Susanna Trossero

scrittrice

L’insolita passeggera

Dopo aver fatto pace con l’AI e aver ammesso la mia tecnofobia, oggi sto riflettendo su qualcosa che quelli del mio tempo hanno sempre visto e vissuto come normalità: la lettura di un giornale.

Mi capita di prendere i mezzi pubblici – treni- metro – autobus – e ciò che vedo abitualmente è il capo chino e un cellulare in mano, in tutti i passeggeri. Io in genere li osservo, cerco delle particolarità, mi immagino la loro storia, a volte prendo appunti in un quadernetto dalla copertina variopinta perché penso abbiano qualcosa di insolito su cui valga la pena soffermarsi. Sono nate delle storie, nei miei brevi viaggi. Quando invece i percorsi sono lunghi, allora mi estraneo e leggo un libro. Me lo porto dietro, devo sentirne il peso in borsa e la consistenza tra le mani, l’odore se lo avvicino alle narici o l’eco in me quando lo ripongo prima dell’arrivo, qualunque sia la meta.

I giornali in realtà è da un po’ che non li leggo. Molte edicole stanno chiudendo (dal 2010 ad oggi 7 su 10 non esistono più, in 20 anni chiuse oltre 15 mila!) o si sono trasformate in punti multiservizi, e comunque il sistema di informazione cambia e stiamo cambiando noi. La distribuzione del giornale inteso come cartaceo è in costante calo e secondo alcuni monitoraggi, nel nostro paese ci sarebbero già 2000 comuni oramai senza una edicola, così come ve ne sono con una soltanto.

Ecco perché, giorni fa, ho sentito l’esigenza di fotografare una sconosciuta che in treno leggeva un giornale. Ha catalizzato il mio sguardo sia perché è oramai una insolita visione, sia perché era giovane e a dire il vero non me lo aspettavo. Ho dovuto resistere all’impulso di andare a parlare un po’ con lei, di avvicinarla per conoscerla: di questi tempi è facile insinuare inquietudine. Poi però me ne sono rammaricata, forse invece avrei dovuto farlo.

Ma scovare chi non sta navigando tra notizie veloci, titoloni trabocchetto e fake news o argomenti sensazionalistici, mi ha fatto pensare a qualcuno che necessita di una pausa. Di una immersione lenta, morbida, rilassante eppure concentrata e senza distrazioni. Leggere un giornale è una pratica che ancora mi capita di vedere nella mia cittadina isolana, dove alcuni stanno seduti sulla piazza a scorrere le notizie e magari a commentarle con vicini di panchina. Quando ero ragazzina, all’edicola sotto casa ho divorato fumetti al calduccio di una stufetta elettrica, poi adolescente ho fatto compagnia ad una amica che ci lavorava, cibandomi di fotoromanzi Lancio, e poco più grande ho conosciuto un ragazzo che mi aiutava a trovare tra le varie riviste argomenti inerenti a ricerche scolastiche. Tanti sono gli aneddoti legati all’edicola di legno del mio quartiere, tante le tappe legate alla mia crescita, tutto riemerso per via della passeggera del mio stesso treno.

Ho provato una piacevole sensazione che forse può apparirvi eccessiva, eppure ho annoverato questo banale incontro tra i piccoli miracoli di una giornata qualunque sui mezzi pubblici, e quando la passeggera è scesa – prima della mia fermata – un po’ mi è dispiaciuto.

La preghiera del mattino dell’uomo moderno è la lettura del giornale. Ci permette di situarci quotidianamente nel nostro mondo storico“. (Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Scritti e bozze, 1799-1808)

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Il vivere crea bisogni

A volte basta l’introduzione di un libro, per dar voce a ciò che risulta essere la conclusione di un personale ragionamento. Nel mio caso il libro è “Perché la sofferenza”, di J.Konrad Stettbacher, psicoterapeuta di Berna.

L’introduzione, curata dall’autore stesso, così recita:

“Ogni essere umano che abbia almeno una volta potuto provare quanto sia prezioso un comportamento protettivo, comprensivo e creativo, e quanto sia piacevole una convivenza pacifica e appagante, vorrà conservare questa possibilità di vita e impegnare le energie di cui dispone per realizzarla. Tuttavia non siamo evidentemente ancora arrivati a questo punto”.

Convivenza pacifica e appagante… Tutto ciò deve riguardare la nostra piccola isola felice e le nostre relazioni interpersonali – amicizia, amore, legami affettivi di vario genere – ma anche il rispetto per il luogo che ci ospita e per i rapporti anche meno profondi o approfonditi. Nella vita, così come nella letteratura, esistono personaggi principali ma anche secondari, comprimari o comparse. Così come esiste l’ambiente che ospita le nostre storie e il nostro vivere.

Questi giorni riflettevo sul fatto che ognuno di noi è un forziere: contiene tante cose all’interno, dalle più belle che spesso lasciamo emergere a quelle inenarrabili che cerchiamo di celare ai più, ma con le quali si fanno comunque i conti.

Siamo davvero chi diciamo di essere? E coloro su cui scommetteremmo, sono davvero ciò che noi pensiamo siano? Quante maschere indossiamo a seconda delle circostanze?

Mi sono trovata nella condizione di non capire cosa penso, una volta appurato che alcune delle persone che io nella vita ho reputato integre e tutte d’un pezzo, in realtà erano più deboli e confuse di quanto io credessi. Forse, ammettere le nostre vulnerabilità accettandone il prezzo, ci rende comunque migliori anche se giudicabili. In fondo, essere se stessi accettando le conseguenze significa anche sostenere l’infelicità che l’essere se stessi può provocare, negli altri ma anche in noi. Eppure, in questo caso la verità è una forma di rispetto. Costa, tuttavia essa stessa genera rispetto.

Lo psicoterapeuta su citato, sostiene: “L’unico senso del soffrire sta, a mio parere, nel dissolvere la sofferenza. Questo significa cercarne e identificarne le radici per poter impedire sofferenze future”.

Metterci in primo piano e dissolvere ogni remora o timore prendendo in mano i nostri reali bisogni, è egoismo o salvezza per noi e per chi ci sta accanto? Si tratta di salvezza per entrambi?

L’autoconsapevolezza, forse dovrebbe affrancarci dall’eterno bambino che in noi resiste e teme di non essere considerato buono. Ma mancanza di chiarezza che impedisce di orientare se stessi in una nuova e non preventivata situazione, non rischia di disorientare ancor di più?

Tu che mi dicesti “Non so se riuscirò a leggere il tuo libro sul male d’amore perché mi fa paura”, non avresti dovuto avere più paura del taciuto? Non avresti forse dovuto scavare seppur faticosamente, per trovare la tua, di verità? O è proprio la nostra verità a decidere se emergere o no in base a quanto siamo in grado si sopportare… Lei forse sa. Sa molto più di noi che la educhiamo, la edulcoriamo. Ancor più: la imbavagliamo.

Quando la coscienza insinua il dubbio che “volere” rappresenta un pericolo, ecco che nasce la necessità di placare. Ma quanto può durare questa finzione senza che tutto si sgretoli, in noi o all’esterno…

Storie.

Storie d’altri che diventano mie per un senso d’appartenenza dettato dall’empatia, a volte destabilizzando, a volte completando, a volte dando vita a un post impregnato di domande senza risposta, proprio come questo.

Sì, sono confusa. Il vivere crea bisogni. Il soddisfarli sempre e comunque non sempre è trasformabile in virtù. Il non farlo, non sempre è considerabile ipocrisia.

C’è qualcosa, nel mezzo? Forse sì: una trappola.

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Ho fatto pace con la AI

Lo sapete voi, lo sanno tutti i miei allievi, lo sa bene chi mi conosce: l’intelligenza artificiale mi fa paura. Non sto qui a spiegare i perché e i per come, riconosco i miei limiti e i miei preconcetti, ma sono in grado anche di capire che non nascono dal nulla: credo che non siamo adatti a tanta tecnologia perché fin troppo spesso non ne facciamo buon uso, ecco tutto. Alla fine i miei preconcetti si fondano più sull’errato uso dell’intelligenza naturale per “manovrare” quella artificiale. E finisco per essere oppositiva al cambiamento, refrattaria all’innovazione quando provoca ciò che io considero una forma di regressione. Forse soffro di tecnofobia… Vabbè ma ora non stiamo a guardare il capello!

Oggi non voglio impantanarmi in questo tipo di discorso, sarei costretta ad ammettere anche una mia idiosincrasia a ciò che ha tasti e bottoni da pigiare (sapete che scrivo tantissimo a penna?). No, voglio solo raccontarvi perché con la AI ci ho momentaneamente fatto pace, che poi è la cosa più importante, al momento.

Il mio caro amico Davide ha pagato pegno proprio per essermi tanto amico, perché non proprio spontaneamente ha “deciso” di darmi una mano per sistemare un buon cv europeo fatto proprio a regola d’arte. E lui, che a regola d’arte fa ogni cosa, mi ha confezionato proprio ciò che desideravo in un bel gioco di squadra in cui io ero quella che annuiva felice e lui quello che lavorava. Forse non è proprio una cosa paritaria, va da sé che io sono quella vecchia e lui quello giovanissimo, quindi se sei il giovane amico di una boomer questo è ciò che ti accade!

Ma torniamo al motivo del mio trattato di pace (momentanea).

Lui, un po’ per gioco, ha chiesto all’intelligenza artificiale di riassumere chi sono io in base al mio cv, ovvero cosa pensasse del mio percorso, e udite udite la mia nemica AI mi ha lusingata in questo modo:

Metafora per chiarire il profilo: Se la scrittura fosse un’orchestra, Susanna Trossero non sarebbe solo un direttore d’orchestra (coordinando testi e progetti complessi come ghostwriter o sceneggiatrice), ma anche la violinista solista (autrice premiata) e una maestra di musica (che tiene laboratori di scrittura narrativa e terapeutica), capace di far risuonare la parola in diversi contesti, dal sociale al cinema, dalla poesia alla saggistica“.

Ora… mettetevi nei miei panni: come non farci pace? Ha toccato le corde della vanità solleticando il mio amor proprio con una capatina verso l’elogio che blandisce, insomma sono umana e quasi quasi l’avrei abbracciata con gratitudine. Una roba così non me l’avevano mai detta!!! Davide, sei stato un po’ il Cupido della situazione tra me e lei ma…

Ok Signora AI, tregua.

Ma ti tengo d’occhio. Sappilo.

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L’indimenticabile sussurro

Me lo ricordo, quel fruscio di conchiglia poggiata all’orecchio.

Vivevo al mare e di mare. Estate, inverno, stagioni intermedie… E la conchiglia che mio padre mi porgeva perché ne ascoltassi la voce, sebbene diversa era sempre la stessa. Perché il messaggio era il medesimo: un sussurro indimenticabile che se chiudevo gli occhi mi portava sotto il mare, da dove proveniva.

Sì, sotto il mare si sente quella voce, e basta andar giù trattenendo il respiro per ascoltarla. Suggestioni del padiglione auricolare che insieme a una conchiglia funge da cassa di risonanza e pare quasi il flusso del sangue, se ti è capitato di fare quel particolare esame ecografico che te lo fa udire all’esterno.

Però, quando ascoltavo quella musica, non pensavo a esami diagnostici ma a chissà quale messaggio mi stava mandando il fondale marino. Mio padre fissava la mia estasi sorridendo, ed è stato terribile cercare oggi quel suono portando una conchiglia all’orecchio, chiudere gli occhi ritrovandolo all’istante e tornare ancor più indietro a scovare fantasie di stelle marine e sassetti lucenti.

I sensi, a metterli in moto, restituiscono ogni cosa.

Quasi ogni cosa.

Per questo è stato terribile raggiungere quel tempo leggero: c’era il suono, la suggestione, le fantasie, ma riaprendo gli occhi non ho trovato lui, mio padre, a sorridermi.

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La casa che brilla di libri e lucine

La casa brilla di sogni dell’infanzia, con il villaggio di Babbo Natale, lucine colorate, l’abete, le candele rosse e oro, gingilli e ricordini di feste passate regalati dagli amici più cari. E adesso?

E adesso si prova a non vedere tra i finti aghi verde scuro ciò che manca. Quei giorni lontani, le voci, il tintinnare di bicchieri del servizio buono, il campanello che suona e porta tutti gli altri commensali, l’auto degli zii al parcheggio, il luna park proprio sotto casa che manda i dischi di Raffaella Carrà…

Ecco, si prova a non vedere. E a non sentire.

Si riparte da qui, contando non le mancanze ma le presenze che ancora scaldano il cuore e fanno sentire amati, fortunati, ci fanno esistere ora come allora, tra le luminarie e la corsa ai regali.

Mi guardo attorno e la casa mi piace, è tana, e quei giochi di luce qualcosa sanno ancora restituire. In nome del passato e di ciò che ho avuto, voglio un presente di colori anche per chi non c’è più. E sarà ancora Natale, lo prometto. A loro e a me.

In questi giorni, per esorcizzare la malinconia, mi sono tuffata in quell’altrove che i libri mi sanno dare e mi sono ritrovata tra le mani un vecchio romanzo degli anni ’70, “Forse non sei così importante” di Marica Razza ((Trevi Edizioni), uno stile che sfiora il flusso di coscienza ma con una perfetta cura delle parole. La voce narrante offre una sincerità spiazzante che tocca tanti aspetti del privato, dai sentimenti al sesso, dalle aspettative all’evasione, solitudine e ricerca.

Frasi bellissime, elucubrazioni incisive, dubbi in cui ritrovarsi, coinvolgimenti e motivi di riflessione, nonché una disturbante visione dell’omosessualità filtrata dagli anni in cui è affrontata. Da leggere di sicuro.

Invece non sono riuscita a proseguire il romanzo “Domani nella battaglia pensa a me” di Javier Marìas (Super ET) perché troppo… denso. Non so come spiegare con altre parole. L’inizio mi ha colpita e per un po’ ho proseguito perché la situazione era particolarissima e mi incuriosiva, ma nonostante la indiscussa capacità narrativa di un autore pluripremiato, ad un certo punto mi sono sentita annegare tra le parole e lo stesso effetto visivo delle pagine – dopo il punto non va mai a capo – contribuiva a non darmi respiro. Non so se e quando riprenderò questo romanzo, ma per il momento ho rinunciato in favore di “Gelosia” di Camilla Baresani (La Nave di Teseo), avvincente storia da cui non riesco più a staccarmi! Ma non vi dico altro, anche perché al momento sono a metà strada.

Aggiungo però che questo è un libro che mi fa riflettere sui rapporti umani e sulle mille sfaccettature che ci differenziano gli uni dagli altri, e mi rendo conto che più si cresce meno si è disposti a nutrirci di ciò che non ci sfama. In fondo è giusto: dopo tanto vagare alla ricerca di persone che parlano la nostra stessa lingua e dopo la gioia di averne incontrate, diventiamo selettivi nei legami più profondi, d’amore o d’amicizia, e smettiamo di aver voglia di spiegare.

Libri, vita vera, luci di Natale. Oggi ho mescolato tutto insieme così come si fa davanti a un’amica con la quale si sta prendendo un tè, non è vero?

Il mio è alla vaniglia, e il vostro?

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