Susanna Trossero

scrittrice

Tutti nascondono un segreto

Chissà se è vero che tutti nascondono un segreto… E se lo è forse dipende dal timore d’essere giudicati? Io credo che il nostro vivere venga filtrato invece dal nostro stesso giudizio, ovvero nel momento in cui noi giudichiamo per primi le nostre azioni o scelte, ecco innescarsi il timore dell’altro.

Sul sito dell’Istituto Beck ho trovato l’interessante distinzione tra riserbo e segreto.

Per quanto riguarda il primo, si legge che “Il riserbo è quello che si prova verso un’informazione personale che preferiremmo non rivelare, riguarda solo noi stessi e, se siamo discreti, è per proteggerci”. Insomma, conclude, fa parte della privacy e decidiamo noi se e a chi dirlo. Ma del segreto dice che è qualcosa di cui siamo a conoscenza che però riguarda un’altra persona; spesso a rivelarlo potremmo danneggiarla. Si tratta insomma di una informazione che in qualche modo ci dà un potere sull’altro, e per citare ciò che è ben spiegato sul sito: “Un particolare, piccolo o grande, perduto nella storia degli eventi, se non rivelato, può cambiare il corso del destino di uno o molti uomini. E, quando rivelato, ha in potenziale il medesimo effetto.”

Film, serie tv, libri: persino nel genere romantico, c’è in ballo un segreto, non è vero?

Qual è l’ultimo romanzo che avete letto, la cui trama si basa su un segreto? Io La vita perfetta di Renée Knight, sottotitolo: Tutti nascondono un segreto (Pickwick libri). Mi è piaciuto molto, l’ho trovato avvincente, una lama che affonda, più doloroso che intrigante. Un thriller psicologico che ci fa riflettere: i giudizi possono essere errati seppur basati su fatti, logica, prove che appaiono inconfutabili.

Nella vita, tendo a sospendere il giudizio in favore del vestire i panni altrui, anche se a volte possono starmi stretti. Ma parto sempre dal principio che ogni azione è motivata da tanto, troppo bagaglio personale, ed è più facile giudicare che immedesimarsi, non è vero?

Vi lascio con una frase che trovo molto interessante:

Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù. (Khaled Hosseini)

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Febbraio

Che bella, questa atmosfera da primavera anticipata… Stanno fiorendo le mimose, il tepore nelle ore centrali della giornata ci fa tenere il giubbotto sotto braccio, e gli odori sono già cambiati.

Già. Gli odori. Ogni epoca della vita ne ha di suoi e quando avverto profumo di fiori nell’aria, ritorno alla giovinezza, quando si usciva a respirare a pieni polmoni l’idea che il tempo del mare si stava avvicinando.

Quando le giornate si facevano più lunghe e la temperatura più mite, provavo una strana sensazione interiore, una astratta speranza, come quando qualcuno ti fa una promessa e tu ci credi e resti in attesa che si avveri. Ecco, una bella e tiepida giornata, così mi faceva sentire.

Oggi, febbraio cominciato da poco, il sole è calato sulla stessa sensazione, riapparsa dopo tanti anni. E covo l’astratta speranza che un sogno stia per realizzarsi, sebbene non riesca a dargli forma concreta o a individuarlo nel mucchio di quelli non ancora concretizzati.

So bene che domani guarderò ancora la pioggia sui vetri, e sarà ancora freddo e buio fuori, siamo appena a febbraio, l’ho detto, ma le lacrime sulle mimose oramai fiorite non basteranno a limitare il tripudio di giallo, o il candore assoluto delle margheritine di città, che sbucano da ogni dove incantandomi.

Sono tutti doni, questi. Regali calpestati, dimenticati, che ci provano ogni anno a bussare al nostro sguardo.

Io gli aprirò, e voi?

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Se le madri fossero immortali…

Da giovani ci era impossibile pensare che anche le nostre madri lo fossero state. Immaginarle piene di sogni e progetti, magari alle prese con la prima cotta o tra gli amici, o magari pensarle a scrivere una pagina di diario, confidare un segreto a un’amica…

Ogni generazione si autoconvince di possedere in tasca ogni soluzione, di essere custode di verità assolute, di risposte ad ogni dilemma. Quanta presunzione…

Le madri diventano persone quando noi figli perdiamo l’arroganza della gioventù: in quel momento finalmente si rilassano, non devono più temere di non saperci guidare, attendere il nostro rientro per dormire finalmente in pace, oppure osservarci per capire se ci stiamo mettendo nei guai. Possono tirare un sospiro di sollievo, smettere di recitare la parte e deporre le armi della severità e delle regole a tutti i costi. Ed è proprio allora che le conosciamo davvero: in un dialogo tra adulti noi ci nascondiamo meno e loro ci ascoltano di più, senza timori. Ci si apprezza a vicenda, ci si abbraccia tra simili. Perché, che ci piaccia o no, noi alle nostre madri somigliamo davvero tanto, a volte troppo, non è vero? Le abbiamo combattute, ed ora che i ruoli si invertono e da figlie diventiamo noi le loro mamme, nasce una tenerezza nuova, mai provata in gioventù.

Cambiano tante altre cose, nel tempo… Siamo noi a domandare se hanno mangiato, se si coprono al freddo, se dormono a sufficienza. Siamo noi a spiegar loro come funzionano le cose, che cosa significa una frase, quanto tempo deve passare prima di far questo o quello.

E il loro calendario, una volta contrassegnato dai compleanni, ora è una tabella di medicinali da prendere, da non dimenticare!

Nasce una nuova forma di rispetto frammista a malinconia crescente, al timore di perderle, quelle madri che tanto criticavamo in gioventù. E se ritroviamo una loro foto, magari scattata quando avevano soltanto 15 anni, ci sembra incredibile che li abbiano avuti anche loro, tanto tempo prima di noi. E che fossero così belle!

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Soffrire per amore

Un certo sorriso

Giorni fa, per strada, ho incontrato un libro abbandonato al suo destino: Un certo sorriso di Françoise Sagan, edizione I Garzanti del 1966.

L’autrice mi è sempre piaciuta, me la fece conoscere una cara amica prestandomi Bonjour tristesse e Le piace Brahms?, nel tempo dei banchi di scuola, e anche stavolta ho letto il romanzo tutto d’un fiato!

Sulla copertina c’è scritto che si tratta di un sommesso e patetico racconto d’amore, e mi sono domandata quanti di noi ne abbiano provato uno…

Sommesso: il vocabolario dice “che mostra debolezza, umiltà, sottomissione”, ma è su “patetico”, che mi sono soffermata.

“La notte, la testa tra le braccia, schiacciavo il corpo contro il letto, come se il mio amore per Luc fosse stato una bestia calda e mortale che avrei potuto così, con ribellione, schiacciare tra la pelle e il lenzuolo. E poi la lotta incominciava. Il mio ricordo, l’immaginazione, divenivano due avversari feroci. Ciò che era stato, ciò che sarebbe potuto essere. E, senza respiro, quella ribellione del corpo che aveva sonno, dell’intelligenza che si disgustava”, racconta la protagonista del romanzo di Sagan.

Si dice di chi è patetico che sia piagnucoloso, imbarazzante, che mostra sentimentalismi e disperazione eccessivi, e così via.

Ma adesso, guardiamoci tutti allo specchio e neghiamo – se ne abbiamo il coraggio – di quella volta che proprio lo specchio rimandava una nostra immagine dimessa, sfatta, dagli occhi febbricitanti per il grande sconforto. Non è patetico amare, ma ci si sente patetici quando è qualcun altro a smettere di amarci. Un tradimento senza eguali.

Basta regaire, dicono le persone di buon senso”, ma sospirare e affliggersi è più facile, direi più naturale, perchè negarlo. Ve lo ricordate, quando vi è accaduto? Riuscite a rivedervi senza alcun imbarazzo?

Dovreste, perchè soffire per amore è cosa di tutti, anche dei più cinici che mai lo racconteranno ad anima viva ma che lo hanno fatto eccome!

Un medico, uno psicologo, spiegherebbero che il fatto di soffrire per amore va a risvegliare le stesse aree del cervello che si mettono in moto quando si prova un dolore fisico. Si può realmente provare un dolore localizzato simile a quello del cuore che si spezza. Insomma, il sistema nervoso centrale elabora nello stesso modo dolore fisico e psicologico. Dunque inutile vergognarsene, prima o poi passa, no?

Nel frattempo, possiamo tuffarci in dolori da romanzo, dove scrittori e scrittrici ci fanno sentire a casa, anche se meravigliosamente patetici.

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Buon Natale

Buon Natale

Il Natale è uno stato d’animo dal quale lasciarsi trasportare, liberando l’infanzia che sta ancora dentro di noi a dispetto di tutto.

Il Natale è un’aria che si alimenta con il calore dell’affetto e con il bisogno di credere ancora nelle lucine colorate, in tutto ciò che brilla. Comete di abbracci, ricongiungimenti, i problemi fuori dalla porta. Un’illusione, certo, ma di illusioni – nel quotidiano – chi può farne a meno?

“Senza le illusioni non ci sarà mai grandezza di pensieri, né forza, impeto e ardore d’animo, né grandi azioni che per lo più son pazzie”, scrisse Giacomo Leopardi…

Sì, il Natale degli adulti è forse un’illusione, ma è qualcosa che ci portiamo dietro e dentro da quando eravamo bambini, disposti a credere che qualcuno avrebbe realizzato i nostri piccoli sogni: chi l’omone barbuto vestito di rosso, chi il piccolo Gesù Bambino. Formulavamo un desiderio ed eccolo materializzarsi sotto l’abete di plastica: bello no? Addirittura facile!

Il Natale è un rimpianto, una nostalgia, e personalmente mi ricorda che per essere davvero più buoni, più vicini ai nostri cari, o per fare un regalo a qualcuno, si può colorare di rosso anche un qualunque giorno dell’anno, facendolo brillare di voci e abbracci, di gesti gentili e di parole o azioni che non si dimenticano.

Perché il Natale sia sempre e ancora uno stato d’animo da cui lasciarsi trasportare.

Buone feste a tutti voi che passate di qui!

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