
Tutto, è cibo per qualcun altro.
Si ciba del succube colui che cerca qualcuno da sopraffare e, sazio, si bea con gli amici.
La bellezza di una donna insicura, si ciba della mancanza di avvenenza di altre e si ciba di attenzioni l’innamorato che teme l’abbandono, e necessita di conferme costanti.
Di che cosa si ciba lo scaltro, se non dell’ingenuo che suo malgrado facilita mosse scorrette…
Dove c’è un debole c’è un forte con denti di vampiro e insaziabili appetiti, e là dove c’è un timido ecco arrivare il morso dell’arrogante!
Quante e quali invisibili situazioni, si annidano nel banale quotidiano, dove si allestiscono silenziosi banchetti che sembrano suddividere il genere umano in due distinte categorie: l’affamato, e colui che sfama. Nondimeno, come disse Peter De Vries, “L’ingordigia è un rifugio emotivo: è il segno che qualcosa ci sta divorando.” E allora, siamo davvero sicuri che il divoratore non sia egli stesso cibo?
Erich Fromm, nel suo “Avere o essere” così si pronunciò:
“In contrasto con bisogni fisiologici come la fame, che hanno precisi limiti di soddisfazione, legati alla fisiologia dell’organismo, l’ingordigia mentale – e ogni avidità è mentale, anche se la si soddisfa tramite il corpo – non ha un limite di sazietà, poiché il suo esaudimento non colma il vuoto interiore, la noia, il senso di solitudine, lo stato di depressione che invece dovrebbe vincere.”
Quanta fame e quanto cibo cela la famiglia, quanta e quanto tra gli affetti più cari o alla base di un legame; bramosia di difficile controllo, che rende cannibali anche gli insospettabili.
Rapporti a due, appena nati o collaudati, in cui proprio l’insicuro è colui che più morde e il più paziente diviene cibo per quieto vivere…
O le madri ingombranti, ingorde di sé stesse che – mai sazie – sbranano i figli considerati un intralcio.
I padri padroni, che divorano figli da loro mutilati senza averne mai abbastanza, o quelli assenti, troppo presi a cibarsi del loro stesso egoismo.
E i figli, famelici e voraci, dai continui bisogni insoddisfatti…
“Eppure ognuno uccide l’oggetto del suo amore,
da ognuno sia questo saputo:
v’è chi lo fa con sguardo amaro,
e chi con una lusinga,
il vile con un bacio,
l’animoso con la spada!”
(Oscar Wilde)
Qualcuno ha detto che il Natale è uno stato d’animo, e forse è proprio così. Per me va ben oltre una ricorrenza religiosa, un’abitudine consolidata che ogni anno si ripresenta, una festa comandata… Per me è quella voglia di stare con le persone care seduti ad una tavola, con il profumo di buono che inonda la casa. È famiglia, chiacchiere, pacchetti da scartare, mani da stringere, con il freddo fuori dalla porta. È condivisione di buon vino e sorrisi, dunque il Natale mi è spesso di casa, perché lo vivo nel quotidiano, quando il quotidiano me lo permette. Lo vivo quando rivedo chi mi è caro, quando posso riabbracciare chi è lontano, o quando qualcosa mi sorprende. Lo vivo quando respiro amore tra le mura della mia casa, quando un amico mi sorride, quando apparecchio la tavola in modo colorato o quando qualcuno divide il cibo e le chiacchiere con me.