Susanna Trossero

scrittrice

Quando la vita ti trasforma in scarafaggio

Nel mese di maggio vi ho raccontato del luogo dell’abbandono, là dove libri randagi attendono d’essere raccolti e amati. Ci sono passata ieri e ho visto una donna che ne lasciava uno senza guardarsi attorno né curarsi di ciò che accadeva sul suo stesso marciapiede.

Aveva un aspetto un poco dimesso, un viso precocemente invecchiato, le spalle incurvate sotto il peso di chissà quali pensieri.

Camminava lentamente, il libro lo ha poggiato là sulla panchina con cura e delicatezza, allisciandone la copertina prima di andare via. Forse era un saluto, forse una carezza…

I nostri sguardi non si sono incrociati soltanto perché lei il suo lo aveva spento, lontano da estranei o dalla realtà. Avrei voluto fermarla, abbracciarla, perché quella era un’espressione che ho già visto, che conosco, ma non ne ho avuto il coraggio. Ho temuto che avrebbe vissuto la mia interferenza con estremo disagio: una perfetta estranea che ti ha vista nuda ti fa sentire ancor più senza difese, e allora mi sono limitata ad attendere che svoltasse l’angolo, per andare a vedere quale libro avesse lasciato là.

Ciò che ho trovato non me lo sarei mai aspettato: ero certa si trattasse di un saggio sulla ferita dei non amati, un testo sulla tristezza dell’anima, o un vecchio romanzo tanto amato, denso di sentimenti non corrisposti e dalle pagine consumate. E invece… La metamorfosi, di Franz Kafka.

Sentirsi un insetto mentre il mondo fuori non cambia… Un essere così piccolo che potrebbe non essere notato, e capace soltanto – se notato – di incutere disprezzo. Indifeso in una realtà di giganti che ti schiacceranno con soddisfazione e un impeto non necessario.

Ho portato via il libro, tenendomelo stretto al petto. E mi sono pentita di non aver avuto il coraggio di fermare quella donna, magari con una scusa, e di parlare con lei di libri, di autori, di parole che ci rappresentano e che proprio per questo vogliamo allontanare da noi…

Arrivata a casa, mi sono seduta e ho deciso di conoscere meglio la sconosciuta:

Destandosi un mattino da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò tramutato, nel suo letto, in un enorme insetto. Se ne stava disteso sulla schiena, dura come una corazza, e per poco che alzasse la testa…

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Quanto avrei voluto essere Mina…

Ero una bambina quando mettevo sul giradischi canzoni di Mina. Cantare era la mia passione, e non sbagliavo una parola; dentro la mia testolina c’era posto per una marea di melodie, ma Mina era il mio mito, forse perché mi permetteva di usare tutta la voce di cui disponevo, e di certo non era che una piccola gocciolina nel mare della sua estensione vocale. Inoltre, lei di certo faceva felici i vicini, io no.

Volevo essere come lei, lo dicevo alle amichette: alta, bella, sicura, persino coraggiosa (l’essersi levata di mezzo le sopracciglia mi pareva allora un grande atto eroico) e cantavo, cantavo, usando il bastone della scopa come asta del microfono e disegnando l’aria con i volteggiamenti delle mani. Dovevo essere davvero buffa!

Poi sono cresciuta, lei è rimasta la colonna sonora di tanti miei momenti della vita, e ancora oggi l’ascolto senza mai stancarmi. Per questo ho letto avidamente Mina per neofiti di Aldo Dalla Vecchia (Graphe.it): tutti abbiamo i nostri miti e saperne di più ce li rende accessibili, vicini.

Aneddoti, curiosità, sue dichiarazioni o articoli di giornale, approfondimenti: ho trovato di tutto in questo piccolo grande testo, e tra le pagine ho incontrato qualcosa che me l’ha fatta amare ancor di più: la necessità di “firmare un contratto” con la sua famiglia prima che con le case discografiche, e la libertà di vivere a modo suo, lontana dai riflettori.

“Preferisco un contratto a vita con la mia famiglia che con qualsiasi televisione”.

Sempre nel libro Mina per neofiti, ho trovato un articolo de Il Venerdì di Repubblica che riassume perfettamente l’importanza di una simile scelta:

“La più forte è lei, dice sempre di no a tutti. Ha ottenuto l’impossibile, essere una diva vivendo come piace a lei. Si è salvata dalla schiavitù dell’immagine, dai lifting, ossessivamente ripetuti, dalle diete dimagranti e umilianti, dall’odio per i proprio invecchiamento, dallo smanioso, pericoloso esibizionismo”.

Cara Mina, ora ti canto con più discrezione, ma è in modo prepotente che molte delle tue canzoni si sono impadronite delle tappe indimenticabili (in bene e in male) della mia vita.

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L’anziano brontolone

Si legge cercando sempre qualcosa: un momento di leggerezza, una grande emozione, distrazione, profondità, compagnia, divertimento o struggimento… Le motivazioni sono infinite e pochi giorni fa ne ho ricevute più di 100 sul gruppo fb “Un libro tira l’altro – ovvero il passaparola dei libri”, Ve ne erano davvero di bellissime, anche originali, e mi rendo conto che davanti a ogni libro che ci apprestiamo a conoscere, le risposte sul perché leggere cambiano.

Mi piacciono i libri che attanagliano lo stomaco, quelli che insinuano malinconia, quelli che provocano buchi neri, che scavano nel passato, quelli che sorprendono. Insomma, spazio dai thriller ai classici a seconda dell’umore o del desiderio del momento, e dunque anche la mia motivazione cambia repentinamente.

Ho appena terminato Un calcio in bocca fa miracoli di Marco Presta (Einaudi) e la sua scrittura mi ha folgorata! Apprezzo sempre tantissimo l’ironia intelligente, e quel tocco che fonde divertimento e profondità con una tale naturalezza da lasciarmi quasi invidiosa!

Ho apprezzato Marco Presta come autore della trasmissione radiofonica “Il ruggito del coniglio”, ma non lo conoscevo come scrittore e sono contenta di averlo scoperto attraverso la sua prima pubblicazione, così andrò a caccia delle altre con ordine!

In Un calcio in bocca fa miracoli, il suo protagonista scorbutico e irriverente, ha una intelligenza e lucidità non così rare negli anziani ma raro è chi le nota, troppo impegnato a credere che i “vecchi” non hanno più niente da dire. E, al di là di frasi divertenti, ciniche, buffe o inaspettate, ho trovato e riflessioni che vien voglia di copiare, di rubare…

“L’amore è un materiale deteriorabile, se non lo conservi attenendoti a certe regole poi devi buttare via tutto.“

E parole illuminanti…

“Mi sembra che la vita consista nell’abituarsi alle cose che detestiamo, più che nell’inseguire quelle che ci piacciono.“

Insomma, carissimo Marco Presta, non vedo l’ora di cibarmi di tutta la tua produzione letteraria e nel frattempo ti ringrazio per aver allietato la mia settimana e per avermi dimostrato che si può aver voglia di abbracciare anche un vecchio antipatico e brontolone (si può ancora dire vecchio?) perché sotto quella scorza c’è anche dell’altro, molto altro, come – spero – in tutti noi.

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Un ragazzino di talento

Le giornate si sono allungate e di pari passo si è accorciata la mia autonomia in materia di concentrazione. Mi succede ogni anno: mentre tante creaturine si svegliano, io dormirei per tutto maggio.

Invece resisto, scrivo e porto avanti progetti, tento di realizzare sogni – che per fortuna non mancano mai – e leggo tantissimo. Questi giorni ho terminato il romanzo breve “Il diavolo in corpo” di Raymond Radiguet e ne sono rimasta incantata!

Non conoscevo la storia di questo autore, morto nel 1923 a soli 20 anni di febbre tifoidea. Una vita breve della quale pareva intuire la fine, Raymond, poiché bruciò le tappe su vari fronti, considerato anche il fatto che questo romanzo è in parte autobiografico. Ma ciò che mi colpisce, è un talento così precoce, che si manifesta non soltanto nello stile di queste pagine bensì anche in ciò che sta alla base della storia che narrano. Il ragazzo, a soli 17, 18 anni, scrive di rapporti di coppia, di matrimonio, di profonde alleanze o incapacità di instaurarne, con cognizione di causa e usando frasi che potrebbero diventare aforismi, tanto sono ora profonde ora ciniche ora… adulte.

Sono rimasta folgorata dalla passione, dai meccanismi di possesso e brutale gelosia conosciuti ai più e di solito ingentiliti, giustificati o mai del tutto ammessi, che il ragazzo ancora ben lontano dall’essere un uomo, vive e spiega con estrema e scomoda lucidità, ma anche con evidente cognizione di causa.

Questo libro mi fa riflettere sul fatto che non c’è una vera età in ambito artistico, per manifestare capacità, talento, abilità. La capacità di trovare le parole giuste è una dote, certo, ma in questo caso è supportata da adulta esperienza, ecco ciò che emerge da “Il diavolo in corpo”, romanzo scritto da un ragazzino.

Considero questo romanzo, una confessione spietata.

C’è di che restarne ammirati.

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La zattera dei libri

Quello che ho battezzato come “Il luogo dell’abbandono”, rivela spesso delle meravigliose sorprese; forse dovrei riconsiderarlo come zattera in grado di dare una possibilità a chi altrimenti non ne avrebbe avute più.

Mi riferisco a una vecchia panchina di legno oramai quasi marcio dove più o meno ogni giorno degli sconosciuti lasciano dei libri. Sì, proprio così: libri.

Si tratta di un modo inconsueto di disfarsene, ma almeno concede loro d’essere adottati, di trovare una nuova casa e qualcuno che li ami.

A volte si tratta di scatole piene, altre di poche copie poggiate là, altre ancora di buste della spesa che racchiudono ogni genere di titoli. Un giorno ci trovi cataste di enciclopedie, un altro ecco spuntare una rara edizione del ’49 o una storia di Geronimo Stilton! Varietà.

Ci passo davanti oramai ogni giorno davanti alla vecchia panchina, alla ricerca di tesori che mi sorprenderanno, ma ne lascio anche di miei per contraccambiare. Lo faccio perché sono certa di non essere la sola a dirigermi là in cerca di sorprese.

Il luogo dell’abbandono è quello in cui i libri che qualcuno non vuole più trovano una nuova famiglia, e chiedermi quale sia la loro storia – al di là di quella contenuta tra le pagine – mi è naturale. Tutti abbiamo un passato.

Alcuni, sebbene si tratti di vecchie pubblicazioni, non sono mai neppure stati aperti e mi viene in mente che possano rappresentare regali non graditi. Anche le storie celate dietro un genere letterario, hanno un loro fascino sebbene frutto di supposizioni: ho incontrato una marea di titoli sulla gravidanza, altrettanti sul tradimento, i manuali di giardinaggio pieni di orecchie e appunti scritti a matita, ben 6 copie della Bibbia ma ognuna in una lingua diversa… E le cartoline che fanno capolino da libri degli anni ’50, o le dediche vergate con una tale accuratezza…

Questa volta ho trovato una edizione degli anni ’60 de “L’Angelo Azzurro” (H. Mann) la cui dedica è “A te che sai sempre cogliere il bello di ogni romanzo”.

Mi piace pensare che fosse per me.

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