Susanna Trossero

scrittrice

Mio padre

mio padreLa pioggia che batte, il colore uggioso che ovunque si stende e che regala alla casa la penombra invernale; il suono ritmico delle singole gocce e l’odore di terra che sale, quell’odore in cui ritrovare mio padre. Mio padre che va per funghi, che stacca i corbezzoli dai rami, che si sporca con more e gelsi, che raccoglie i ciclamini e che mi mostra i lunghi e viscidi lombrichi nascosti sotto i grandi sassi. Mio padre che si addormenta in spiaggia leggendo un libro giallo, che mi insegna a scrivere con le letterine di cartone, che fodera il mio sussidiario con carta colorata, affinché non si rovini. Mio padre che mi insegna il rispetto per ogni creatura vivente, che mi regala l’album di figurine degli animali e fa con me la raccolta, che riceve in regalo da un pastore un candido agnellino e ad un altro pastore lo regala facendosi giurare che non lo ucciderà. Che mi insegna ad andare in bicicletta, a ingrassare i cuscinetti dei pattini a rotelle, e che mi spiega che cosa sono una rondella o una brugola.

Mio padre, per il quale io ho sempre rappresentato un dono e che mai ha compreso quanto lui lo sia stato per me.

Mio padre che, assetato nel deserto, muore in un letto d’ospedale sognando un sorso di Coca Cola, ingoiato da un iroso maestrale.

Se ne va, insieme al mese di gennaio, lasciandomi una manciata di gettoni telefonici che non è mai riuscito a terminare.

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I morti non muoiono mai per davvero

I morti non muoiono mai per davveroBasta poco, davvero poco, perché le persone che ho perduto tornino a me. Forse perché chi “non è più”, non è mai perduto, resta sempre e per sempre in noi, tanto da riapparire in un suono, un profumo, un colore, un antico sapore, una consistenza sotto le dita.

Sensi.

Hanno il potere di resuscitare tutto, i sensi; non è forse vero che attraverso loro si vive? Possiamo anche celarlo ad altri ma è così che funziona, è di questo che siamo fatti: sensi.

Ed è così che mi vengono restituiti volti, parole e sorrisi. Mani callose che foderano il sussidiario perché non si rovini, echi di risate attutite dallo zucchero filato, tintinnio di posate sulla tovaglia buona, i pattini a rotelle la domenica di Pasqua, con la bocca sporca di cioccolato – rigorosamente fondente, amaro, come piace a me –  e quello sfrigolio d’olio e fritture che proviene dalla cucina; la pioggia che lava le strade mentre ci si prepara ad andar per funghi, e quella marmitta chiassosa che non mi fa sentir bene il canticchiare tanto amato…

Solo i vivi si cancellano o ci cancellano, quando non percorrono più le nostre stesse strade o più non si siedono alla nostra tavola. Per un po’ si piangono o magari si maledicono persino, poi scompaiono nel nulla e pare così naturale dimenticarli…

Ma i morti, quelli no, non muoiono mai per davvero.

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