Susanna Trossero

scrittrice

Il pane viaggiatore

Fiera del libro di Iglesias 2016

In questo inverno confuso, che ci ha regalato anticipi di primavera e improvvisi cali di temperatura, il nostro libro sul pane carasau ha davvero viaggiato tanto e tanto ha da raccontare. Antonella Serrenti e io siamo rimaste senza parole di fronte al costante interesse dei lettori, nei confronti del pane come alimento primario, simbolico, che diviene addirittura folklore perché ospite d’onore delle ricorrenze, delle giornate da custodire nella memoria, che accompagna momenti di gioia o di espiazione, pane così ben raccontato dai testimoni di questo libro, uomini e donne vissuti in un tempo difficile ma per assurdo più semplice, in cui vigeva una pace costruita con fatica, vissuta e respirata in un quotidiano antico che mai sapremo riprodurre.

L’anziano pastore che ci narra del pane carasau vissuto nei sogni illuminati dai bengala, in un’amistade (amicizia) nata sulla soglia di casa e interrotta bruscamente dal proiettile di una guerra, il pane puro nel sudiciume di una trincea che diviene per un istante cucina odorosa per due ragazzi cresciuti insieme, e insieme diventati uomini forse troppo presto.

Le donne dai capelli imbiancati che ricordano di quando il latte, durante la panificazione non aveva lo stesso sapore dei giorni “normali”; la nostra cucina diventava odorosa di buono e questo profumo di genuino e di pane appena sfornato impregnava anche il contenuto della mia tazza, trasformandola in qualcosa che mi resterà dentro finché vivrò.

Siamo davvero felici di aver portato in tante case questo pezzo di Sardegna che non è spiagge bianche o acque cristalline, ma anche odori caldi di camino acceso, di ginepro, di rosmarino, di origano posto ad essiccare in un fascio vicino alla porta… E un leggero fumo di legno secco, crepitante, ad avvolgere le pagine.

Il nostro è un libro che entrando di casa in casa porta sul tavolo una vera montagna di farina bianca e dobbiamo ringraziare tutti coloro che gli stanno aprendo la porta. Siete davvero tantissimi, in ogni regione d’Italia! E tanti sono stati i lettori che sono venuti a trovarci alla fiera del libro di Iglesias, un’esperienza entusiasmante che di certo ripeteremo l’anno prossimo.

Il pane carasau. Storie e ricette di un’antica tradizione isolana è un narratore dal potere di attrarre altre voci, altre storie, altri ricordi, che tutti voi state condividendo con noi.

Ad ogni incontro e in ogni luogo, voi scrivete il vostro libro mentre noi vi raccontiamo il nostro.

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Caro Amico ti scrivo…

Susanna Trossero e Chicco Fiabane

Nel 2012, l’associazione culturale “Le città invisibili”, mi propose di far parte di un progetto intrigante: scrivere un racconto su una zona appartenente al Sulcis Iglesiente, territorio del sud ovest sardo che mi ha vista crescere. Il racconto in questione doveva attrarre verso quei luoghi e mantenere uno stile a tratti surreale, con un linguaggio che sfiorava il fantastico, il paranormale. L’idea mi piacque subito e la mia fantasia diede vita a “I Tonnaroti”.

“Un grido di battaglia, l’inizio di tutto. E poi la fine. Questo è. Dopo gli schizzi d’acqua violenti, il silenzio col mare che resterà rosso per un po’. Io ho sempre rispettato questi grandi pesci, li ho onorati anche quando il loro sangue ci ha fatti esultare tutti, ho pregato per loro e perché la morte giungesse il più velocemente possibile quando li issavo a bordo. Noi cantavamo, in loro onore, e quando il sacerdote benediceva questo luogo prima di quel grido, benediceva anche loro, bellissimi animali lunghi fino a cinque metri, che di lì a poco sarebbero impazziti di dolore e paura per sfamare un popolo antico come il nostro, per mantenere famiglie intere, villaggi”.

Le città invisibili, era nata nel 2008 per volontà dei quattro amici Giovanni Fiabane, Francesco Artuso, Marcello Murru e Federico Contu e spesso mi ha supportata in incontri ed eventi legati ai miei libri; io stessa ogni volta che ho potuto ho seguito i loro, tra l’altro divertendomi un mondo! Fantasulcis ha segnato anche l’esordio della Pettirosso Editore, e il giornalista, poeta e scrittore Claudio Moica, nella prefazione scrisse che “la Pettirosso editore ha trovato dieci autori per riscoprire le origini di un Sud Ovest sardo inflazionato da una grave crisi socio-economica; un modo diverso per risvegliare l’orgoglio degli Shardana (antico popolo sardo) presente, ma nascosto nel dna di tutti gli abitanti di quest’isola bella e impossibile.”
Da allora tante cose sono successe grazie a questo instancabile team al quale, nel tempo, altri nomi si sono affiancati. Fiere del libro, BookStock Festival (letture, musica, libri, canti e balli, in una notte bianca sulla spiaggia), Eatbook (evento culturale enogastronomico), e incontri, presentazioni, reading di lettura, eventi, manifestazioni… Se c’è qualcosa da inventare che abbia a che fare con i libri, beh sappiate che a loro verrà in mente!
E così, in occasione della ristampa della raccolta Fantasulcis, da parte di Pettirosso Editore, mi è venuta voglia di fare un piccolo tributo ad una persona che ha sempre fatto del suo meglio per sostenere la cultura e quel magico mondo che ogni libro racchiude; una persona che è parte integrante di questo team e che come tutti gli artisti è di certo un po’ pazza ma spesso geniale: Giovanni Fiabane, che noi amici chiamiamo Chicco.

Generoso, intellettualmente vivace, che non dimentica gli amici e che ha sempre un sorriso per tutti. Beh, caro Chicco, continua così perché – pur avendo il dubbio che qualche strano gnomo colorato visiti i tuoi sogni per suggerirti nuove follie da attuare – per la nostra zona e per i talenti che cela, hai sempre fatto tantissimo. Personalmente, mi hai anche presentato la cedrata arrangiata seguendo gli ingredienti del Mojito, e te ne sarò eternamente grata!

Benvenuta alla nuova ristampa di FantaSulcis, e un in bocca al lupo per le tue future pazzie!

Susanna

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Incontrarsi a… Santadi

Susanna Trossero e Antonella Serranti

Antonella e io firmiamo le copie del nostro libro sul pane carasau

Venerdì 11 marzo, alla biblioteca comunale di Santadi, grazie all’organizzazione de “Argo Nautilus”, verrà presentato il libro Il pane carasau. Storia e ricette di un’antica tradizione isolana, scritto a quattro mani da me e da Antonella Serrenti, e pubblicato dalla Graphe.it Edizioni. Se non conoscete Santadi, situato nel basso Sulcis al centro di una grande vallata, val la pena di visitarlo per diverse ragioni, una delle quali è la presenza di grotte meravigliose (le grotte di Is Zuddas), che potrete visitare accompagnati da una guida. Credetemi, si resta incantati dalle tante stalattiti, stalagmiti, nonché dai rari “fiori” di cristalli bianchissimi. E che dire delle tombe dei giganti, del tempio nuragico o di un evento suggestivo e unico che si tiene la prima settimana d’agosto e che attrae numerosi turisti, il Matrimonio Mauritano. Se siete curiosi, vi invito a leggere qualcosa in proposito:

Insomma, in questo piccolo e suggestivo comune sardo, il nostro libro ha trovato ospitalità e speriamo di poter non solo condividere le testimonianze in esso raccolte, ma anche di sentirne di nuove, grazie al pubblico che parteciperà all’evento.

Nell’attesa, vi lascio con un passo del piccolo saggio: si tratta del racconto di Lena, un’anziana signora che ci presenta la figura di una “Accabadora”…

“Durante quegli anni, la mia propensione a “ficcanasare” tra le cose dei grandi, mi diede modo di scoprire che esisteva al paese una strana figura: si trattava di una donna apparentemente come tutte le altre, una vedova proprietaria di un piccolo gregge di pecore, che filava la lana e partecipava attivamente alla vita sociale della comunità, ma che – quando necessario – era in grado di porre fine, pietosamente e con grande umanità, alle sofferenze dei più sfortunati, ovvero di coloro che per gravi malattie erano destinati ad una lunga e tremenda agonia. Ne compresi appieno il senso soltanto da adulta, elaborando il ricordo e traducendolo anche grazie alle parole di mia madre, ma ciò che ho impresso, come fosse una fotografia, è il corpo del mio zio pastore, dopo la visita della filatrice, adagiato dentro la bara tenuta aperta per l’ultimo saluto; vi era stato posto, di lato, un disco di pane carasau tagliato a metà, due mezze lune poggiate su un panno di lino bianco, perché le portasse con sé nell’ultima transumanza insieme ad una moneta nascosta nella tasca dei caltzones (pantaloni di orbace) necessaria a pagare il traghettatore delle anime. Per sua volontà, furono messe all’interno della cassa di legno, un paio di scarpe in più, le ricordo un po’ logore ma nessuno di noi ne possedeva due paia nuove! Le aveva chieste il giorno prima di morire, spiegando a sua moglie e a mio padre, che se al traghettatore la moneta non fosse stata sufficiente per pagare la traversata, lui avrebbe dovuto percorrere lunghissimi tratti a piedi.”

Ci vediamo a Santadi!

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Cronaca di uno Stato che uccide

Da pochi giorni vaga libero per la rete, il documentario “Cronaca di uno Stato che uccide”, da un’idea di Fabio Mazza; sue sono anche le musiche, sua la regia e – insieme – abbiamo lavorato ai testi. Un’esperienza per me nuova e davvero interessante, che spero di ripetere anche se in questo caso il tema trattato mi ha profondamente colpita: la crisi che ha messo tutti in ginocchio, le situazioni drammatiche, la disperazione della gente, dall’uomo della strada al grosso imprenditore, e… i suicidi, che sono davvero tanti, anche se poco oramai se ne parla.

Troppi sono i settori colpiti, i più fortunati sono ancora in piedi ma molti stanno temendo per la propria sorte, anche chi ha ancora di che sopravvivere: si parla di ripresa ma c’è ancora chi dorme in auto… e quando finiscono anche le piccole grandi risorse, che fare? Quando diventa impossibile anche vestire i figli o fare la spesa?

Eccoli, i “nuovi poveri”, alla chiusura dei mercati a raccogliere da terra la frutta e la verdura scartata perché troppo matura o ammaccata visibilmente. Non sono privi di dignità o di decoro, no, e non sono barboni: hanno una casa, un letto – sebbene non si sa più per quanto tempo ancora – e sono padri e madri di famiglia, sono anziani o disoccupati, cittadini come tanti privati oramai anche dell’essenziale, in una condizione di indigenza che non dovrebbe essere ignorata da chi ancora può riempire il carrello del supermercato: siamo tutti a rischio, non dimentichiamolo,viviamo in un paese dove ormai si fanno debiti anche per comprare il pane!

Altro dato allarmante ma significativo è quello che vede in grande aumento i furti di generi alimentari nei supermercati, sempre più spesso compiuti dagli anziani. Rubano insaccati, scatolette, e a volte sono così impauriti e maldestri che vengono colti in flagrante. Ma non dobbiamo stupirci né scuotere la testa, perché i dati Istat parlano chiaro: in Italia, negli ultimi anni, i poveri sono cresciuti di 5 milioni!

In una realtà in cui oramai sono circa quindici milioni i cittadini che vivono con redditi inferiori a 500 euro al mese, come si può pensare che si possano acquistare senza difficoltà anche i generi di prima necessità?

È emerso così come siano ormai migliaia le famiglie che ricevono abbigliamento, ma anche e soprattutto generi alimentari, da parrocchie, enti, associazioni di volontariato.

In un’Italia in cui ci si mette in fila per acquistare l’ultimo Smartfone, ecco un altro motivo di allarme: le code alle mense dei poveri, un tempo frequentate da coloro che vivevano sul marciapiede, da chi non possedeva fissa dimora e che – come letto – si era guadagnato un pezzo di cartone. Oggi, vanno in cerca di un piatto di minestra ex imprenditori, dipendenti che hanno perso il lavoro in seguito alla chiusura delle aziende, operai in cassa integrazione, insomma disoccupati di vario genere dall’aspetto decoroso ma privati di ogni speranza per un futuro che renda loro una vita degna d’essere vissuta.

Ognuno ha una storia e fa la storia, ogni volto racconta tragedie umane non degne di un paese civile, rivelando vulnerabilità, fragilità, o storie deleterie dalle quali tendenzialmente ci dissociamo ma che ci appartengono tutti, perché è di tutti il timore della perdita nell’avvenire.

Vi chiedo, Amici miei, di guardare e diffondere il nostro documentario, perché non è stato girato a scopo di lucro, bensì per dar voce a chi non ne ha abbastanza o – purtroppo – a chi non c’è più…

Grazie,

Susanna

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Appartenenza

appartenenza

Il mare è uno specchio stasera, e io vi vedo riflesse le nuvole bianche e il sole che tramonta diretto verso altri luoghi lontani.

Qualcuno, dall’altra parte del mondo, sta per cominciare un nuovo giorno dopo la tregua notturna. Il cambio della guardia, ecco cos’è. Fra qualche ora occuperò il letto ancora caldo di chi si appresta a fare colazione.

E gira la terra, ignara di tanti fardelli, lasciando che il tempo scorra su quell’interruttore che accende albe promettenti, e spegne speranze in crepuscoli di gemiti.

Gira la terra, mentre soccombo ogni sera davanti allo spettacolo più effimero, e le barche dondolano indolenti sull’acqua.

La mia casa sulla scogliera, è una finestra stabile su visioni precarie.

Mi sento di passaggio ovunque, impossibilitato a metter radici come il sole che ora sorge ora va a morire, seguendo sempre la stessa via senza potersi fermare un’ora di più a contemplare ciò che è, a meditare su ciò che è stato, a sperare su ciò che sarà. Eppure, nel suo eterno andirivieni, è immobile esattamente come me.

Lei se n’è andata, ma il mio orologio non si è fermato: albe e tramonti si susseguono, il mare è laggiù, a ospitare notturni predatori armati di reti e lanterne…

Cos’è cambiato dunque?

Non si muore per amore, ma si agonizza volentieri, rotolandosi con masochismo idiota su pensieri spiacevoli ed erezioni da ricordi seducenti. Tornerà a prendere le sue cose quando la mia follia avrà raggiunto livelli accettabili.

Lei adesso sta bene, e questo mi fa male.

Mi sveglio esausto, esausto vado a letto, su questa terra che gira trascinandomi con sé; nessuno alla mia tavola, nessuno ad augurarmi la buonanotte, nessuno a dividere con me l’indivisibile. Non può non saperlo.

Voglio che muoia.

Vaneggio.

(Dal mio “Lame e affini” – Graphe.it)

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