Susanna Trossero

scrittrice

La scoperta degli altri è scoperta di sé

Stasera mi sento bene: appagata, gratificata, arricchita e tanto altro, forse.

Oggi è terminato il corso di scrittura che aveva come tema i flâneurs, ovvero coloro che “vagano oziosamente per le vie cittadine, senza fretta, sperimentando e provando emozioni nell’osservare il paesaggio” (così dice Wikipedia).

Tre incontri in cui mi ponevo come obiettivo non tanto insegnare a scrivere quanto insegnare a osservare, riappropriandosi del senso di meraviglia di cui dispone un bambino ma mescolandolo alle adulte malinconie, poiché entrambi gli stati d’animo fusi insieme danno vita a una narrazione vibrante. Perché l’atto dello scrivere è una diretta conseguenza del soffermarsi a guardare. Che cosa? Tutto, dalle più grandi alle più piccole cose. Anzi, sono proprio queste ultime ad essere le più intense portatrici di emozioni e storie.

Ogni luogo, edificio, volto, strada, possono generare in noi una storia e sarà il nostro sguardo a rendere tutto più suggestivo, affascinante, speciale nella normalità.

Ringrazio Franca, che con il suo racconto “Le lenzuola” ci ha condotti tutti – mediante il suo flusso di coscienza – all’interno di un ricordo in cui rispecchiarci anche noi in un processo comunicativo che unisce. E ringrazio Anna, che alla ricerca del silenzio ci ha invece raccontato dell’invasione di rumori che – seppur invadenti e portatori di dubbi e timori – sono stati esorcizzati dalla sua capacità di renderli note musicali o ricordo di viaggio. E Antonio che, rivelando un suo stile, ha mescolato il flusso di coscienza con un momento introspettivo, lasciando che il divagare del pensiero venga poi trascritto sulla pagina. Ed è così che ci ha portato nella cucina di casa al mattino, nella pacata pigrizia del risveglio.

Antonietta ci ha offerto invece quella ramificazione del pensiero che, davanti a tappi di bottiglia incastonati nell’asfalto, conduce a pensieri profondi e a fare un bilancio sui cambiamenti che ci appaiono all’improvviso davanti agli occhi, in un momento qualunque della giornata e in una porzione di quartiere che è casa ma che attraverso un nuovo sguardo racconta una storia.

Condivisioni. Per le quali ringrazio sinceramente anche gli altri partecipanti: mi avete detto una cosa bellissima oggi, ovvero che dopo questi tre incontri avete cambiato modo di guardarvi attorno e il vostro pensiero si è fatto più ricettivo, aperto, desideroso di apprendere sfumature e dettagli.

Grazie. Era questo lo scopo del corso, e personalmente ne ho ricavato un grande arricchimento perché mi avete regalato anche se per poche ore i vostri occhi e ciò che vi sta dietro. Non perdiamoci, la scoperta degli altri è scoperta di sé

Vostra Susanna

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Può la coincidenza chiamarsi “Destino”?

Quante volte, un insieme di eventi che per qualche curiosa ragione si collegano fra loro, determina la nostra diffidenza o il nostro stupore affascinato? L’assurdità di certe coincidenze tipiche delle trame dei film o della letteratura, nella vita reale non trova spesso apertura mentale alla casualità bensì chiusura e barricate o fascinazione. Ma fino a che punto, una coincidenza può essere considerata tale? Abbiamo un libretto d’istruzioni in dotazione (Come capire le coincidenze; Creare una nuova realtà con le coincidenze; Le coincidenze possono esaudire i desideri?) o ce la dobbiamo cavare da soli mediando tra ingenuità ed eccessiva razionalità?

Wikipedia così ci illumina:

Per coincidenza (con, lat.; incidere, lat. : cadere insieme) si intende un fatto accidentale e casuale. Una coincidenza non è solo a congiunzione di un evento ad altri, ma deve avvenire in modo accidentale e inaspettato. Quando non avvengono le condizioni sovracitate l’evento è solo una singola entità.

E ancora:

Da un punto di vista statistico le coincidenze sono inevitabili e spesso meno casuali di quanto possano apparire intuitivamente. Un esempio è il problema del compleanno in cui la probabilità che due individui abbiano la stessa data di nascita raggiunge il 50% in un gruppo di sole 23 persone.

Ma si legge anche che alcuni scienziati ritengono che non sia il caso a gestire un accadimento particolare, ma che dietro si nasconda un meccanismo, che potrebbe essere logico. E qui siamo daccapo. Esistono o no, allora, le coincidenze? Come non trasformarsi – al loro cospetto  – in indagatori del nulla o all’opposto in sciocchi da manipolare? E perché conferiamo loro grandi significati, attribuendo addirittura a certe circostanze una volontà divina o del destino?

Ebbene, quando non consideriamo un insieme di eventi casuali “semplice coincidenza” è perché in noi suscitano qualcosa di differente, che va a toccare la sfera emotiva.

Sapete che questo tipo di situazione è stata studiata da Jung? Definendola “sincronicità” (un evento sincronistico è una coincidenza dotata di significato soggettivo per la persona a cui accade), ha dedotto che una coincidenza significativa ha tre caratteristiche: 1) i fatti che la caratterizzano sono collegati in modo acausale (senza rapporto causa-effetto); 2) essa è sempre accompagnata da un’intensa reazione emotiva soggettiva; 3) il contenuto dell’ esperienza ha sempre un carattere simbolico.

Certo è che la vita quotidiana ne è piena, e non è facile distinguere la casualità dalla volontà di taluni di spingere gli eventi affinché la situazione ne crei una fasulla, di casualità.

Perché queste complesse elucubrazioni senza via d’uscita, passeggiando sul pontile di un piccolo porto tra volti sconosciuti? Perché oggi qualcuno mi ha detto che le coincidenze forse non esistono, che le cose quando devono accadere accadono. Tutto qui. Fin troppo semplice, ma…

E se fosse davvero questa, la risposta?

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