Susanna Trossero

scrittrice

Una nota traditrice

Una nota traditrice

Poche strofe, le giuste note, ritmo, parole, una manciata di niente dal ritornello orecchiabile. Un lavoretto riuscito. Pulito.
Il lavoro sporco è la mente a compierlo, in quella malevola elaborazione dovuta alla memoria: una frase scatena il ricordo, le note fanno il resto, tutto il peggio si compie.

Da luoghi oscuri ritorna una giornata di sole, il profumo della gioventù – quella vera, quella stupida, che rende immortali – i capelli pettinati dal vento, visetti come porcellane preziose, voci, risate, ore ricche di un piacevole ozio. E di canzoni. Sì, canzoni.

Inconsapevole del loro valore, le canti alla vita incurante del futuro e senza alcun passato, mentre ciò che conosci di te è soltanto la punta dell’iceberg. Ci sarà tempo per saperne di più, che adesso sia luce, assenza di peso, batticuore a tener svegli la notte, gatti in amore e sorrisi impacciati. Domani dov’è? Lontano e chissà quando arriva.

Domani è la memoria. La memoria che tradisce e ti fa tradire aiutata da acuti e rime. La vecchia canzone che calpesta il prato curato, mettendo al mondo una nuova nostalgia data da improvvise visioni d’insieme: tutto passa in fretta, lasciando scie di incompiuto alle spalle.

E allora, che le vecchie canzoni siano sepolte, abolite, punite.

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Scrivere per non dimenticare

scrivere x ricordare

Fernando Pessoa ha detto che

“Scrivere è dimenticare. La letteratura è il modo più gradevole di ignorare la vita.”

Ma, benché io ami questo autore che con il suo “Il libro dell’inquietudine” mi ha spinta ancor di più verso l’onesta (e crudele) introspezione, non sono assolutamente d’accordo con questa sua affermazione. Non è forse, lo scrivere, un terribile strumento per ricordare? Non è forse, la scrittura, evocazione, proiezione del desiderio, ritorno del rimosso? In fondo, chi saremmo noi senza le nostre memorie, i ricordi, le nostalgie?

Quando scrivo un romanzo o un racconto, non scrivo di me né utilizzo la scrittura per condividere mie esperienze con il lettore, ma la fantasia che mi ispira è sempre impregnata di emozioni o sensazioni conosciute, riesumate dal passato se e quando il presente non ne offre di efficaci a cui attingere.

La paura, la gioia, le reazioni emotive dei miei personaggi, le attese o quel terribile senso di vuoto di chi ha smesso di attendere, il disagio o l’allegria, non sono che stati d’animo causati sempre da persone o circostanze, dunque fanno parte di noi. Ciò che siamo stati è all’origine di ciò che siamo, ed è più facile scrivere di qualcosa che si conosce o che si è conosciuto, anche se poi si inseriscono situazioni che non ci appartengono. Dunque scrivere non è dimenticare: scrivere è rielaborare, scomporre porzioni di verità da ricomporre con la fantasia, è digerire meglio ogni boccone amaro ma anche mantenere indelebile un ricordo che vorremmo mai ci lasciasse.

La memoria è una preziosa soffitta, per chi scrive. Un luogo sacro, nel bene e nel male, a cui far visita senza alcun timore e dal quale trarre nuova linfa. Quella stessa linfa che, se sincera e ben condita dall’immaginazione, avvince il lettore. Perché, accanto a dei libri che ci hanno lasciati indifferenti, ve ne sono altri che gustiamo avidamente come lauti pasti, e che stimolano le nostre papille gustative ad ignorare la possibilità di un’indigestione.

Gli altri, pagine senz’anima né dolorosi segreti, restano là in uno scaffale poco frequentato, dimenticati e silenziosi come scheletrici alberi senza foglie.

Sì mio caro Pessoa, il passato è linfa necessaria a far fiorire le storie, a renderle rigogliose e a far sì che proprio esse ci insegnino a non ignorare la vita.

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