Susanna Trossero

scrittrice

Ci vediamo a settembre

Agosto, mese di viaggi e vacanze, di rientri per chi invece lavora e le ferie le ha già finite, o di voglia di abitare città deserte e dunque molto più vivibili.

Qualunque cosa facciate o non facciate, io vi auguro momenti piacevoli e leggerezza, buona compagnia o solitudine che rilassa, tanti libri appassionanti e cicale sotto le finestre.

Io staccherò dai social ed è per questo che vi do appuntamento a settembre, lasciandovi con qualcosa di delizioso regalatoci da Gianni Rodari:

Il paese delle vacanze
non sta lontano per niente:
se guardate sul calendario
lo trovate facilmente.
Occupa, tra Giugno e Settembre,
la stagione più bella.
Ci si arriva dopo gli esami.
Passaporto, la pagella.
Ogni giorno, qui, è domenica,
però si lavora assai:
tra giochi, tuffi e passeggiate
non si riposa mai.

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Lasciar parlare la musica

Ieri, in uno scambio di riflessioni sulla musica, qualcuno mi ha detto una frase illuminante: per ascoltare davvero la musica dovremmo fingere tutti di essere ciechi.

Mi è passata davanti una carrellata di immagini d’ogni genere, legate ai grandi musicisti del passato, ai cantanti di successo attuali, ai personaggi costruiti dietro gruppi in vetta alle classifiche, al loro aspetto o alle trasgressioni, alle esasperazioni e ai travestimenti, al privato reso pubblico, e mi sono domandata se la musica, le note, una melodia, l’emozione del suono, siano davvero in primo piano, se siamo capaci di lasciarci invadere da accordi e parole o necessitiamo d’altro…

Forse, se davvero fossimo ciechi, saremmo più selettivi. Forse, impareremmo a conoscere meglio la musica o più semplicemente la lasceremmo penetrare in noi in maniera più profonda. Quando ascolto un brano che amo ho necessità di un luogo tutto mio, l’auto o la casa per esempio, e di solitudine. Non mi serve il volto, l’aspetto, il look di chi canta o suona per provare emozioni, non mi serviva neppure da giovanissima. Non andavo ai concerti per aggiungere qualcosa a ciò che apprezzavo ma per sentire voci e note dal vivo, senza necessità di contorni. E, spesso, all’arrivo dei pezzi tanto attesi e amati, chiudevo gli occhi e cantavo anche io, cieca e sola.

Certo, mi rendo conto che quando al talento si uniscono carisma, presenza scenica, impatto forte, il sapersi esibire mostrando un modo di vivere, una storia, un personaggio condendo il tutto – diciamocelo – con una maniacale preparazione fisica, il coinvolgimento si rafforza: lo dice la storia dei più grandi gruppi del passato e il successo degli odierni Maneskin, per esempio.

Eppure… quella considerazione sull’ascolto da non vedenti, mi ha confermato ciò che da sempre cerco quando voglio avvolgermi di musica: non fisico da palestrati, non trucchi e belletti, non travestimenti, non mimica facciale magnetica né spettacoli pirotecnici. Niente trucco niente inganno: musica. Nel silenzio rotto solo dalle note che sì, possono anche essere urlate, ma restano note e parole che non necessitano di contorni per riempire l’aria. Solo attraverso quelle amo un musicista o un cantante, così come attraverso le pagine di un libro amo un autore. L’emozione scaturita è per me me magnetismo, fascinazione.

Mi confonde non poco questa riflessione. Voglio dire, abbiamo tutti i nostri idoli e gli idoli hanno un volto… Nondimeno, mi piace pensare che sul palco salga il talento, non soltanto la celebrità. E mi pare che alcuni tra i più grandi – vedi Mina e Battisti – abbiano dimostrato di esistere e di poter lasciare un segno indelebile anche allontanandosi dalla ribalta, dall’attenzione invadente dei media, lasciando che fosse la musica a parlare per loro.

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Il giusto peso

Perché mai essere buoni a tutti i costi? Perché necessariamente politicamente corretti?

Perché mai indignarsi, inveire, reagire con veemenza, non è bene e bisogna contenersi anche quando è davanti a ciò che non è bene che mostriamo opposizione e giudizio?

I fratelli che hanno ucciso il giovanissimo ragazzo in un pestaggio immotivato, hanno avuto l’ergastolo. Ma nei social, accanto a chi esclama “buttate la chiave” sono apparsi in altrettanti a dire che si tratta di commenti incivili. Perché? Non li ha fatti uno psichiatra né un operatore di un istituto penitenziario il quale giustamente si soffermerebbe sulla rieducazione. Li ha fatti la gente comune, l’uomo della strada, quello ancora capace di meravigliarsi per una tale violenza. Per fortuna.

E ancora, quando si parla di femminicidi, capita di leggere che è accaduto perché lui l’amava troppo. Ma non dovremmo invece vergognarci di associare la parola amore a un gesto di inaudita violenza e prevaricazione?

Ho fatto due esempi che rappresentano al momento fatti di cronaca recenti, costantemente presenti sui media, ma potrei proseguire e ne troverei una infinità.

Ma non è più un fatto naturale eccedere nelle reazioni verbali quando qualcosa ci indigna? Quando istintivamente prendiamo le parti della vittima – la vera vittima – e ci sentiamo coinvolti, empatici, vicini?

Non amo l’istigazione all’odio che tutto peggiora, il facile inasprire delle situazioni, la violenza considerata lecita perché generata dalla violenza, no. Ma… vogliamo davvero disimparare a meravigliarci in bene e in male in nome del politicamente corretto? Ad esprimere disgusto, dissenso?

Scusate ma io non ci sto. Non posso. E non sono mossa dal rancore né dalla sete di vendetta quando mi unisco al coro di “buttate la chiave” per l’ergastolo dei “fratellini” che – come dice la loro madre – non hanno mica ucciso la regina. Perché so bene che rancore o vendetta non riporterebbero alla vita il giovane Willy. Ma sono indignata. E credo si debba in qualche modo ripristinare il timore delle conseguenze di ogni azione. Le conseguenze si devono temere, ma temere davvero.

Come un tempo, quando tutti – e si cominciava in famiglia, da ragazzini – le conseguenze delle azioni sapevamo quantificarle, le temevamo, le consideravamo “normali”. E nel momento in cui ci ritrovavamo a pagare un prezzo, eravamo pronti ad accettarlo e a non essere difesi proprio da chi ci stava insegnando a valutare il peso di ogni azione.

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Siamo tutti responsabili

Ho tanti libri da leggere, alcuni mi sono stati regalati e altri li ho trovati in quei luoghi in cui un libro viene lasciato perché altri se ne prendano cura adottandoli.

Mi capita di “raccogliere” vere e proprie perle incredibilmente belle, a volte quasi introvabili, o di lasciarmi catturare da romanzi sconosciuti, leggeri o no che importa: è l’impatto a decidere sulla nostra eventuale relazione d’amore.

Ho trovato di recente una vecchia edizione de Il Gattopardo, che mi è piaciuta molto e mi ha fatto venir voglia di rivedere anche il film!

Pensate che il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa fu pubblicato dopo la sua morte perché rifiutato dagli editori… Uno dei più grandi romanzi della letteratura mondiale, rifiutato da Einaudi e Mondadori con una lettera scritta da Elio Vittorini – che era per entrambe le case editrici il selezionatore delle opere – il quale sostenne che lo stile era un po’ “vecchiotto”, più vicino all’ottocento (siamo nel 1956). Inoltre lo giudicò schematico, affrettato, con troppe parti storiche che ne rendevano squilibrata la costruzione. Ma per capire meglio la questione del rifiuto, bisognerebbe leggerne la storia, che io ho trovato qui: Vittorini e il rifiuto del Gattopardo (altritaliani.net) ed è interessante capire ciò che vi sta dietro.

In definitiva però, chiunque ci fosse dietro la lettura del manoscritto, siamo davanti a un curioso paradosso, visto che il romanzo – pubblicato postumo da Feltrinelli – vinse anche il Premio Strega, ma Vittorini anche in quel caso definì il libro non all’altezza e disse anche che non apportava niente al tempo. Sciascia trovò coerente il rifiuto di Vittorini al romanzo che divenne un capolavoro mondiale, ricordando che quest’ultimo non poteva apprezzare un testo che non corrispondesse ai canoni della propria poetica! Dove voglio arrivare?

Beh, se ve lo state chiedendo, ve lo spiego: quando si giudica un romanzo non da lettori ma per deciderne la pubblicazione, non si può partire dai propri gusti o canoni, è scorretto. Si deve giudicare la validità indipendentemente dal resto, e la validità non è data dal genere o dai canoni preferiti ma da un’insieme di tasselli che vanno ben oltre: l’uso delle parole, la costruzione, la capacità di spingere ad andare oltre creando aspettative e coinvolgimento, il ritmo, la psicologia dei personaggi, l’emozione che suscita, la capacità di condurre il lettore nell’ambientazione e dentro la storia, nonché lo stile, che deve amalgamarsi con tutto questo.

Ciò che ne viene fuori, anche trattandosi del più grande capolavoro, non piacerà a tutti. Perché se non è corretto decidere se un’opera è pubblicabile basandosi sui canoni della propria poetica, è altrettanto vero che dopo la pubblicazione è il lettore ad avere diritto di giudicare in base alle sue preferenze. Lui sì. Perché ogni libro che nasce avrà un suo pubblico di estimatori e uno che storcerà il naso, è normale.

Di rifiuti famosi ce ne sono tanti, e approfondirò volentieri l’argomento in seguito, ma vorrei concludere questa mia riflessione ricordando che oggi, al contrario, per seguire leggi di mercato a volte si pubblicano libri di dubbio valore letterario e anche questo è triste, sebbene si sia tutti consapevoli che il libro non è più solo strumento per diffondere bellezza o cultura, ma merce da vendere. E, ricordiamolo, meno persone ameranno la lettura, meno si investirà sul talento. Siamo tutti responsabili.

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Le piccole gioie ritrovate

Capita, dopo un periodo difficile che distoglie da tante cose, di aver voglia di cambiamenti. Un insolito impegno quotidiano, un progetto a cui appassionarsi, delle nuove regole, spazi da ricavare per fare ciò che ci fa star bene…

Le altalene a cui siamo sottoposti costantemente, ci spingono a dimenticare i piccoli grandi piaceri che fanno parte della nostra essenza e che nel tempo cominciamo a trascurare: ci sono cose più importanti, diciamo. E… domani, domani penso a me.

Mentendo a noi stessi lasciamo che quel domani tardi ad arrivare, con il risultato che il presente, l’oggi che sfugge di mano, crei un esercito di insoddisfatti.

Che cosa vi piace particolarmente? Intendo cose banali, niente di eclatante, quelle piccole gioie a cui vi dedicavate molto di più prima di lasciarvi plagiare da pigrizia mentale, circostanze sfavorevoli, tendenza a trascurarvi perché c’è sempre qualcosa di più importante da fare. Di meglio no, solo di più urgente.

Quando ero molto giovane, adoravo andare al mare al mattino prestissimo, quando la natura ancora sbadiglia e l’acqua è una fredda lastra silenzioso. Da sola, rabbrividendo, rompevo lo specchio entrandoci dentro e ricordo il dolce suono che accompagnava i passi man mano che avanzavo, un delicato sciabordio che pareva abbracciare l’anima. Quel suono non l’ho mai dimenticato e mi faceva stare in pace con il mondo, lo porto dentro di me da sempre e mi piacerebbe riprodurlo ogni sera prima di dormire…

Siamo pieni di cerotti per il cuore, di fonti di benessere anche più velocemente raggiungibili. Le mie sono in un tramonto da fotografare, in un animale da accarezzare, in un libro da leggere, in una fogliolina di menta da strofinare perché sprigioni quel profumo che tanto amo. Le trovo nell’acquisto di nuovi fiori per la terrazza, nelle lunghe passeggiate o nel preparare qualcosa di buono a mia madre che osserva i passaggi di una ricetta come una bambina. Le trovo in un abbraccio appena sveglia, o nel profumo di lievito per dolci. In un panino da mangiare al buio, la sera tardi, in compagnia di chi amo, seduta su un muretto un po’ scomodo. Nell’odore delle vecchie bambole o della buccia d’arancia, nei pop corn al cinema, nell’osservare tra gli scaffali quanti libri ho accumulato negli anni, nelle lenzuola fresche d’estate e nel tepore delle coperte in inverno, nel pensiero che vaga libero durante un viaggio in treno e nella nebbia che tutto nasconde. In una bella notizia che riguarda qualcun altro, nello scrivere una lettera, o… nel raccontare a voi che mi leggete le mie piccole quotidiane fonti di benessere.

Perché, arrivata alla veneranda età di 61 anni, ho capito che aveva ragione chi ha detto che non è ciò che abbiamo a renderci felici, ma ciò che apprezziamo.

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