Susanna Trossero

scrittrice

Il rumore dell’alba

Il rumore dell'albaHo sentito l’alba arrivare, stamattina…

Non so bene che ora fosse, quando un vicino di casa molesto ha interrotto il mio sonno, e così come spesso accade, contrariata ho cominciato a rigirarmi nel letto.

In questi casi, è il pensiero ad avere la meglio insinuando incombenze, elencando ragioni per alzarsi o ricordi molesti, poi l’elenco della spesa (come ho fatto a dimenticare le uova?), e le piante, sì le piante! Sono tre giorni che non le annaffio, con questo caldo poi! Poi c’è quell’articolo sui libri per bambini che non ho ancora terminato, gli appunti sul mio nuovo libro da riordinare, da rivedere, e tutte quelle lezioni di scrittura da mettere via ora che la scuola è finita. Chissà che fanno i miei allievi, a quest’ora. Chissà se qualcuno sta davanti al foglio bianco, se gli ho trasmesso quella smania di sporcarlo!

È così presto… Forse potrei leggere un po’.

Sul comodino, Michel Faber, “Il petalo cremisi e il bianco”, romanzo che una cara persona mi ha consigliato. Quando l’ho avuto tra le mani la prima volta, ne ho notato la consistenza: quasi mille pagine possono intimorire anche il più avido lettore!

Invece, quando l’ho cominciato, ho capito che sarebbe diventato l’amico dei momenti di relax, quelli tranquilli in cui lasciarsi andare mollemente in quell’altrove delle storie ben raccontate.

Mi viene in mente l’ultima frase letta ieri sera prima di spegnere la luce:

“Caroline non è abituata ad esser per strada così presto, ed è quasi intimidita dalla porzione di giornata che ancora le rimane da vivere”.

Curiosa coincidenza, sebbene io intimidita non lo sia. Piuttosto, infastidita dal sonno interrotto.

Poi, d’improvviso, la sento. La sento, l’alba che arriva, e mai mi ero resa conto del fatto che abbia un suono prima ancora che diventi luce incerta.

Sta nel fruscio del vento che in uno sbadiglio riprende la sua attività, dopo il riposo notturno. Sta negli uccellini, che cominciano il canto tutti insieme tra le fronde degli alberi. E sta in quella tortora lontana e solitaria – o magari è un piccione mattiniero – il cui verso mi ricorda le lunghe estati dell’infanzia. Sta nello sferragliare lontano del primo treno in partenza e in un neonato che piange reclamando la poppata.

Poi, dopo essersi fatta udire e annunciare, si fa vedere restituendo i contorni al mobilio della camera: non c’è ancora colore ma forma, ed io ne resto incantata attendendo i dettagli che non tardano a raggiungere la stanza, quasi un pittore ne avesse preso possesso e la stesse dipingendo soltanto per me.

Un rabbino domandò al suo discepolo: “Quando comincia il giorno?”

“Quando non confondo più la quercia con la palma”

La storia prosegue prendendo un’altra piega, ma a me al momento viene in mente questa frase, mentre lo sguardo ricomincia a distinguere spigoli, cassetti, specchio, tende, le ante dell’armadio… E il romanzo sul comodino.

Adesso sì, è giorno. Tutto comincia e non ci si può più sottrarre, la domenica è entrata in ogni casa e per una volta sono grata al vicino molesto. A volte, essere costretti a vedere e sentire può diventare piacevole dono. Lo stomaco reclama, in soggiorno mi salutano vecchi classici che ieri sera ho lasciato in giro.

In cucina invece, il buongiorno è più festoso a ricordarmi il tempo delle ciliegie, delle giornate che si allungano sempre più, quello della scuola che finisce, dell’estate alle porte, delle cicale pomeridiane, della risacca che regala melodie sulla spiaggia.

Sì, è una buona domenica, rossa, saporita e succosa.

“Da bambino volevo guarire i ciliegi quando rossi di frutti li credevo feriti.
(Fabrizio De Andrè)

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La magia del primo volo

Da qualche anno, le rondini nidificano sotto la mia casa, nel garage condominiale, costruendo il loro nido forte e compatto là, in alto, tra le tubature e il soffitto. Mamma e papà rondine, tra marzo e aprile, vanno e vengono trasportando il  fango necessario, e quando hanno finito il faticoso e lungo lavoro, vi posano sul fondo piume, fili di paglia e quant’altro funga da morbido materasso. Quando la culla è pronta, la femmina depone le uova e insieme al compagno difende il nido da intrusi. Giorno e notte, lei sta dentro il nido mentre lui poco distante e sopra un’altra delle tubature, controlla che non vi siano pericoli.

Mi piace molto osservare i loro movimenti, mi affascina la loro complicità di coppia, quell’essere solidali e vicini, ognuno con il suo ruolo. Poi, le uova si schiudono, e da quel momento si possono vedere questi piccoli becchi spalancati in attesa di cibo, mentre i genitori svolazzando avanti e indietro con vermetti e piccoli insetti per loro.

Arriva sempre il giorno in cui io vado in garage a prendere la mia auto e scopro che il nido è vuoto: il primo volo è andato bene, tutta la famigliola si è trasferita altrove, al vento e al sole.

Questa volta invece, il caso ha voluto che per brevi istanti io facessi parte della famiglia, regalandomi la meravigliosa occasione di condividere con loro quel primo spiegamento di ali!

Due giorni fa infatti, sul pavimento del garage proprio sotto il nido, ho trovato un piccolo di rondine, spaurito e immobile. Qualcosa non è andata per il verso giusto? Diversi adulti garrivano volandogli intorno, e non riuscivo a capire se fosse per scacciarmi via, spaventai dal pericolo che io rappresentavo, o se fosse un incitamento per il piccolo. Mi è venuto in mente ciò che la mia maestra delle elementari mi spiegò sulle rondini, e cioè che se si posano per terra non sono più in grado di volare, poiché necessitano di un piano rialzato per spiccare il volo, incapaci di balzi. Mi sono avvicinata alla rondinella e l’ho presa tra le mani, così fragile e indifesa, chissà come batteva il suo cuore… I garriti si sono fatti più intensi ma lei pareva perfettamente a suo agio, anzi, le zampine si sono aggrappate con forza al palmo delle mani, ed è stato come avere piccole spine sulla pelle, una tenerezza infinita. L’ho portata fuori, al sole, mentre il numero degli adulti si moltiplicava a vista d’occhio (attaccano, le rondini?!?) compiendo dei cerchi sopra la mia testa, poi ho sollevato le mani e facevo dei piccoli  movimenti dall’altro verso il basso e viceversa, come quando si gioca con i bimbi fingendo di lanciarli per aria. Uno, due, un piccolo movimento d’ali. Tre, quattro, e le ali si sono aperte un poco di più. Cinque, e… Il volo, il primo volo, dapprima incerto, poi su, su, in alto, con l’intero gruppo ad affiancarlo e le alette che sbattevano frenetiche.

Bellissimo. Magico. Era mattina, il sole era alto e in cielo neppure una nuvola: mi sono sentita importante, parte di qualcosa di grande.

Adesso, quando passo a piedi davanti alla porta del garage condominiale, puntualmente arrivano delle rondini che –  volando basso – compiono dei cerchi sulla mia testa e garriscono tutte insieme, e sebbene possa significare che mi considerano un pericolo per i piccoli ancora nel nido, mi piace pensare che si tratti di un saluto, di un grazie festoso, e che tra loro ci sia il piccolino a cui io, proprio io,  ho insegnato a volare.

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