Susanna Trossero

scrittrice

Quando Pinocchio non c’era

Ieri pomeriggio – martedì 13 ottobre – sono stata in una bellissima libreria romana che si chiama Spazio 7, in via dei Barbieri 7, proprio a un tiro di schioppo da Largo Argentina. Già di per sé la libreria vale la pena per la sua bellezza – gli affreschi sui soffitti, la gatta che dormicchia alla cassa totalmente a suo agio, l’ampiezza dell’esposizione, e poi i librai gentilissimi e competenti nonché i tanti eventi proposti – ma io ieri ci sono stata per il piacere di riascoltare due autori che apprezzo e stimo: Fabio Stassi e Antonio Manzini, ospiti in libreria per la presentazione della raccolta di racconti “Quando Pinocchio non c’era”, Sellerio Editore Palermo.

L’opera collettiva è stata ideata e curata da Antonio Manzini, attore, scrittore, sceneggiatore. Tutti conosciamo una delle sue creature, il vicequestore Rocco Schiavone interpretato nella serie Rai da Marco Giallini, ma tante altre ancora sono le sue idee vincenti apprezzate da ognuno di noi. In questo caso, tutto nasce da una domanda che lo stesso Manzini si pone: chi erano i personaggi che popolano la fiaba di Pinocchio prima che il ciocco di legno facesse la sua comparsa? Che facevano? Cosa sognavano, inseguivano, pensavano?

Avvincente, sentir parlare ieri di quanto le fiabe ci abbiano insegnato a dare un nome alle emozioni, a parteggiare per qualcuno o a temere i cattivi, a provare odio o amore, solidarietà o tutti quei sentimenti e reazioni che durante l’infanzia assumono connotati concreti, proprio grazie ai protagonisti delle favole, appunto.

E Fabio Stassi – paroliere e scrittore tradotto, riconosciuto e pluripremiato (Scerbanenco, Campiello, e altri), ci ha ricordato che in fondo, con i personaggi delle fiabe noi tutti siamo imparentati, ci hanno lasciato qualcosa dentro, ne siamo o siamo stati legati a filo doppio e ci sono stati accanto mentre sognavamo, immaginavamo, lavoravamo di fantasia e imparavamo a vivere. Ci hanno… accompagnati.

Assorbire quella vena profonda e quasi malinconica che avvolge la scrittura di Fabio Stassi e che mi ha colpita fin da quando ci siamo conosciuti e l’ho sentito per la prima volta parlare di letteratura, è stato un piacere che si rinnova. E tutti noi presenti abbiamo ascoltato rapiti anche la maniera ironica seppur profonda di spiegare di Antonio Manzini come questo libro ha visto la luce: abbiamo riso di gusto ma anche riflettuto molto e non solo su Pinocchio.

Abbiamo apprezzato anche la scioltezza e l’acume della relatrice Florinda Fiamma, giornalista culturale, la quale ha reso ancor più vivace e interessante l’incontro in libreria che, personalmente, avrei voluto durasse ancora di più.

Le storie di questa antologia sono 8, e i personaggi che le abitano credevamo di conoscerli bene ma in realtà ci appaiono finalmente più completi, e non importa se si tratta di fantasie folli di un collettivo di coraggiosi scrittori – rimaneggiare le creature di Collodi richiede coraggio e follia insieme – ma importa che facendolo rimaneggiano anche l’intimo di noi lettori, perché non solo ci riportano indietro nel tempo, ma in quell’oggi che ci vede adulti ci invitano a continuare a fantasticare, a commuoverci o a ridere. A pensare con ancora vivo in noi il bambino che eravamo.

Gli altri autori – oltre a Manzini e Stassi – sono Gessica Franco Cavellero, Maurizio Maggiani, Beatrice Masini, Melania Mazzucco, Valeria Parrella, Remo Rapino, che saranno pure folli perché hanno accettato la strana idea di Manzini, ma sono anche penne pluripremiate che tanto in questi anni ci hanno regalato. Ottima scelta, dunque!

Per ora li ringrazio tutti, e sul libro “Quando Pinocchio non c’era” non vi dico altro perché ho appena cominciato a leggerlo, ma presto vi farò sapere.

Intanto, ho buoni motivi per esser grata del pomeriggio di ieri: ho conosciuto una superba libreria della Capitale, mi hanno accompagnata due cari amici e frequentatori dei miei incontri di scrittura, ho riabbracciato con grande piacere Fabio Stassi, ho riso dell’ironia intelligente e coinvolgente di Antonio Manzini, e da ieri ho un nuovo bello scrigno di storie da leggere sul mio comodino. Impossibile non esser grati.

P.S. A proposito di folli… All’età di 8 anni, ho preso una penna rossa e ho cominciato a correggere un libro illustrato di Pinocchio sostituendo alcune parole che trovavo difficili con termini più semplici, a mio parere. Mio padre non era inorridito, anzi, lo ricordo compiaciuto. Il perché l’ho capito quando ho cominciato a scrivere.

Grazie Collodi e… Grazie Papà!

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Chissà se davvero è possibile…

Maria Zambrano.

Ho sentito nominare di recente questa grande filosofa spagnola – siamo così abituati ai filosofi di sesso maschile! – a proposito del suo concetto di meraviglia.

Divoratrice di libri fin da giovanissima, appassionata di filosofia e di viaggi, ha un pensiero in cui mi trovo a mio agio: l’analisi, la logica e la ragione, devono integrarsi, amalgamarsi con il poetico o non affronteranno mai la vita nella sua completezza e complessità poiché siamo fatti non solo di risposte e soluzioni ma anche di zone d’ombra, siamo nelle mancate soluzioni e nel cercare sì ma non necessariamente nel trovare, e siamo nella carne, nelle passioni, nei lati oscuri. Tutti questi aspetti sono quasi esclusi dalla filosofia – non da Zambrano però – e sono ben rappresentati invece dalla poesia.

Dominare e conoscere, non sempre rappresentano l’esistenza, e comunque non solo.

«La poesia è sempre stata aperta alle cose, gettata fra di esse, gettata fino alla perdizione, fino all’oblio di sé, del poeta».

Ed eccola la meraviglia, quel momento estatico che non vuole nulla se non essere accolta, ascoltata in un abbandono capace di assorbirla. Si può cogliere il mistero dell’esistenza umana senza per questo rinunciare al pensiero, anzi: il pensiero si fa completo, ricco e impregnato di un nuovo e più aperto sentire.

In fondo è ciò che dico sempre ai miei allievi: per migliorare la qualità del pensare è bene osservare con nuovi occhi, cogliere sfumature, guardarsi attorno, reimparare a meravigliarsi.

“Il poeta è perso nella luce, errante nella bellezza, povero per eccesso, folle per troppa ragione, peccatore in stato di grazia.” dice la filosofa, e io aggiungo che così deve essere anche per lo scrittore. E allora che sia la meraviglia la scintilla che accende il pensiero, l’immaginazione, la creatività, perché come diceva Oscar Wilde è la meraviglia a rendere la vita degna d’essere vissuta. O Platone, che sosteneva “La meraviglia è propria della natura del filosofo; e la filosofia non si origina altro che dallo stupore”. La filastrocca della Meraviglia, di Tognolini, dice anche “gli occhi si spalmano sopra le cose, e poi le trovano meravigliose”.

Tante citazioni, tanti aforismi ho incontrato. Ma mi areno davanti alla frase di Khalil Gibran:

E se poteste mantenere la meraviglia del vostro cuore dinanzi ai miracoli quotidiani della vostra vita, il vostro dolore non sembrerà meno meraviglioso della vostra gioia.

Chissà se davvero è possibile…


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Profumo di mirto e lentischio

Mi piace osservare piccole solitarie imbarcazioni che – adagiate sullo specchio d’acqua – paiono come anziani appisolati sull’uscio di casa, in pomeriggi indolenti e su sedute di paglia.

Quelle sedie di legno riverniciate di fresco, le case basse e bianche, le reti abbandonate proprio là davanti, sul minuscolo marciapiede, le donne che intrecciano giunchi, i ragazzini scalzi.

Villaggi di pescatori. Si svegliano sempre all’alba, quelle piccole comunità, mentre altrove tutti dormono ancora. Ogni abitante ha qualcosa da fare per cui valga la pena lasciare il letto e il silenzio.

E la sera, il profumo di grigliate o di zuppa di pesce inondano l’unica via mentre piccoli pipistrelli giocano con il tramonto che promette nubi di fameliche zanzare.

In un villaggio così, ho imparato ad andare in bicicletta: una bici bianca, da grandi, con i parafanghi azzurri. E bianchi erano i calzettoni che temevo sempre di sporcare con il grasso della catena.

In pedalate incerte raggiungevo le vigne, ma il terreno sabbioso e poco adatto mi spingeva a tornare indietro, sull’asfalto della sola strettissima strada fusa al modesto agglomerato di case, case che si ammiravano l’un l’altra e sostenevano a vicenda. Profumata di salsedine e rosmarino, la via abitata era delineata a destra dai filari d’uva che si estendevano a perdita d’occhio, e a sinistra da una piccola spiaggia dove minuscole barche lignee riposavano dopo la pesca.

Poche famiglie abitavano quel luogo tiepido d’inverno e arido d’estate, poche quante erano le abitazioni, e il suo strano nome era Cussorgia. Ci si andava qualche volta, le domeniche di fine estate, in quelle sere troppo ancora troppo calde a cercare la clemenza dell’aria di mare, sempre invitati da amici di famiglia. Ho impressi gli odori, la semplicità, le reti ripulite, panieri e canestri fatti a mano, l’uva di settembre, le ginocchia sbucciate di Paolo, l’abilità di Marcello a fare la ruota come un vero circense, la voce un po’ stridula della signora Angelina che richiamava noi ragazzini quando la cena era pronta fingendo di non sapere che stavamo nascosti a rubare i chicchi maturi tra i filari bassi d’uva bianca.

Di recente, ho saputo che Marcello non c’è più. Chissà dove fa la ruota, adesso…

Mia madre abbronzatissima, mio padre allegro e loquace , i bicchieri di vino fatto in casa da signor Severino e destinato ai grandi. Poi le stelle, il cielo vicino vicino. E noi, con il mondo in mano soltanto perché sentivamo di avere tutto, in quel poco che oggi non profuma più di lentischio e mirto, ma di malinconia.

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Autunno, ancora una volta

Ho lasciato che l’estate scivolasse via pian piano, con la calura che fregandosene del calendario si è aggrappata anche all’inizio dell’autunno, incapace di lasciarci.

L’ho lasciata a dissolversi pian piano mentre si stempera l’afa, ed è tornato per me anche il tempo di riprendere a scrivere qui, sul blog. Ma anche altre cose, sono riprese: i contatti con amici scrittori, con gli allievi, i progetti, un romanzo che forse finalmente prenderà forma sulla carta e non soltanto dentro la mia testa, e il nuovo corso di scrittura, dopo l’interruzione estiva.

Stavolta stiamo indagando la parola genialità nel campo della narrativa e della letteratura in generale, con esempi, riflessioni, esercizi, in una costante condivisione densa di dibattiti e domande e risposte… Io imparo tanto, divengo allieva dei miei allievi da cui traggo linfa non solo tra i temi che mi vedono come insegnante ma anche e soprattutto nella vita. Ogni volta è coinvolgimento che completa, è ironia o commozione, è scavare o raccontarsi… é insomma tanto, tanto più di un corso di scrittura e sono felice di questi risultati, che senza la partecipazione attiva di chi aderisce non si potrebbero ottenere.

Sotto le mie finestre, risento il vociare dei ragazzi che vanno a scuola, anche questo è ricominciare. Un nuovo anno scolastico, ritrovare i vecchi amici o conoscerne di nuovi, i libri intonsi, le aule che prendono vita… Mi assale la nostalgia per i compagni di classe, per la nostra ingenuità, per i problemi che ci parevano insormontabili o per quelli che neppure vedevamo, per la giovinezza che credevamo eterna, per gli eroi della letteratura che spesso erano una scusa per sonnecchiare pensando ai fatti nostri durante la lettura a voce alta.

Autunno, ancora una volta. Autunno anelato per via delle temperature quest’anno inaccettabili, autunno che accorcia le giornate e spinge a far scorta di tisane.

Sento in me una rinnovata voglia di guardarmi attorno, di seguire per prima i consigli che elargisco agli allievi, di scrivere più spesso traducendo ciò che il quotidiano mi regala, di appuntare i sogni, le note del vento, il colore del tramonto, i profumi nuovi ora che le margherite non invadono i prati e le nuvole compiono giochi di luce.

Struggimenti.

E mi sento pronta a coglierli.

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La vera meta di questa torrida estate

Questi, sono i giorni di agosto che preferisco, fatti di rientri e nuove nostalgie, di grandi magazzini che espongono pile di quaderni e penne, di cartolerie che mostrano le agende del 2027 di ogni foggia e colore. Il tramonto è anticipato di almeno un’ora rispetto alle scorse settimane, e nuvole nere accarezzano la mia terrazza seppur ancora parche di pioggia.

Mi piace l’attesa del cambiamento che si ripresenta anno dopo anno, perché anno dopo anno in questo periodo così come a gennaio, progetto di scrivere qualcosa di nuovo, fisso le date dei nuovi corsi di scrittura, organizzo un piano d’attacco contro la pigrizia fisica da calura estiva e tanto altro. In realtà non seguo tutto alla lettera perché non ho tanta disciplina, ma mi piace pensare che sta per cambiare qualcosa e mi fa sentire meglio avere una tabella di marcia.

In questa torrida estate ho rispolverato una vecchia passione, quella per gli Arcani Maggiori dei Tarocchi, il cui studio mi ha interessata e assorbita molto. Il tempo libero che mi sono regalata e una giusta dose d’ozio mi hanno concesso momenti rilassanti senza orologio né calendari fitti di impegni, e dopo anni di aerei, navi, mare o montagna, sono rimasta in una capitale che si è svuotata e si è fatta magicamente silenziosa.

Credo che star bene con se stessi sia il vero miracolo e la vera vacanza, ovunque si decida di stare, e a volte è necessario ascoltare quella voce interiore che ti esorta a fermarti.

Leggere, scrivere, pensare, studiare qualcosa di nuovo, guardare un tramonto mentre ceni in terrazza con chi ami e sorseggi un calice di vino fresco… a volte non serve niente altro e non è detto che nuovi lidi siano l’unica meta da raggiungere.

Penso che le vere estati siano quelle vissute in gioventù: padroni del mondo con i capelli bagnati e le energie alle stelle, correvamo sul bagnasciuga inseguendo desideri e credendo alle promesse della vita. L’acqua non era mai fredda, il sole mai troppo caldo e le giornate – allungatesi o no – erano sempre troppo corte…

HERMANN HESSE – Sera d’estate
Riposa e canta un falciatore,
gode il trifoglio maturo il suo profumo –
O tu, che l’antico mio dolore
col canto hai risvegliato dal profondo!
Canti del popolo, canti d’infanzia vanno
sommessi e lievi nel vento della sera,
e tornano a dolere i vecchi affanni
che ormai scordati e cicatrizzati erano.
Nubi di tarda sera passano leggiadre,
la terra esala un caldo e ampio respiro…
Che vuoi da me, stasera, ancora,
perduto tempo della mia giovinezza?



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