Susanna Trossero

scrittrice

La magia del primo volo

Da qualche anno, le rondini nidificano sotto la mia casa, nel garage condominiale, costruendo il loro nido forte e compatto là, in alto, tra le tubature e il soffitto. Mamma e papà rondine, tra marzo e aprile, vanno e vengono trasportando il  fango necessario, e quando hanno finito il faticoso e lungo lavoro, vi posano sul fondo piume, fili di paglia e quant’altro funga da morbido materasso. Quando la culla è pronta, la femmina depone le uova e insieme al compagno difende il nido da intrusi. Giorno e notte, lei sta dentro il nido mentre lui poco distante e sopra un’altra delle tubature, controlla che non vi siano pericoli.

Mi piace molto osservare i loro movimenti, mi affascina la loro complicità di coppia, quell’essere solidali e vicini, ognuno con il suo ruolo. Poi, le uova si schiudono, e da quel momento si possono vedere questi piccoli becchi spalancati in attesa di cibo, mentre i genitori svolazzando avanti e indietro con vermetti e piccoli insetti per loro.

Arriva sempre il giorno in cui io vado in garage a prendere la mia auto e scopro che il nido è vuoto: il primo volo è andato bene, tutta la famigliola si è trasferita altrove, al vento e al sole.

Questa volta invece, il caso ha voluto che per brevi istanti io facessi parte della famiglia, regalandomi la meravigliosa occasione di condividere con loro quel primo spiegamento di ali!

Due giorni fa infatti, sul pavimento del garage proprio sotto il nido, ho trovato un piccolo di rondine, spaurito e immobile. Qualcosa non è andata per il verso giusto? Diversi adulti garrivano volandogli intorno, e non riuscivo a capire se fosse per scacciarmi via, spaventai dal pericolo che io rappresentavo, o se fosse un incitamento per il piccolo. Mi è venuto in mente ciò che la mia maestra delle elementari mi spiegò sulle rondini, e cioè che se si posano per terra non sono più in grado di volare, poiché necessitano di un piano rialzato per spiccare il volo, incapaci di balzi. Mi sono avvicinata alla rondinella e l’ho presa tra le mani, così fragile e indifesa, chissà come batteva il suo cuore… I garriti si sono fatti più intensi ma lei pareva perfettamente a suo agio, anzi, le zampine si sono aggrappate con forza al palmo delle mani, ed è stato come avere piccole spine sulla pelle, una tenerezza infinita. L’ho portata fuori, al sole, mentre il numero degli adulti si moltiplicava a vista d’occhio (attaccano, le rondini?!?) compiendo dei cerchi sopra la mia testa, poi ho sollevato le mani e facevo dei piccoli  movimenti dall’altro verso il basso e viceversa, come quando si gioca con i bimbi fingendo di lanciarli per aria. Uno, due, un piccolo movimento d’ali. Tre, quattro, e le ali si sono aperte un poco di più. Cinque, e… Il volo, il primo volo, dapprima incerto, poi su, su, in alto, con l’intero gruppo ad affiancarlo e le alette che sbattevano frenetiche.

Bellissimo. Magico. Era mattina, il sole era alto e in cielo neppure una nuvola: mi sono sentita importante, parte di qualcosa di grande.

Adesso, quando passo a piedi davanti alla porta del garage condominiale, puntualmente arrivano delle rondini che –  volando basso – compiono dei cerchi sulla mia testa e garriscono tutte insieme, e sebbene possa significare che mi considerano un pericolo per i piccoli ancora nel nido, mi piace pensare che si tratti di un saluto, di un grazie festoso, e che tra loro ci sia il piccolino a cui io, proprio io,  ho insegnato a volare.

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