
Questi, sono i giorni di agosto che preferisco, fatti di rientri e nuove nostalgie, di grandi magazzini che espongono pile di quaderni e penne, di cartolerie che mostrano le agende del 2027 di ogni foggia e colore. Il tramonto è anticipato di almeno un’ora rispetto alle scorse settimane, e nuvole nere accarezzano la mia terrazza seppur ancora parche di pioggia.
Mi piace l’attesa del cambiamento che si ripresenta anno dopo anno, perché anno dopo anno in questo periodo così come a gennaio, progetto di scrivere qualcosa di nuovo, fisso le date dei nuovi corsi di scrittura, organizzo un piano d’attacco contro la pigrizia fisica da calura estiva e tanto altro. In realtà non seguo tutto alla lettera perché non ho tanta disciplina, ma mi piace pensare che sta per cambiare qualcosa e mi fa sentire meglio avere una tabella di marcia.
In questa torrida estate ho rispolverato una vecchia passione, quella per gli Arcani Maggiori dei Tarocchi, il cui studio mi ha interessata e assorbita molto. Il tempo libero che mi sono regalata e una giusta dose d’ozio mi hanno concesso momenti rilassanti senza orologio né calendari fitti di impegni, e dopo anni di aerei, navi, mare o montagna, sono rimasta in una capitale che si è svuotata e si è fatta magicamente silenziosa.
Credo che star bene con se stessi sia il vero miracolo e la vera vacanza, ovunque si decida di stare, e a volte è necessario ascoltare quella voce interiore che ti esorta a fermarti.
Leggere, scrivere, pensare, studiare qualcosa di nuovo, guardare un tramonto mentre ceni in terrazza con chi ami e sorseggi un calice di vino fresco… a volte non serve niente altro e non è detto che nuovi lidi siano l’unica meta da raggiungere.
Penso che le vere estati siano quelle vissute in gioventù: padroni del mondo con i capelli bagnati e le energie alle stelle, correvamo sul bagnasciuga inseguendo desideri e credendo alle promesse della vita. L’acqua non era mai fredda, il sole mai troppo caldo e le giornate – allungatesi o no – erano sempre troppo corte…
HERMANN HESSE – Sera d’estate
Riposa e canta un falciatore,
gode il trifoglio maturo il suo profumo –
O tu, che l’antico mio dolore
col canto hai risvegliato dal profondo!
Canti del popolo, canti d’infanzia vanno
sommessi e lievi nel vento della sera,
e tornano a dolere i vecchi affanni
che ormai scordati e cicatrizzati erano.
Nubi di tarda sera passano leggiadre,
la terra esala un caldo e ampio respiro…
Che vuoi da me, stasera, ancora,
perduto tempo della mia giovinezza?






