Susanna Trossero

scrittrice

La primavera dentro casa

Il tempo scorre anche durante “gli arresti domiciliari”, e chi più chi meno lo colma di qualcosa che possa aiutare a viverlo senza tutto quel buio che fuori ci attende. Buio raccontato dai telegiornali, dai social, dalle testimonianze, foto, video, che da giorni ci sovrastano e destabilizzano.

Come passate le vostre giornate? Oggi nella mia c’era – oltre alle normali incombenze domestiche – un po’ di sport rigorosamente tra le 4 mura, un thriller da leggere nel primo pomeriggio al sole della mia terrazza, telefonate, il pane fatto in casa, e l’idea per un racconto di Natale che voglio scrivere. Sì, di Natale. Perché voglio pensare a una festa che trabocchi di abbracci, unione, banchetti, uscite a comprare i regali, luminarie… Una festa vera che arriverà e che di certo ci troverà cambiati non solo nelle abitudini.

Oggi non farò bilanci, non pubblicherò dati e numeri perché dati e numeri mi tolgono il respiro. Oggi voglio pensare che da qualche parte ci sono fiori colorati, che il sole era caldo, che la primavera è alle porte anche se l’inverno sta preparando i suoi ultimi colpi di coda. Voglio pensare ai papà che ogni 19 marzo ricevono sorrisi speciali.

La paura non aiuta ma va esorcizzata con piccole cose, perché le grandi non stanno andando bene. Scoprite piaceri semplici, non fatevi annientare. E se il cuore sembra troppo grande dentro il vostro petto, scrivete: molti di voi ancora non hanno idea di quanto aiuti a rivedere i colori della primavera. A sentirla dentro casa visto che fuori non si può. E a scacciare il buio che tutti ci avvicina mentre da tutti ci allontaniamo per sopravvivenza.

Un abbraccio virtuale da una delle tante finestre illuminate della sera,

Susanna

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Il cielo è ancora blu

Flash Mob per un’Italia reclusa: oggi alle 18, da nord a sud, isole, città e paesi, le persone si sono affacciate a balconi e terrazze per intonare “Ma il cielo è sempre più blu”, di Rino Gaetano.

Un modo per sentirsi ancora uniti, meno soli, magari festosi, chissà. Una Italia che necessita di contatto, mentre il mondo intero è unito da un numero terribile: 150 mila contagi.

La situazione per molti è insostenibile: arresti domiciliari che non si accettano o che fanno sentire soli, rendono le giornate interminabili, unite poi alla preoccupazione per i cari lontani. Non ci si può neppure spostare per andare a trovarli, e allora si resta in contatto con le videochiamate. O cantando.

Io mi sento fortunata: per ora tutti i miei cari, i miei affetti, stanno bene. E mia madre è al sicuro da circa 10 giorni grazie ai miei consigli preventivi: non le ho fatto attendere un decreto per invitarla a chiudersi in casa con un po’ di provviste. Ha conosciuto la guerra, questo non la destabilizza…

Io a casa non patisco niente perché per me casa non è punizione ma tana sicura, anche in tempi tranquilli. Un luogo protetto in cui non conosco noia: leggo, scrivo, faccio una telefonata da tempo rimandata, e grazie a ciò ho potuto rintracciare una grande amica d’infanzia che sta proprio a Milano, dove non si respira di certo un’aria rassicurante. Penso a lei e a chi sta nella mia isola, ora irraggiungibile: porti e aeroporti chiusi fanno uno strano effetto. Evito di soffermarmici, guardo un film, sistemo vecchie cose, cucino. E scopro il capitolo 31 de I Promessi Sposi, nel quale grazie a una mia amica insegnante di letteratura trovo incredibili analogie con ciò che sta accadendo: i luoghi da cui parte l’epidemia, l’atteggiamento di chi sottovaluta, lo sprezzo del pericolo, e poi il crollo e l’isolamento, o la fuga. Affascinante quanto un’opera del genere possa contenere situazioni così attuali e analoghe reazioni umane.

I libri… non potrei concepire una vita senza. Non una sola giornata.

Le ultime due le ho passate con Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli. Leggete la mia recensione e vi verrà voglia di leggerlo e di parteggiare per lui: è candidato al Premio Strega. Un altro di quei libri dalle 3 D, e mi rifaccio al post precedente. Un libro che lascerà traccia di sé, ne sono convinta.

Riguardatevi, e non perdete di vista le piccole margheritine bianche che oramai sono spuntate ovunque, alla faccia dei numeri che ci strangolano ogni benedetto giorno. Quelli di oggi:

  • Contagiati: 21.157
  • Guariti: 1.966
  • Morti: 1.441

Quando passerà, forse avremo imparato di nuovo il piacere di guardarci negli occhi, di parlare con gli altri, di fare una carezza.

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Far male a un’amica: si può?

13 marzo. Le restrizioni si sono inasprite da pochi giorni: ora restano aperti solo pochi esercizi commerciali, quelli necessari a garantire beni di prima necessità per noi e per i nostri amici animali. E anche in questi luoghi, vi si entra nel rispetto delle distanze di sicurezza e pochissimi per volta.

Guanti e mascherine (oramai introvabili), timore dell’altro, reclusione. Quarantena.

Per strada nessuno, un decreto impone di non uscire e chi lo fa deve avere una seria necessità, pena denuncia, sanzioni, arresto. Siamo in guerra. La guerra al virus.

Oggi, nel nostro paese, si contano i caduti e i numeri stanno qui: Coronavirus, contagiate 133.101 persone: 4.949 i morti.

In questa reclusione forzata, ci si distacca da una realtà che fa paura tuffandosi in film, serie tv, scrivendo o leggendo. E io ho divorato la storia autobiografica di Alice Sebold (ricordate Amabili resti?), dal titolo Lucky. Alla parola fine, ho capito una cosa: la regola del “quando un’amica è parte integrante di te, non desideri per lei alcun male né male le faresti”, prevede una eccezione. Si perché non vuoi che soffra a meno che…

A meno che non ti capiti tra le mani uno di quei libri dalle tre D:

  • Drammatico
  • Doloroso
  • Dilaniante

Sì, un libro che ti rapisce, che provoca contrazioni allo stomaco, che ti strattona l’anima e che per questo non puoi più lasciare se non alla parola Fine.

Ce ne sono, di libri così. E più ti fanno male più vorresti cederli alla tua amica di sempre, garantendole il tuo medesimo malessere. E lacrime.

Un libro cambia le regole, e permette a due amiche del cuore di regalarsi a vicenda momenti di sconforto senza sensi di colpa. Anzi, all’opposto, ricevendone gratitudine per l’avvincente lettura suggerita.

La mia quarantena è dunque cominciata con Lucky, di Alice Sebold. Proseguirà con Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli, candidato al Premio Strega 2020.

E la vostra?

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Ma non è un film

La gente fa paura, perché come sempre nelle emergenze, l'emergenza la crea. La alimenta.

I primi giorni pensi che davvero tutto sia troppo lontano: nella realtà non accade ciò che abili sceneggiatori creano per i film “catastrofici”, certo che no. Situazioni apocalittiche, magari con gli zombie, è più figo, l’importante è che lo spettatore stia incollato in sala. E i virus letali? Ne abbiamo visti a bizzeffe, di quei film. E così, i primi giorni, pensi che tutto stia là, dentro quella scatola bugiarda chiamata TV.

Qualche tempo dopo però l’aria è satura di un’idea che si fa strada nello stomaco, contraendolo di inquietudine: sta arrivando. E negarlo può essere pericoloso. Ma siamo arroganti, sbruffoni, tutti coattelli e ci uniamo nella negazione: apericena per sconfiggere il nemico inesistente, riunioni di amici e conoscenti per sentirsi alternativi (c’è chi nei social ha fotografato i propri gruppi al ristorante definendoli meravigliosamente rivoluzionari). Madddai, nel 2020 che vuoi che ci succeda? Fra un po’ saremo in grado di bere un caffè con gli alieni e ci ammazza un virus? Si ridacchia. Si esorcizza.

Ma se accendi la tv quella non parla d’altro. Il Corona Virus. Il Covid 19. Magari non è proprio soltanto bugiarda, ti dici. E se il giorno prima stavi sull’autobus o a Piazza del Popolo, con le mani unte di focaccia salata condivisa in parte con un gabbiano sfacciato, il giorno dopo hai un brivido lungo la schiena: non avresti dovuto? Sei a rischio?

Poi chiudono le scuole, i teatri, i cinema, i musei, pub e birrerie, circoli sportivi e culturali, i numeri salgono: quelli dei contagiati, degli intubati in terapia intensiva, dei contagiati asintomatici, gli untori. E… i morti. Sì, i morti. Cominciano ad essere tanti. E tu smetti di uscire, di stare in mezzo alla gente ancor prima del decreto che lo impone. La gente fa paura, perché come sempre nelle emergenze, l’emergenza la crea. La alimenta.

E quando il decreto impone di stare a casa, io l’idiozia della gente la vivo con rabbia: gli assembramenti sono vietati? Non importa. Non ci si deve abbracciare o baciare? Ma dai! E resistono, i rivoluzionari, incuranti del danno che provocheranno a se stessi e agli altri. O alla sanità stessa, che miracoli non può fare.

Il corona virus esiste. Non mi importa com’è successo, da dove è arrivato, non mi importa delle teorie complottistiche o dei supereroi che ancora lo sfidano baldanzosi con un’ignoranza senza eguali. No, non mi importa. Non ora. Esiste e può essere letale. Non è un film.

Impariamo la differenza tra paranoia e buon senso. Tra rispetto ed egocentrismo. Nel 2020 questo ancora non lo abbiamo fatto.

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Il miraggio del buon senso

Dopo tanto tempo, finalmente torno qui a ridare vita a un blog trascurato fin troppo a lungo, mancanza della quale mi scuso.

Da tempo le notizie vertono sul Corona Virus, che sta mettendo in ginocchio paesi e sanità di ogni dove, con i medici che fanno i salti mortali e i possibili pazienti che continuano a scegliere la via della superficialità promuovendo apericena e settimana bianca.

Davvero siamo così stupidi? Sì, lo siamo. L’esodo di stanotte da Milano – ma non solo da Milano – provocherà danni a regioni che non sono attrezzate per far fronte al contagio. La mia isola per esempio, la Sardegna, ha un sistema sanitario tarato per un certo numero di persone, ovvero per la sua popolazione e per una possibile problematica legata all’aumento di visitatori in periodi dell’anno in cui si accentua il turismo. Ma non è preparato per una vera epidemia, per un rientro di tutti coloro che da una vita vivono fuori dalla regione o che nella regione hanno acquistato una seconda casa. Non è preparato per una terapia intensiva di una simile portata. Stessa cosa per quanto riguarda la Puglia (che sta supplicando disperatamente chi è in viaggio di tornare indietro) e altre regioni.

Il buon senso non è italiano, ora ne sono certa più che mai. Se soltanto ci limitassimo a uscire di casa per questioni inevitabili, ci sarebbero comunque contagiati ma non così tanti, e questo è un banalissimo dato di fatto.

Ma a me, a tutt’oggi, arrivano inviti di vario genere: oggi uno sconto in palestra per via della diminuzione di affluenza per esempio, e ieri per un piacevole incontro letterario legato alla presentazione di un libro. E al mio educato diniego mi è stato risposto che saremo in pochi, dunque è un evento sicuro.

Davvero siamo così ingenui? Allora arrendiamoci: il peggioramento non avrà fine.

A chi è obbligato ad uscire per andare al lavoro o per incombenze impossibili da evitare, va tutta la mia solidarietà. E va tutta la mia solidarietà a chi è stato messo in ginocchio dalla chiusura delle scuole perché non ha nessun aiuto e i parenti lontani, o ai commercianti che stanno conoscendo una crisi inevitabile ma terribile. Agli altri no: no a quelli che mi dicono che al bar il caffè è più buono, o a chi starnutisce davanti al banco della frutta senza coprirsi il volto e poi guarda gli altri e gli scappa da ridere. Non a quelli che stanotte sono andati via da zone in cui il contagio è allarmante per raggiungere parenti e amici. Ho mia madre lontana, ma non la raggiungerò perché le voglio bene. E via telefono la sto aiutando a capire come tutelarsi, vista l’età avanzata che la rende paziente a rischio.

So bene che le mascherine utili sono quelle con filtri adatti, ma non rido di chi usa quelle banalissime verdi, che forse sono inutili ma il “meglio di niente” mostra almeno un tentativo.

Non è paranoia, è buon senso. Accorgimenti normalissimi, non reclusione ad ogni costo. Mettiamoci in testa che si tratta di una epidemia pesante, e che i nostri anziani per esempio sono al riparo dal pericolo di una normale influenza per via dei vaccini, ma non da questo. E allora mettiamoli noi al sicuro, che caspita.

In bocca al lupo a tutti noi, ci abbracceremo in tempi migliori, ma non rideremo di questo perché in troppi stanno già piangendo.

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