Susanna Trossero

scrittrice

Se Ulisse fosse un uomo vero e non solo un vero uomo

Qualche mese fa, in uno dei miei corsi di scrittura, spiegavo l’importanza in una storia dei personaggi e della loro caratterizzazione. Ovvero, i personaggi devono rappresentarci in quanto esseri umani, per essere credibili: devono manifestare la loro personalità, tratti caratteriali, vulnerabilità, determinazione, insicurezze, paure o desideri.

Insomma, di quante sfaccettature siamo composti tutti noi? Bene, altrettante vanno usate per rappresentare i nostri protagonisti, visibili o invisibili. Anzi, quelle invisibili sono le più vere e dunque le più intriganti.

In questo discorso, durante la lezione, ho usato Ulisse, il cui vero nome lo sappiamo tutti è Odisseo.

Perché?

Perché questo grande eroe greco è modernissimo proprio grazie alla rappresentazione delle sue infinite sfaccettature e, come qualunque uomo, può reagire in modo completamente diverso – addirittura opposto – a seconda delle situazioni o prove a cui è destinato: può mostrare forza e determinazione oppure dubbio e paura, sentirsi vittorioso e invincibile o aver timore di non farcela, ma soprattutto possiede il coraggio di mostrare a se stesso o agli altri non solo il lato migliore di sé, quello intrepido, audace. Le sue decisioni possono rivelarsi giuste o sbagliate e può persino rivelarsi crudele quando le circostanze non ammettono bontà d’animo: di fronte a un’ingiustizia, per esempio o vinto dalla sete di vendetta.

Ebbene, siamo tutto e il contrario di tutto, ecco perché Ulisse ci piace e possiamo sfruttarlo come esempio in un corso di scrittura (lo trovai citato anche in una bellissima enciclopedia di scrittura narrativa). Ulisse è un eroe antico, ma a leggerlo come si deve comprendiamo quanto sia attuale e quanto ci piaccia proprio perché non è perfetto, non sempre e solo nobile.

Appartiene a ogni tempo perché quel suo spingersi lontano continuando a pensare con nostalgia a ciò che ha lasciato indietro, quell’andar via sognando di tornare, è in fin dei conti il costante braccio di ferro tra istinto e ragione che tutti viviamo davanti a piccoli o grandi dilemmi/ incroci quotidiani e che ci affascina in letteratura: lasciare la strada battuta mettendo a tacere la ragione o – all’opposto – mantenere la nostra comfort zone e vivere di rimpianti.

Ulisse rischia ma non si ferma, eppure al contempo resta fedele a ciò che lascia.

Proprio in questi giorni sento parlare (contro o a favore) del nuovo kolossal su questo personaggio, un film dal titolo “Odissey”, diretto da Christopher Nolan, nelle sale dal 16 luglio 2026, con Matt Damon nel ruolo dell’eroe. Qui il trailer ufficiale.

Le polemiche sono davvero tante: ho letto addirittura che è il secondo film più odiato su you tube! Tra le contestazioni più citate ho trovato il colore della pelle di Elena non corrispondente a quello della storia, il design moderno delle armature, l’aver affidato il ruolo di cantastorie al rapper Travis Scott, o inesattezze storiche di vario genere. Tuttavia c’è anche un’altra scuola di pensiero che definisce The Odissey di Nolan un capolavoro: tre ore piene di ritmo e bellezza che volano via in un attimo, il tema del viaggio come metafora meravigliosamente raccontato, la potenza della spettacolarizzazione ben mescolata con la profondità. E, come dicevo prima, Ulisse rappresentato non come un eroe senza macchia e senza peccato ma come un uomo, e dunque capace di sbagliare o di compiere azioni poco nobili eppure ancor più vero proprio per questo. Se così fosse, si starebbe rispettando il poema voluto da Omero nell’VIII° secolo a.C., no?

Io non ho ancora visto il film, ma proprio perché nei miei corsi di scrittura cito Ulisse e ogni risvolto che lo caratterizza, forse andrò a vederlo. E non per cercare il pelo nell’uovo in materia di design delle armature o per scovare inesattezze, no. Bensì per cercare ciò che in ogni personaggio apprezzo: la parte oscura, quella che quando emerge racconta il vero. Nella letteratura, in un poema o… nella vita.

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Sei turista o viaggiatore?

Scoprire che il verbo partire derivi dal latino e faccia riferimento ai verbi separare, dividere, mi ha fatto riflettere molto, oggi. Navigazione, mostri, sirene, eroi, ostacoli, disperazione, coraggio: Ulisse, o meglio Odisseo, è colui che ci porta in viaggio prima di chiunque altro. Il viaggio primordiale, il viaggio per eccellenza. Il viaggio che ci spinge a conoscerci più a fondo, a reinventarci in base a ciò che ci appare, a scoprire adattabilità, curiosità, forza e coraggio.

Eppure, la sua avventura non è in realtà più un richiamo alla nostalgia di casa?

Non vuole partire, Odisseo, non vuole lasciare i suoi affetti, la sua casa, salpare non fa parte dei suoi desideri: ha una moglie, un figlio piccolo, un padre anziano. Ma continuiamo a vederlo come l’eroe combattivo, il grande viaggiatore alla scoperta dell’ignoto e pronto a superare ostacoli e pericoli.

No, Ulisse è l’eroe del ritorno. Lui resiste perché Itaca è il premio, il luogo in cui riposare e sentirsi abbracciati, accolti, amati.

Andare via per poi tornare.

Ci mettiamo in viaggio per poi raccontare ciò che abbiamo visto, vissuto, scoperto, imparato. Ed è bellissimo muoversi fisicamente per raggiungere ciò che non conosciamo ancora, io stessa ho viaggiato tanto e ancora viaggerò. Ma ricordiamo che possiamo vedere, vivere, scoprire, imparare anche sotto casa. Non ci serve andare lontano ma avere nuovi occhi, imparare a osservare. Andiamo all’altra parte del mondo con costose attrezzature ma non esistiamo davvero se non sappiamo più guardarci intorno.

Fernado Pessoa diceva “Viaggiare? Per viaggiare basta esistere. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo”.

Io viaggio anche mentre scrivo, perché viaggio e scrittura mi appaiono indissolubili: ogni storia contiene il viaggio dei personaggi, le loro tappe prima di arrivare alla meta – se ci arriveranno – le situazioni e gli stati d’animo che accompagnano il loro cammino, metaforico o no, e gli ostacoli, gli incontri e gli scontri. A volte possiedono una mappa, altre semplicemente lasciano la strada battuta per l’ignoto, e il loro far fagotto li obbliga a un prezzo alto, perché certi biglietti svuotano le tasche e il cuore. Altri sono un buon investimento e rivelano che l’irrequietezza è una buona compagna di viaggio. Il cambiamento sta nel viaggio stesso e può rivelarsi sollievo o sofferenza.

Spirito di osservazione, interesse per chi è diverso da noi: questo, di per sé, è già un viaggio. Conduce verso la scoperta e la conoscenza, ma anche verso la scrittura se è questo ciò che si desidera fare. Si deve essere viaggiatori dentro, per scrivere, e non semplici turisti. Il turista visita, il viaggiatore si immerge.

E voi, siete turisti o viaggiatori?

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La voce di un romanzo

Vi è mai capitato di soffermarvi sul serio sui toni di voce di un romanzo? Sì, non dico assurdità, i libri ci parlano e usano toni di voce differenti a seconda di ciò che gli autori vogliono trasmettere a chi legge.

La voce narrante o i personaggi, si arrabbiano, gioiscono, sono preda di dubbi, ammiccano, urlano o sussurrano… Come? Attraverso la punteggiatura, naturalmente, che non si limita a regolare un testo bensì ne costruisce il senso (o lo stravolge quando viene usata in modo inappropriato).

Il modo migliore per scoprire se funziona, è la lettura a voce alta: noi, in maniera del tutto naturale e istintiva, quando parliamo inseriamo nel discorso pause brevi o lunghe, silenzi, attese, sospensioni, intonazioni, in base a ciò che vogliamo comunicare. Ebbene, tutto questo può tradursi altrettanto naturalmente nella punteggiatura di un testo, ovvero la punteggiatura è comunicazione.

A proposito di questo argomento, giorni fa ho letto un articolo su James Joyce che parlava del suo “Ulisse”, considerato uno dei più innovativi romanzi del XX° secolo. Monologo interiore, flusso di coscienza, e sul finire – credo negli ultimi 8 lunghi periodi – assenza di punteggiatura.

Ebbene, l’articolo svela che una delle ragioni – ma non certo la sola – che fece considerare quest’opera come moderna e innovativa, ovvero la particolarità della punteggiatura mancante, in realtà non fu una scelta stilistica dell’autore. Aveva subito ben undici interventi agli occhi poiché gradualmente stava perdendo la vista, e ciò rese la stesura di Ulisse sempre più difficoltosa. Scriveva a letto, in posizione prona, e cominciò a usare dei pastelli colorati per rendere più visibili le lettere. A complicare il tutto, la difficoltà nell’inserire la punteggiatura tra le righe e il renderla a lui stesso visibile, tanto che ad un certo punto si arrese e smise di usarla! Insomma, una causa di forza maggiore che ha contribuito a rendere i flussi di coscienza del suo protagonista ancora più incisivi e Joyce audace e coraggioso.

Vi lascio con un mio breve video sulla punteggiatura, esortandovi ad andare a scovare aneddoti o curiosità sugli scrittori che più amate: le sorprese sono sempre molto interessanti.

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