Susanna Trossero

scrittrice

E se ci incontrassimo a Roma?

Sapete chi è Harriet Beecher Stowe? Beh, se anche il nome al momento vi sfugge, di certo tutti ricorderete il suo capolavoro “La capanna dello zio Tom”, che vide la luce per la prima volta nel 1852 – con ben tremila copie vendute nella prima settimana, ma già apparso a puntate nel 1851 – e rappresentò fin da subito un prezioso e potente strumento per dar voce a chi non l’aveva: gli schiavi d’America.

Condanna al razzismo, alla schiavitù, parole di uguaglianza, inno al rispetto per l’uomo: un romanzo che disse molto della sua autrice e fu tradotto nel mondo ottenendo gran successo e immortalità.

Lei era nata da una famiglia aperta alle questioni sociali e vicina ai meno fortunati, modernità di pensiero, parità di diritti tra uomo e donna e desiderio di uguaglianza tra tutti gli uomini dunque furono il suo pane quotidiano fin da giovanissima. E in tempi in cui la difesa per gli animali non era argomento sentito come oggi, lei si dedicò anche a questa causa, sostenendo il vegetarianismo nonché iniziative legislative per la protezione degli animali.

Se sarete a Roma il 13 dicembre, alle 18,30 al Caffè Letterario Horafelix parleremo di lei: la Graphe.it ha appena pubblicato “Natale nel Nuovo Mondo”, una raccolta composta da tre racconti di Harriet Beecher Stowe, per la prima volta tradotti in italiano da Fabiana Errico. Il tema delle tre storie è natalizio, la qualità letteraria è altissima, e si può conoscere attraverso di esse l’esperienza autobiografica della scrittrice, mai del tutto palese ma presente tra le righe.

Sarà un bell’incontro, ve lo prometto, in compagnia della traduttrice Fabiana Errico, di Natale Fioretto della Graphe.it e… con me!

Vi aspetto

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Cerchi una tana? Vai in libreria!

Ciao a voi, viandanti di questa pagina, avete trascorso un buon fine settimana?

Io, sabato sono stata a Montesacro, in una deliziosa libreria, la BookStorie di via Valsassina per la presentazione del libro “Dammi la vita”, Mursia Editore, dell’autrice Letizia Vicidomini, fortunata e preziosa conoscenza della Fiera del Libro di Iglesias. Si è creata subito un’atmosfera molto amichevole, quasi intima, in un dialogo fatto di condivisioni e riflessioni che dalla trama del libro si sono spostate verso temi attuali che tuttavia al romanzo sono collegati. Non è strano: ogni romanzo, anche il più fantasioso, contiene dosi massicce di realtà e dalla realtà le sue dinamiche attingono. Il bello della letteratura, di qualunque genere essa sia, sta anche in questo: ci fa sognare, evadere, distrarre, ma ancor più pensare.

Ho appena cominciato a leggerlo, “Dammi la vita”, un giallo che avvince fin da subito e promette bene, ma vi farò sapere a breve vista la mia consueta velocità di lettura.

Mi ha colpita molto la libreria, che intendo frequentare perché è… calorosa. Sì, calorosa è la parola giusta: quando entri quasi ti abbraccia nella sua semplicità e nella ricchezza di titoli che spaziano coinvolgendo anche la piccola e media editoria, inoltre organizza degli incontri particolari ai quali desidero partecipare, e che sfociano anche nella condivisione di cibo o passioni, magari un tè con dei dolcini mentre fuori piove. Una libreria indipendente mostra sempre coraggio, e il coraggio non può non essere premiato: chi meglio dei lettori può farlo?

Vi parlerò ancora di questa interessante “tana” romana in cui rifugiarsi, prometto. Nel frattempo ringrazio Letizia Vicidomini per avermela fatta conoscere e per il giallo “Dammi la vita”, che da domenica è parte del mio quotidiano.

Il lunedì vi giunge come toccasana restituendo routine, o vi disturba?

Il lunedì per me è una strana faccenda da sempre: ho il bizzarro vizio di elencare al risveglio tutto ciò che vorrei fare o cominciare, lo scrivo addirittura, salvo poi rendermi conto che la lista è troppo lunga e al sopraggiungere dell’ansia da prestazione mi arrendo e mi limito a dedicarmi alla rassicurante normalità, fatta di tutto ciò che devo terminare piuttosto che del nuovo da cominciare.

Augurandovi una settimana interessante, vi invito a leggere, a leggere, e ancora a leggere. E se vi va di raccontare qualcosa a proposito delle vostre letture preferite o di qualche romanzo che vi ha colpito particolarmente, in bene o in male, scrivetemi: susy.trossero@gmail.com

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La meraviglia dell’essere umani

Sono stanca.

Sono stanca perché caduta nella trappola dell’altrui crudeltà, nelle troppe storie, nell’orrore delle immagini. Perché è bastato cercare in rete una volta una certa cosa, e poi due e poi tre volte, per esserne sommersa quotidianamente. Tag: abbandono.

Adesso, quell’argomento, non lo cerco più: è lui che viene a cercare me e sono ancora storie, immagini, è ancora trappola da cui non ci si può liberare, un cilindro malefico da cui viene fuori la bruttura.

Sono stanca. Eppure, tutto ciò, ancora genera in me meraviglia.

Siamo andati avanti, dovremmo essere migliori, aver compreso fino in fondo il significato di umanità, altruismo, difesa dei più deboli. Ma i dati sono allarmanti: 130.000 sono gli animali abbandonati in un anno nel nostro paese, 80 mila cani e 50 mila gatti. In moltissimi di questi casi, vi sono dietro storie orribili: lasciati a morire dentro scatole di cartone ben sigillate, o dentro sacchi e via nella spazzatura. Altri denutriti e abbandonati per strada, altri con i segni di violenze subite, altri ancora rientrano nell’elenco delle “rinunce di proprietà”: non ho spazio / ne ho preso un altro perchè questo è vecchio / non riesco a volergli bene / voglio andare in vacanza senza di lui / è impegnativo / mi disturba… Poi ci sono quelli sequestrati perchè vittime di soprusi, maltrattamenti, orrori indicibili che solo a venirne a conoscenza non ci dormo più la notte.

Siete mai entrati in un canile? E in un gattile? Avete sentito quei miagolii? E i latrati? Avete guardato negli occhi quegli animali? E soprattutto: avete ascoltato i loro silenzi?

I volontari, gli operatori, fanno ciò che possono ma sono ben lontani dal miracolo di una vera seconda opportunità per tutti sebbene per fortuna ci siano molte storie a lieto fine. Ma anche dietro quelle, dietro le adozioni benedette, c’è qualcosa che mi meraviglia: l’insensibilità – se non addirittura il compiacimento – verso il dolore di questi esseri viventi da parte di coloro che li hanno abbandonati. Storie di menefreghismo, crudeltà, inciviltà. Atteggiamenti ostili verso chi è indifeso, e non storcete il naso dicendomi che potremmo aprire un dibattito sui femminicidi, sugli abusi su minori, sui trattatamenti riservati alle persone più deboli, sull’ostilità verso la diversità: non intendo organizzare una piramide con un ordine d’importanza: queste piaghe sociali non rendono comunque meno orribile il trattamento che noi “umani” riserviamo agli animali. Oggi, è a questo argomento che è diretta la mia meraviglia, non sminuitelo ve ne prego adducendo a “situazioni ben più gravi”… Provate a pensare che anche questo orrore va inserito tra le piaghe da curare, debellare.

Questo fa una società civile. Proviamo a ragionare per esempio su una frase della grande scrittrice Marguerite Yourcenar: “Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove gli animali agonizzano senza cibo e senz’acqua diretti al macello”.

Da dove cominciare, per cambiare le cose? Con il buon esempio: che i genitori insegnino il rispetto per ogni essere vivente ai loro bambini fin dalla più tenera età, mostrandolo loro stessi. Ogni essere vivente, lo ribadisco: dai loro simili agli animali. Che lo insegni la scuola, che lo facciano gli oratori, i centri sportivi. Che se ne parli nei luoghi di lavoro o durante gli eventi pubblici. Che l’indignazione salga, si estenda, coinvolga. Perchè le sanzioni arrivano sempre a cose fatte, quando ci si meraviglia dell’accaduto. Ma prima, molto prima, occorre provare ben altro tipo di meraviglia e insegnarla, incantandosi di fronte allo sguardo di un animale che si aspetta da noi semplicemente una carezza, una ciotola, una parola affettuosa. Si chiama cura, accudimento. Dovrebbe essere un fatto naturale se si decide di occuparsi di un animale.

Voglio ricordare che da oggi e come ogni anno, la Lega Nazionale Per La Difesa Del Cane ha lanciato la campagna #adottaunnonno, che in collaborazione con Nutrix Più offre una fornitura di cibo gratuita per il periodo di un anno a chiunque scelga di adottare dai suoi canili un cane over 10 entro il 31 gennaio. Ma se non si è pronti a non considerarlo un fatto momentaneo, un giocattolo, basta lasciar stare. Perchè un animale è famiglia, compagno di vita, di viaggio, arricchimento. Per sempre.

Meraviglia. Ed è un bene che la si provi davanti alla bellezza così come davanti a ogni bruttura, perché equivale a possedere ancora umanità.

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Al domani, ci penserò domani

E novembre se ne va ma niente si porta via…

Le foglie si sono arrese, gli alberi si denudano e mi domando perché accade sempre quando fa freddo e mentre noi ci rivestiamo dopo il calore dell’estate. Elucubrazioni senza senso dettate da una strana pigrizia mentale che libera il pensiero, lo spinge là dove non c’è mai tempo per farlo vagare.

Un’amica oggi mi ha fatto notare che tutti siamo utili e nessuno indispensabile, e che dovremmo più spesso ritagliarci degli spazi da riempire di piacevolezze o addirittura di dolce far niente, per sopravvivere alla vita che incalza e ricaricare le batterie.

E allora mi domando: che cosa mi piace, quando sono stanca? Cosa mi rilassa di più, cosa mi rasserena mettendo a tacere ogni elemento disturbante?

Guardare i tramonti dalla mia terrazza, per esempio. Ogni sera, gli spettacoli sono unici e irripetibili e sebbene possano instillare malinconia, il colore caldo che li avvolge – con quelle infinite gradazioni di rosso e arancio – cattura la poesia e mi induce a cercare parole per esprimerla.

Il tramonto è qualcosa che si strappa in cielo, che sporca l’azzurro prima del buio, e racconta di cose che finiscono ma predispone al nuovo perché spinge pian piano verso un giorno tutto da vivere. Si posa sulla città e all’interno di casa, sui giorni più belli che vorresti non finissero mai e su quelli peggiori, sui quali stende il suo pietoso velo, spegnendoli.

C’è uno strano rallentamento, al tramonto: per un attimo, un attimo solo, ho spesso l’impressione che qualcosa stia per fermarsi, e trattengo il fiato. Ma poi tutto riprende, i colori cambiano ed è il blu ad accendersi mentre penso che domani ci rivedremo e scatterò un’altra foto al miracolo della sera.

Questo è un periodo in cui è sveglio in me il guerriero che da sempre mi accompagna e, nel tramonto, mi poggia una mano sulla spalla e con me ritrova la bellezza della vita.

Al domani ci penserò domani.

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I colori che invitano a sognare

I fumi delle caldaie, svettano da un giorno all’altro diretti verso il cielo di città, a raccontare che l’inverno è arrivato sebbene in ritardo. Sì, è arrivato pungente, rigenerante, rumoroso come il vento che percuote o la pioggia che bussa contro le finestre. Speravo in un autunno più stabile, nei suoi colori più duraturi, ma ho appena fatto in tempo a immortalarne la magia ed eccolo cacciato via in malo modo. Una fotografia ferma qualcosa, ma riproduce ciò che già non esiste più: una espressione del viso, il movimento di un albero, le ombre di un particolare momento del giorno. La visione autunnale più struggente.

La luce della lampada, il pc sulle gambe, il divano e un po’ di musica in sottofondo a coprire l’impazzare di una vera e propria burrasca fuori dopo un tramonto che pareva quasi parlare, e per un po’ sembra d’essere in una dimensione dove non esite nulla che disturbi la quiete data dal ticchettio sulla tastiera. Le parole prendono forma e così i pensieri, leggeri e fantasiosi. A dire il vero oggi ho riflettuto su Proust, sulla memoria, sul tempo perduto che grazie ad essa viene restituito ma anche inevitabilmente modificato. Sulla ricerca della felicità che si compie guardandosi indietro quando guardare avanti fa paura.

“La realtà è il più abile dei nemici. Lancia i suoi attacchi contro quel punto del nostro cuore dove non ce li aspettavamo e dove non avevamo preparato difese”, dice Proust.

Penso a lui che ha trovato la vita nella scrittura e non viceversa, e mi domando come abbia potuto rinunciare ai colori autunnali per ben 15 anni, chiuso in una stanza senza neppure guardar fuori per un attimo, dove infinite gradazioni di giallo e nocciola raggiungono antri segreti dell’anima commuovendo. E invitando a scrivere per condividere, esternare, sognare.

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