Susanna Trossero

scrittrice

Un concerto alla tv

Un concerto alla tv, i fari colorati sul pubblico… Un rock italiano le cui parole ti sono familiari, e ti ritrovi ad annusare l’aria di quella volta in cui la tua amica rideva come una matta, mentre insieme in auto cantavate proprio questa canzone, stonando senza pudore pur di usare tutta la voce di cui entrambe eravate in possesso.

Canto dell’amore, inno alla vita e a quella gioventù che già cominciava ad allontanarsi, seppur ancora molto lentamente.

Guidare piaceva a entrambe; l’auto era necessaria quando l’entusiasmo ci prendeva la mano e dovevamo assolutamente portarlo per strada con noi, magari verso il mare, lo stereo ad altissimo volume da sfidare con i nostri cori.

Ma era altrettanto necessaria quando le giornate andavano storte e la musica doveva rappresentarle, accentuare la malinconia, trovare le parole giuste per raccontare di noi a tutto ciò che scorreva fuori dal finestrino. Gli occhi lucidi e gli sguardi complici, nessun segreto seppur nell’assenza di parole. C’erano le canzoni, non avevamo bisogno di spiegar nulla l’una all’altra.

Tante stagioni, da allora.

Neppure la stessa auto, abbiamo più. Né gli stessi luoghi, abitiamo.

Eppure, ad ascoltare queste vecchie canzoni in tv, che ancora mi fanno canticchiare qui sul divano anche se in tua assenza, risento la tua risata che spesso cominciava in sordina, in attesa di un complice. E se io non mi facevo pregare per affiancarla, esplodeva in tutta la sua allegria vibrante di lacrime. Sì, questo lo ricordo bene: quanto più apparivi allegra, più io coglievo quell’alone nostalgico che ti portavi dietro e che rendeva i tuoi occhi più belli.

Tante cose, avevo compreso della tua essenza. Cose che altri non hanno mai colto perché ti hanno guardata in superficie. Cose che mi hanno sempre raccontato di quanto, ogni tuo presente sia sempre stato velato dal passato. Una nebbiolina costante, ad avvolgere il paesaggio in cui ti muovevi facendo del tuo meglio… la stessa nebbiolina che, ancora oggi, vela anche qualunque tua idea di futuro, divenendo parte di te senza la quale le tue risate avrebbero qualcosa in meno.

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Io albero, tu terra…

Io albero, tu terra...

9 febbraio 2017, metà della mia vita trascorsa senza te.

Chissà se un giorno ci rivedremo…

Chissà se ci sarà un’altra vita, per noi due, dove amarci e completarci così come è accaduto in questa, per te troppo breve. Un’altra nella quale poterti raccontare quanto è stato grande il mio Amore per te. Una seconda occasione concessaci per far qualcosa l’uno per l’altro, anche se non più come padre e figlia.

Tu albero io pioggia, tu fratello io sorella, tu figlio io madre.

Io fiore tu terra, io stella che brilla grazie a te cielo.

Io la tua salute, o io il medico che asporta il tuo terribile male, ma questa volta salvandoti la vita, papà…

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Buon compleanno

Compleanno Susanna Trossero

Come va veloce, la clessidra. Tutta quella sabbiolina che scivola via e porta con sé incontri, parole, vita vissuta e non vissuta, emozioni sorrisi e lacrime. Ogni minuto costruisce un ricordo, ogni granello è un respiro o un’idea e nel tempo mi evolvo o regredisco, sbaglio e forse imparo, assimilo o dimentico ma mai mi pento, mentre la sabbia va e viene. Non mi pento dunque, se non di torti commessi senza avvedermene. Delle scelte volontarie no, non mi pento. L’avrei dovuto o potuto non fanno per me, poiché non rinnego neppure gli errori. È anche di questo che sono fatta, è anche grazie a valutazioni errate che mi sono costruita e rafforzata.

Il rimpianto è per chi sa di aver perduto qualcosa ed io ho tutto con me e in me, fa parte del bagaglio intoccabile della mia anima, un bagaglio dal quale – volo dopo volo – ho lasciato andar giù solo scomode zavorre per proseguire più leggera. Vagano, a volte alcuni pensieri molesti che raccontano di sprechi, ma ciò accade quando ti sfiora il pensiero di aver condiviso un tempo troppo lungo con chi in fondo non meritava che briciole.

C’è sempre un luogo da cui provieni e uno in cui vai. E, i luoghi del passato, spesso sono autunno, tutti e indistintamente, perché belli o brutti che siano stati per te, forse non ci torneresti più. Tuttavia, a volte, planano sul cuore con le loro piccole foglie arrugginite.

Oggi, per il mio compleanno, ho preso in mano vecchie foto in bianco e nero che immortalano un momento felice in famiglia: ho respirato il profumo del mare, riconosciuto la salsedine tra i capelli di mio padre, l’ho rivisto abbracciare mia madre, ho risentito il fischio per le scale ad annunciare il suo rientro a casa, il tintinnio dei gettoni telefonici nelle sue tasche, ho avvertito sul mio viso il graffiare della sua barba perennemente in crescita, e ho provato una nostalgia intensa e dolce per la quale devo dire grazie. Soltanto un’eletta che tanto amore ha ricevuto, conserva intatto altrettanto amore in sé.

Ho già superato il mezzo secolo, sono sopravvissuta alla vita.

Buon compleanno.

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Ci sono giorni che sono storie

Ci sono giorni che sono storie

“Ci sono giorni che sono storie, che sono una vita intera condensata, e che non basta una vita per raccontarli. Giorni la cui lunghezza non ha alcuna rilevanza, ma dalla profondità terrificante. Giorni che scavano voragini nelle viscere, pozzi neri che mai si prosciugano del tutto, e che li rendono immortali nel ricordo. E non importa che siano stati dolorosi o felici (mio Dio quanto può essere dolorosa da ricordare, la felicità…), sono giorni destinati a restare. Giorni di cui, forse dopo anni, continuerai a parlare con l’amica dell’anima. È stupefacente quanto la vita sia fatta di pochi di questi giorni. Tutto il resto sono spesso solo ore non vissute: per pigrizia, per noia, per quieto vivere, per stupidità. E maledette siano, allora, le ore non vissute!

E benedetto il tormento del ricordo. Il tormento del tempo che passa. Solo chi ricorda, ha vissuto.

Ma passa il tempo, passa sempre più veloce sulle nostre giornate, sui mesi e sugli anni. Le lenzuola ancora ardono, ma io cambio. Cambia la mia pelle, il mio corpo dà inizio a quel sottile e inesorabile tradimento, cambia la luce; la marmorea figura, che rende le donne presuntuose, lascia spazio ad un quasi impercettibile cedimento, almeno all’inizio. Cedimento che si trasferisce dentro la mente ed è là che attecchisce e mi affligge.

“Sei bellissima”, mi dici, e i tuoi sguardi bramosi sono ancora sinceri, sincero il tuo desiderio senza fine. Siamo sopravvissuti alle mancanze, a crisi finanziarie, ad un cambio di ruoli che ci ha visti crescere e raggiungere la dimensione più matura dei compagni, dopo essere stati giovani amanti; sopravviveremo ad ogni altro cambiamento ma… un infido e sottile disagio ora è parte di me: e se non ti piacessi più, domani? “Domani” è già là, dietro la porta, ridacchia, malevolo e sornione…

Che farei dei miei pensieri se non fossero diretti a te? Ti appartengo. Conosco il tuo torace glabro, la piega che prendono i tuoi capelli dopo l’incontro con il cuscino, piega che tu trovi irritante e io deliziosa. Conosco ogni sfumatura del tuo sguardo che, da rilassato e distratto, diviene iroso o contrariato. Conosco le righe verticali che la rabbia deposita sopra il tuo labbro superiore, proprio sotto il naso. Conosco la forza di ogni tuo sorriso, capace di trasformare l’asimmetrico volto. Conosco le tue manie, i tuoi timori, la tua arroganza e la tua bontà.

Il tuo insopportabile temperamento artistico, senza il quale non saresti mai stato così affascinante e contraddittorio.

Il tuo bisogno di essere rassicurato sulla tua stessa forza nei momenti di grande debolezza, di essere appoggiato e sostenuto mentre ti racconti di quanto tu non necessiti d’appoggio e sostegno.

Conosco il tuo sapore, il tuo odore, i tuoi vuoti, le tue inconsistenze. La tua concretezza o l’incalzare dei tuoi volubili bisogni.

Che cos’è l’amore?

“Ti amo” è forse solo una parola?”

Dal romanzo Adele – Susanna Trossero / Francesco Tassiello – Graphe.it Edizioni.

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L’arte della comunicazione

L'arte della comunicazione

Molte delle persone che incontro o che ho incontrato nel passato, hanno lamentato un senso di oppressione dato dalle invisibili sbarre del quotidiano, unito a vuoti lasciati dalla solitudine, dalle incomprensioni, dall’incomunicabilità. Ma… e se la vera prigione fosse la nostra mente chiusa che si oppone all’esterno?

Forse non siamo preparati sufficientemente all’arte della comunicazione, all’uso corretto delle parole, dei silenzi, degli sguardi o dei sorrisi, né siamo così aperti da guardare in faccia i nostri limiti, i nostri “difetti”. Ne siamo spaventati, e allora meglio osservare e giudicare i limiti altrui…

Ma se soltanto ognuno di noi fosse in grado di facilitare la comunicazione dell’altro, quanto sarebbe più naturale “ascoltare”, “sentire” e soprattutto comprendere, riconoscersi negli altri, condividere autentiche fragilità piuttosto che mostrare forza e determinazioni fasulle.

Le parole sono tutto ciò che abbiamo, ha detto qualcuno, eppure quanto poco e male le usiamo. E dov’è finita l’empatia? Quell’ascoltare un altro con limpidezza, con attenzione autentica, facendo il vuoto dentro per lasciargli spazio e sforzandosi di immedesimarsi in lui, nei suoi bisogni, nei suoi disagi, senza valutarli né giudicarli.

Quanta fatica, questo nostro camminare tra gli altri, quanto possono diventare nodosi ciocchi di legno, le nostre gambe, quando affondiamo nel timore di non essere più in grado di distinguere i convenevoli dall’autenticità. Impervie salite, discese improvvise nelle quali precipitare, e scale, scalinate di pietra, di marmo, dapprima comode poi ripide, malferme o disastrate, dove temere di cadere, di perdere l’equilibrio, dove muoversi incerti, insicuri, timorosi.

Tuttavia il gioco vale la candela, perché è negli altri che ci completiamo, in ogni incontro, in una amicizia, nell’amore, in uno scambio. E che importa se in passato siamo stati delusi, negli incontri, nelle amicizie, nell’amore o in uno scambio. La memoria non può non essere bagnata di lacrime, ne è un grande contenitore, ma il presente necessità di contatti umani sempre e comunque: conoscete qualcuno che si senta felice e non avverta in questa felicità l’esigenza di condividerla? E ancora: conoscete conoscete qualcuno che si senta felice e non avverta in questa felicità l’esigenza di condividerla?

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