso conto che la macchina con la quale conversavo era l’amico dei sogni, quello che hai sempre desiderato avere”. Ecco, ne abbiamo riso da adulti quali siamo, e tra tutto il gruppo certo nessuno di noi è nativo digitale, ma mi domando cosa un giovanissimo già incline all’isolamento possa trarre da questo.
Non dobbiamo demonizzare i cambiamenti né rifiutarli perché così come ha detto la psicologa del gruppo non si fermeranno, quindi siamo noi adulti che dobbiamo adeguarci tentando di insinuare nei ragazzi un equilibrio. Bella responsabilità. Ma io temo così tanto l’uso inadeguato delle nuove modalità di interazione che non vedo la comodità o la praticità che ne conseguono in altri campi. Perché la possibilità che quell’equilibrio lo perdiamo anche noi “boomer” è piuttosto alta.
Non so se sono abbastanza coraggiosa da accettare certi velocissimi cambiamenti. Vorrei al contempo non smettere mai di imparare e credo che queste due considerazioni creino un paradosso che mi manda ancor più in confusione. Sappiatelo.


