Susanna Trossero

scrittrice

Il non amore

Oggi è Fabiana a raccontarci il suo male d’amore. Siamo con te, cara Fabiana e grazie per questa lettera.

Ciao a tutti… Ho deciso di aprirmi pubblicamente perché credo mi servirà per ridimensionare qualcosa a cui forse ho dato fin troppo peso. Si tratta solo di una banalissima storia di non amore, adesso lo so, e vorrei dire a chi la sta vivendo di voltare pagina senza più guardarsi indietro, perché nessuno merita tanto dolore.

Non credevo sarebbe mai finita… Lui era sempre con me, pareva non potesse lasciarmi un solo momento, abbiamo passato anni in questo modo. Poi subentra forse la noia, l’abitudine alla presenza a tal punto da dare l’altro per scontato. O semplicemente non mi amava più e magari non c’è una vera ragione quando questo accade.

Io credevo che se tu ami, ami davvero, quell’amore non muore, non può andarsene, altrimenti come è possibile che sia realmente esistito? O forse io sono una povera ingenua… Ma quando mi sono ritrovata sola, ed ero sola già da tempo perché lui non mi vedeva più, mi sono quasi ammalata. Non avevo più fame, né voglia di uscire o di parlare con qualcuno, avevo sempre sonno, ero stanchissima, triste e spenta. Succede a tutti, lo so. Non sto raccontando niente di nuovo. Ma vorrei domandarvi: perché permettiamo a un estraneo di diventare una parte di noi così importante? Pensateci, non è assurdo? C’è stato un tempo in cui neppure sapevamo che esistesse, dopotutto. Stavamo benissimo lo stesso, anche senza conoscerlo. Tutto mi pare così incomprensibile, nell’amore.

Non soffro più come prima, ho solo una specie di reumatismo al cuore che ogni tanto si fa sentire e manda doloretti qua e là, così come fanno le fratture dopo anni. Ma ricordo bene quanto sono stata male. E anche se sono ancora giovane, non mi va più di lasciarmi andare alla bellezza di un incontro. Troppo alto, il prezzo da pagare.

Fabiana

Ricordo a chi vuole inviare anche in forma anonima o con uno pseudonimo la sua breve storia di mal d’amore, l’indirizzo mail maldamore_2021@virgilio.it

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Vi va di leggermi?

Sì, mi ero distratta. Ho scoperto in questi ultimi anni quanto sia bello insegnare scrittura narrativa, quanto lo sia conoscere persone che alla scrittura si abbandonano rivelando capacità inaspettate. E così, tra lezioni e correzioni di bozze, lunghi editing e letture di manoscritti, il tempo è volato senza che mi rendessi conto che i progetti nel mio cassetto di narratrice si andavano moltiplicando.

Ancora una volta, la Graphe.it mi ha ricordato quanto sia bello vedere il proprio nome su di una copertina e siamo pronti per la nuova pubblicazione. Stavolta però, si tratta di qualcosa che mi coinvolge particolarmente perchè basata su una storia vera, che mi appartiene e mi è cara. La troverete racchiusa in un piccolo libro che potreste usare come strenna natalizia, perché spesso a Natale basta un piccolo pensiero per diffondere un grande messaggio.

Per ora non vi dirò altro, ma sappiate che io stessa nello scrivere questa storia mi sono più volte commossa, non mi vergogno a dirlo. La mia speranza è che questa nuova pubblicazione possa aiutare a capire che… No, non devo, non posso aggiungere altro. É troppo presto.

Ma non lo è per mostrarvi il video che presenta il libro, la cui uscita è prevista per il prossimo novembre 2021, libro che è possibile prenotare fin da ora:

Un altro Natale | Racconti di Ferdinando Paolieri e Susanna Trossero (Graphe.it)

Grazie per avermi aspettata e spero di incontrarvi nelle future presentazioni: il vostro calore durante gli eventi letterari che mi riguardano, mi è mancato.

A presto!

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Sono uno di quelli che aspettano

Chi comincia ad amare, deve essere pronto a soffrire“. (Antoine Gombaud)

Io sono uno di quelli che restano, che aspettano con pazienza in una forma di lotta silenziosa e arresa, che fingono di non vedere pur di lasciare le cose come stanno. Continuo a mostrare accoglienza perché tu ti senta così male, così in colpa, da smettere.

Ti amo, ti conosco, vivo con te ogni piccola stupida cosa: era ovvio che avrei vissuto con te anche la luce nuova che ti porti dietro e che con me non c’entra niente.

Non voglio sapere chi è, non voglio sapere perché o quando, non sopporterei di immaginarti fino in fondo.

Così invece posso fingere che sia solo un dubbio, un pensiero astratto o malfidato, e andare avanti nell’attesa che tutto torni come prima.

Te l’ho detto: io sono uno di quelli che aspettano. Un senza palle, per chi mi leggerà ridendo della mia debolezza, ma non si ride del dolore perché tocca a tutti prima o poi, e non potete sapere come vi ridurrà prima che accada.

A volte, a non affrontare, tutto si risistema. Ma le parole sfuggite, le confessioni o ammissioni, quelle restano per sempre cambiando le cose. Sono le parole a rompere gli equilibri, e sono quelle non dette a preservarli.

Posso fare a meno della tua sincerità e so che il mio non domandare, facilita il tuo silenzio. Anche questo si chiama equilibrio.

Un giorno tornerai a casa più spenta di quando eri uscita. Delusa da lui, forse tradita dalla falsa magia con cui ti aveva avvolta. Era solo un uomo, niente di speciale.

E con lacrime nascoste ti lascerai andare ai miei abbracci pensando che per fortuna non ho capito.

Pierpaolo

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Svegliarsi scarafaggi

Kafka non rivelò mai il perché il povero Gregor Samsa si ritrovò una mattina trasformato in insetto.

Emarginazione, diversità, il sentirsi inadeguati, il timore di suscitare ribrezzo negli altri, di non essere accettati.

Su “lettere-filosofia.blogspot.com”, Danilo Caruso scrive:

“si possono rintracciare due piani del “sentirsi scarafaggio”. Un primo piano è quello soggettivo: quello legato a chi patisce le difficoltà. Un secondo, quello oggettivo: relativo cioè alla considerazione esteriore di chi contempla una situazione di disagio.”

Difficoltà, disagio. Quante volte ci è capitato nella vita di svegliarci scarafaggi? Una metafora calzante a situazioni differenti per tutti ma a tutti note, perché è più facile nascondersi che superare il senso di inadeguatezza quando questo si affaccia in noi prepotente.

Eppure, forse una nuova visione delle cose aiuterebbe, affiancata dal modificarsi di frasi di uso comune: “tu mi fai stare male con me stessa”, “mi stanno ghettizzando”, “mi tagliano fuori da tutto”, “mi fai sentire inadeguata” e via di seguito. In realtà siamo noi a concedere simili poteri, perché se ci sentissimo meno scarafaggi cambierebbe anche la percezione che altri hanno di noi. Magari non è l’unica soluzione, me ne rendo conto, ma un buon punto da cui partire si.

Se metti un’arma in mano a qualcuno che non tiene in considerazione il tuo valore, stai pur certo che ti ferirà.

Credere in se stessi è il primo passo passo per non svegliarsi mai scarafaggi, perché…

“L’insicurezza stravolge i significati e avvelena la fiducia.”
(Graham Greene)

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Il dolore di Melissa

Male d’amore: “Mai come quando amiamo, prestiamo il fianco alla sofferenza”. (Sigmund Freud)

Mi hai insegnato a mentire. A fingere. A muovermi nella segretezza prima con il terrore d’essere scoperta, poi con sempre più naturalezza.

Ero pulita, immacolata, e mi sono lasciata sporcare dalla tua convinzione che tutto ci è dovuto, che se desideri qualcosa devi provare a prendertela. Senza troppe storie, visto che la vita è una. Così dicevi e io ti ho creduto. Crederti mi ha resa complice della tua doppia vita, altro che una sola, e sono diventata brava quanto te, sebbene questa abilità non sia un vanto.

Il mio male d’amore tutto dentro le bugie che racconto a casa mia e che tu racconti a me quando dici che mi ami, che il resto non conta.

Non hai capito ancora che è proprio quel “resto” che tu fingi di ignorare ad avere la meglio su tutto e a farmi vergognare di me, di noi.

Il male d’amore sta dentro l’amore, non fuori. Non è altro che unione sbagliata, tutto qui.

A volte si soffre meno restando da soli, strappando un legame che strapperebbe noi.

Il resto, fosse anche il cuore ridotto a brandelli, si può ricucire.

Dammi tempo e vedrai.

Melissa Melassa

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